Giallo

La lezione di Agatha Christie, un'anticonformista fuori tempo

Viaggiatrice, sperimentatrice, uno sguardo inedito sulla signora dei gialli

Daniele Biaggi

Quando – 10 giorni dopo la sua sparizione – venne ritrovata ad Harrogate, località termale dell’Inghilterra settentrionale dove soggiornò in un albergo registrata con il nome dell’amante del marito, Lady Agatha Mary Clarissa Miller, al secolo Agatha Christie, non seppe dare molte spiegazioni su quanto le era accaduto negli ultimi giorni. Caduta in uno stato di totale amnesia, causatole dall’abbandono da parte del marito e dalla recente scomparsa della madre, si ritrovò suo malgrado protagonista di un mistero non dissimile dai tanti generati dalla propria fantasia nel corso di una prolifica carriera letteraria. Alcuni documenti scoperti nel 2000 hanno contribuito a suscitare il dubbio che il piano fosse stato architettato dalla stessa Christie per far sì che il marito venisse accusato di omicidio e occultamento di cadavere, ma è difficile, considerando la mentalità e l’ingegno della protagonista dell’aneddoto, distinguere tra (auto)biografismo e finzione.  

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Quel che è certo è che un mirabile talento immaginifico non dovette mai venirle meno per più di 50 anni, dando vita a quella che lei stessa definì la propria fabbrica di salsicce: dal 1920, anno d’uscita di Poirot a Styles Court, fino alla morte sopraggiunta il 12 gennaio 1976, pubblicò con cadenza ai limiti della maniacalità 2 romanzi all’anno, dando vita a un circo di personaggi, maschere, ambienti e vicende che ha pochi paragoni nella storia della letteratura mondiale.  

Agatha Christie è l’autrice inglese più tradotta di sempre, l’unica i cui numeri di vendite possano vantare paragoni con William Shakespeare o J.K. Rowling, eppure, nella percezione mainstream contemporanea, la sua figura non suscita lo stesso fascino di altri personaggi femminili. Christie non sembra in grado di entrare nel pantheon, di essere annoverata nel sancta sanctorum di claim da citare sui social, e il suo viso assomiglia troppo a quello di una zia simpatica per poterlo trovare tatuato accanto al monociglio di Frida Kahlo. In realtà, il suo contributo come donna per la rivendicazione di un ruolo femminile al di fuori degli schemi imposti dalla società del proprio tempo, è stato silenzioso ma non per questo secondario. E non solo perché ha creato la prima figura di detective donna, Miss Marple, zitella, sciatta, anziana, provinciale, impicciona e neppure troppo acculturata, lontana anni luce dai modelli testosteronici alla Sherlock Holmes, ma per aver dato dignità letteraria a ruoli femminili forti e, soprattutto, colpevoli.  

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Agatha Christie ha sottratto le donne dal ruolo di sesso debole in cui erano (e forse sono) relegate nell’immaginario collettivo: una donna è in grado di pensare, agire - anche nella realizzazione di un crimine - né più né meno sapientemente di qualsiasi uomo. La donna colpevole non lo è per un isterismo umorale passeggero o per una gelosia accecante e stereotipata: la sconfitta del villain alla fine di ogni racconto, in cui il colpevole è riconosciuto e punito, non deve perciò essere intesa come una sconfitta di questa rappresentazione, ma ricollocata nell’ordine generale di una catarsi necessaria a ogni giallo primo-novecentesco, in cui è sempre il bene a prevalere. È il delitto, la capacità di commettere il delitto, che nobilita la figura femminile nei romanzi di Christie. Le sue protagoniste sono infarcite di un pessimistico male borghese, sciocco, cattivo, moralistico; gli uomini sono solo dei bamboccioni deviati, in un ribaltamento totale di ciò che fino a quel momento era stato scritto.  

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Certo, anche la rappresentazione e il rapporto tra la scrittrice e i suoi personaggi chiave – Poirot e Miss Marple – racconta molto di questo tema. Innanzitutto sappiamo con certezza che Christie non amava il pignolo detective belga: dal ’45 teneva nel cassetto Sipario, romanzo che segnava l’uscita di scena di Poirot e che venne pubblicato solo poche settimane prima della sua morte nel ‘76. Perché uccidere la propria principale fonte di guadagno e successo? Il testamento prevedeva però la pubblicazione di un romanzo postumo in cui l’altro personaggio, Miss Marple, abbandonava la scena. Questa morte non avrebbe mai potuto precederla perché, come sostiene Claudio Savonuzzi nella prefazione a Il mistero del treno azzurro, «si trattava forse di un’altra lei stessa, una che come lei “non era cattiva: solo, non si fidava della gente"».  

Ma come si comporta Poirot con l’altro sesso? Rappresenta un certo modo di vedere il mondo, e quindi, anche le donne: ama apertamente la figura materna, apprezza il fascino femminile nella sua interezza, ma allo stesso tempo gli capita di rimanere vittima di stereotipi e luoghi comuni, sfiorando in poche occasioni una tenue misoginia stizzita. Hercule non è Agatha, anzi, potremmo quasi dire che Poirot sta alla società del proprio tempo – pur sempre quella migliore e non deteriore – così come Jane Marple, il suo modo bonario di guardare il mondo, sta ad Agatha Christie.  

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Nonostante questo, nulla della spenta e monotona biografia di Jane Marple – delitti a parte! –, sepolta in un piccolo villaggio di provincia, richiama le vicende di Christie: dopo il divorzio dal primo marito conobbe nel corso di un viaggio in treno verso Baghdad l’archeologo Max Mallowan, che sposò in seconde nozze e seguì in moltissime avventure in giro per il mondo, avventure ed esperienze che ispirarono altrettante storie ambientate in luoghi esotici realmente visitati dalla scrittrice.  

Nonostante il divorzio, per ragioni commerciali – ormai era conosciuta con il nome di Christie, suo malgrado – mantenne il cognome del primo marito, guadagnando in vita più di 20 milioni di sterline e mantenendo uno stile di vita piuttosto imprevedibile.  

Si disse che era solo una scrivente e non una scrittrice, alimentando quel tipico stereotipo utilizzato per sminuire qualsiasi donna che raggiunga alti livelli professionali superando i colleghi uomini

Ma qual era la percezione della società contemporanea rispetto all’unica scrittrice in grado di equiparare e superare i colleghi uomini? Ovviamente non mancarono le critiche, soprattutto rivolte allo stile e alla sua prosa, accusata di eccesso di semplicismo. Se la critica contemporanea è meno precipitosa nel giudicare uno stile semplice e leggibile (si tratta, a livello letterario, di un obiettivo complesso da raggiungere, e chi scrive per lavoro sa benissimo quanto è ardua la via per la semplicità), non era della stessa idea un altro pezzo da novanta come Raymond Chandler, che, tra le altre cose, la accusò di mancanza di realismo, dando per scontato che il fine ultimo di tutta la letteratura, inclusa quella gialla, sia necessariamente il realismo, con buona pace di metà della storia della letteratura dall’Iliade in poi.  

Si disse che era solo una scrivente e non una scrittrice, alimentando, senza voler generalizzare, quel tipico stereotipo utilizzato per sminuire qualsiasi donna che raggiunga alti livelli professionali superando i colleghi uomini. Ma il circuito letterario, in cui l’ultima parola spetta ai fruitori, è molto più democratico dei soli critici, e chi legge, nel momento in cui sceglie un libro, tralascia le discriminazioni di genere. È questa la ragione per cui per più di cinquant’anni Agatha Christie è riuscita a imporre una sorta di monarchia assoluta nel mondo del crime fiction, una monarchia, si potrebbe dire, generata dal basso, dal consenso di chi l’ha letta nei decenni. Solo la sua morte ha inaugurato una pluralistica repubblica del giallo, e – come spesso accade alla caduta di un sovrano – molti detrattori hanno tentato di relegarla nuovamente ai bassifondi della prosa, tra i romanzetti da ombrellone. Una damnatio memoriae che, nonostante abbia a volte raggiunto i propri scopi a livello d’immagine, non lo ha fatto certamente sul piano dei numeri: Dieci piccoli indiani e Assassinio sull’Orient-Express rimangono infatti tra i romanzi più venduti nella storia. In barba a chi ancora si ostina a ritenerli delle letture da spiaggia un po’ insipide e dozzinali. 

Credit immagine di copertina: Massimiliano Aurelio

Daniele Biaggi

Giornalista freelance e media content creator