Se fosse un libro

Rita Indiana, "Papi"

Un universo debordante, infinito, coloratissimo e sempre sull’orlo di crollare per autorigenerarsi: questo è Papi

Paolo Armelli

Se Papi di Rita Indiana fosse un genere musicale sarebbe una specie di neo-merengue, che fonde la classica musica latina con influenze rock ed elettroniche. Esattamente lo stesso genere con il quale l’autrice, artista fantasiosa e versatile della Repubblica Dominicana, si esibiva alla fine degli anni Duemila con la sua band dei Los Misterios. Un gruppo musicale che creò grande curiosità negli ambienti musicali latini e non solo.

Così come curiosissimo è questo suo libro, pubblicato in Italia da Nn editore, la stessa casa che ci aveva regalato la sua precedente opera I gatti non hanno nome. In quel romanzo al centro c’era una ragazzina che cerca una propria identità alternando una visione smaliziata della realtà e un’immaginazione mai troppo surreale. Lo stile di Indiana è un impasto di creatività caraibica e frammentazione postmoderna, in un mix che si potrebbe definire – in funzione antitetica al realismo magico di Marquez e simili – cinismo magico.

Perché lo stupore delle immagini e delle parole, in Rita Indiana, è quasi sempre esasperato dall’inseguire una realtà che si fa più assurda dell’immaginazione più spinta. La stessa assurda creatività e lo stesso cinismo si ritrovano appunto in Papi: nessun riferimento a nostri ex presidenti del consiglio, ovviamente, ma qui al centro c’è il padre di un’altra anonima narratrice. Sempre coscientemente inaffidabile, la nostra protagonista dà forma un universo debordante, infinito, coloratissimo e sempre sull’orlo di crollare per autorigenerarsi. Figura onnipresente fino all’ossesso è appunto quella di questo papi, padre a volte sfuggente altre iper-presente, a volte incomprensibile altre limpidissimo.

In realtà papi è un narcotrafficante, un criminale dal volto “buono”, che moltiplica per la figlia regali, abitazioni, vestiti, viaggi e occasioni di svago. Però papi è anche un losco figuro, un uomo misterioso e indecifrabile, che spesso scompare per giorni, settimane, mesi, anni. A fronte della sua incolmabile assenza la ragazza si costruisce un mondo che lo mette al centro come una figura quasi mistica o messianica, e attorno al quale si genera un’inesausta sequela di elenchi: persone, alimenti, giocattoli, automobili, canzoni, capi di abbigliamento, cereali da colazione, programmi tv, tutto si accumula in una mole gigantea che ricorda i racconti pantagruelici di Rabelais. L’effetto finale è quello di un’identificazione rivelatrice: «Papi era in me e io ero in Papi. (…) Io ero identica a Papi. Io ero Papi. Io sono Papi».

La trama, esilissima e a volte incomprensibile, è nulla di fronte alla meraviglia del linguaggio: la traduttrice Vittoria Martinetto ha fatto un lavoro egregio nello star dietro alla multiforme lingua di Indiana, che cambia forma in continuazione, accarezza lo spanglish, assorbe cadenze musicali e spirituali, si fa inventiva fino a diventare misterica. La sensazione di un viaggio turbinoso è l’espressione linguistica della discesa contorta nella coscienza di una bambina che, per sopperire a una dimensione faticosa da comprendere, si costruisce una realtà ipertrofica dove tutto è esagerato, spasmodico e sempre sull’orlo della putrefazione. Tutto preciso proprio in quanto inafferrabile.

A furia di dileguarsi per poi ricomparire all’improvviso, questo papi a un certo punto non tornerà (forse) più. Ed è a quel punto che la ragazzina si trova finalmente di fronte alla verità, ma che sarà a un certo punto anch’essa piegata alla fuga verso l’abisso, la negazione, la fantasmagoria. Perché attorno a lei ci saranno sempre una miriade di personaggi apparentemente secondari ma che con la loro presenza quasi magica la trascineranno sempre verso il remoto dell’immaginario (rari quanto eloquenti, ad esempio, sono i riferimenti a mami, sotto il cui segno si conclude il libro).

Difficile definire se non riassumere un libro come Papi, che forse non è nemmeno un romanzo, forse è un diario sognante e allucinato, forse è la sceneggiatura di un film impossibile da girare. Forse, appunto, è la partitura di un brano musicale troppo composito e citazionista per essere ingabbiato in un’etichetta. Di sicuro è raro leggere libri come questo, e il meraviglioso cinismo magico di Rita Indiana si conferma un’avvincente, puntuale lettura sulla nostra società più di tante pretese di oggettività e realismo.

Credit immagine di copertina: Getty Images

Paolo Armelli

Freelance contributor, scrive di libri e cultura pop.