Rock 'n' Roll

10 Autobiografie da vere rockstar

Direttamente dal cuore del rock e dei suoi protagonisti indiscussi, ecco le autobiografie che hanno fatto la storia della musica

Chiara Monateri

In un’autobiografia si sa, non sappiamo mai quanto troveremo di autentico su quel personaggio, quanto sarà leggenda popolare, quanto realtà e quanto di confezionato ad hoc sulla personalità sognata dai fan, il tutto magari scritto da qualche talentuoso ghost writer. Certo è però che, quando hai avuto una vita davvero incredibile, anche se in un’autobiografia qualcosa fosse ingrandito – come d’altronde può fare chiunque raccontando i fatti propri – poco davvero importa. 

Come faremmo altrimenti ad attraversare i corridoi e a entrare nelle stanze del Chelsea Hotel a New York senza le voci di Patti Smith e Bob Dylan, a capire come funzionava davvero la questione delle groupies senza i racconti di Steven Tyler e Keith Richards e a comprendere come si sente una ragazza in un business feroce come quello della musica senza le testimonianze di Kim Gordon e di Carrie Brownstein? O magari anche solo passare un po’ di tempo hanging around con uno dei Blur, Alex James, nella fattispecie. Ecco, a noi queste esistenze parallele, in cui grazie a storie uniche a volte ci sentiamo come accanto a una rockstar, piacciono da morire: vi portiamo con noi in un viaggio attraverso 10 autobiografie che vale la pena leggere tutte d’un fiato o regalare, perché no, a qualcuno che vorreste far sognare.

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Patti Smith - Just Kids
Lettori sensibili al pianto facile astenersi. Definire questo libro solamente un’autobiografia sarebbe paradossalmente riduttivo. Si tratta infatti di uno struggente romanzo di formazione, un racconto della New York dove è nato il fermento artistico e musicale degli anni ‘60 e ‘70 e dove fanno capolino, tra gli altri, personaggi del calibro di Janis Joplin e Andy Warhol. È una storia d’amore, un amore non solo verso le persone e in particolare verso Robert Mapplethorpe, con cui Patti Smith non si lascerà mai, ma nei confronti dell’arte e della vita, anche quando non va come vorremmo. È un racconto in prosa nelle parole fluide di una poetessa, un racconto autentico, lucidamente veritiero, di una delle donne che hanno lasciato un segno indelebile nella musica contemporanea. Un piccolo miracolo letterario, perché oltre a essere l’autobiografia di Patti Smith, è redatto in maniera sublime ed è così indomito nel descrivere senza posa la realtà di un’esistenza, che leggerlo vi farà volare.

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Keith Richards – Life 
Mick Jagger in un’intervista al magazine Q diceva con un affettuoso sorriso: «Bisogna fare attenzione con le storie che racconta Keith, quando gli prende bene può diventare particolarmente… fantasioso». Ma chi non lo perdonerebbe al mitico Keith Richards, dopo che ha attraversato come un fulmine il vero mito del sex, drugs & rock’n’roll, che ne è sopravvissuto ed è ancora in grado di sostenere dei live in età avanzat(issima). Questa è una storia tipicamente rock nella sua accezione primordiale: sono menzionati continuamente milioni di tipi di droghe, il Jack Daniel’s è onnipresente e le donne… beh le donne non ne escono sempre benissimo. Ma – come a Mick Jagger – un sorriso viene sempre strappato da questo surrender del rock, icona nostalgica di sé stesso ormai diventato nonno, che confessa: «[Anche] dentro di loro [alle persone comuni], c’è un Keith Richards scatenato».

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Kim Gordon – Girl in a band. L’autobiografia
Una che ti piace son dalle prime righe, un’eroina del rock e al tempo stesso una vera donna che si è presa tanta melma come chiunque altra su questo pianeta. Visual artist, musicista, ragazza schiva, racconta del fratello dominante e schizofrenico, della “fortuna” dell’incidente automobilistico che – grazie al rimborso dell’assicurazione – le permise di vivere a New York sviluppando fratellanze arty con Jean Michel Basquiat e Cindy Sherman, presso cui visse. Dell’amicizia con Kurt Cobain e del disprezzo per Courtney Love e Billy Corgan, ma soprattutto dello struggente connubio col marito Thurston Moore, che arriva al fallimento familiare quando scopre che lui la tradiva da anni, fino all’ultimo concerto in Brasile dove i due salgono sul palco senza rivolgersi la parola: la bio però non finisce a quel punto. La forza di essere, di sopravvivere, di creare, insieme ai dolori di una vita vera in cui si ricorre allo Xanax per tirare avanti in qualche modo sono ingredienti di questa storia di eroina moderna, che (perché no) potrebbe diventare una serie indie tutta al femminile.

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Anthony Kiedis – Scar Tissue
La storia del leader dei Red Hot Chili Peppers, molto (ovviamente) californiana, racconta senza filtri il mondo degli eccessi della band che in parte già si conosceva. Dal neo-punk degli anni ’80 e dall’essere una band di nicchia all’improvviso boom a livello globale che porta tutti i derivati del rock, dalle droghe al sesso. La storia scorre veloce come fosse una seduta di autoanalisi, in cui la totale trasparenza guida col pilota automatico. Lo stesso Kiedis a riguardo ha detto in un’intervista alla tv svedese di aver scritto la bio di getto, senza immaginarsi minimamente che poi chiunque avrebbe potuto leggerla: tutto d’impulso e a pieno ritmo, in tipico stile RHCP. Il racconto non si censura nemmeno sulle difficoltà derivate dalla massiva dipendenza e sul percorso catartico di Kiedis per uscirne una volta per tutte. Un’autobiografia sincera, che non viene dall’ego del performer, ma dalla persona più autentica che ci sta dietro. Consigliato vivamente ai fan per conoscere le luci, ma in primo luogo le ombre, che hanno adombrato il successo della loro band preferita.

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Bruce Springsteen – Born to Run
Genuina (come lui), e pure didattica. Nella sua autobiografia il Boss risponde a domande che i fan da sempre continuano a chiedergli, tipo come mai i suoi show epici siano così lunghi (circa 3, 4 ore) anche adesso che non è più un giovincello, e cosa significhino le sue canzoni più popolari, spiegando come sono nate e quali erano i fatti che gli accadevano mentre le stava scrivendo. Ma non solo. Springsteen nella bio fa luce su argomenti personali come il padre alcolizzato e la depressione, condizione che lo ha attanagliato per lungo tempo. Devotissimo alla musica, descrive in dettaglio il suo lavoro: non solo la passione, ma anche il percorso creativo che lo ha portato a forgiare le sue hit più forti. Sincero e discreto, si conferma anche nelle proprie parole come una star umile, che non ha sprecato un minuto per impegnarsi ad arrivare dove è arrivato oggi.

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Morrissey – Autobiography (in inglese) 
Morrissey è un po’ come la Marmite: o lo ami o lo odi. Di base, disprezza chiunque (alcuni anche con ottime ragioni) con un atteggiamento passivo-aggressivo di cui l’autobiografia però aiuta a comprenderne le origini. D’altro canto, però, se si coglie il paradosso della sua personalità bianco/nero la bio può essere una lettura a tratti spassosissima. Qualche esempio? La descrizione dell’infanzia insofferente a Manchester, definita «un posto barbarico dove solo i selvaggi possono sopravvivere» o il riferimento alla «suora barbuta che picchia bambini dal tramonto all’alba». Nota necessaria da sapere, Morrissey parla poco di musica e si sofferma maggiormente sulla dicotomia tra pubblico e privato, che comunque è alla base della sua carriera: David Bowie una volta si disse sorpreso di vederlo ancora vivo per via di tutto il sesso e la droga che credeva affollassero la sua vita; lui di contro rispose di aver fatto così poco di entrambi da stupirsi a sua volta di essere in vita. Oltre ai momenti divertenti, l’artista non fa mistero di disprezzare: George Bush, la Tatcher, Tony Blair, Sarah Ferguson, la Rough Trade. E, siete avvisati, fa riflessioni davvero malinconiche e buie sulla vita e la morte, altrimenti non sarebbe lui. Così è (se vi pare).

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Carrie Brownstein – Hunger makes me a modern girl (in inglese)
Una di quelle ragazze super che possono essere musiciste, giornaliste, sceneggiatrici e registe. Carrie Brownstein viene definita una dei pilastri del nuovo femminismo insieme ad altre sue colleghe come Lena Dunham, con cui collabora spesso, ma collegarla solo a questa realtà è sicuramente riduttivo: andrebbe presa a modello per la sua prolifica parabola esistenziale di grandi cambiamenti. Riot grrrl nella band Sleater Kinney, attraverso il suo racconto andrete a fare un meeting negli uffici di una major musicale, vi ricorderete che piacere a tutti sarebbe come cercare di mettere d’accordo chiunque vi maltrattasse al liceo e in un attimo vi tornerà in mente tutta la rabbia senza dighe o argini degli anni ’90. Prima di diventare la sorridente creatrice della serie satirica Portlandia, la Brownstein era scatenata, irrisolta e arrabbiata, ma con un’intelligenza viva e un senso critico tale da poter analizzare qualsiasi situazione senza mai farsi travolgere da atteggiamenti troppo melò. Solo per anime riot, di qualsiasi età.

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Bob Dylan - Chronicles:1
«Sarei stato contento di firmare qualsiasi pezzo di carta mi avesse messo davanti», racconta Dylan parlando del primo contratto, salvo poi infastidirsi subito dopo perché il tizio con lui gli fa delle domande di circostanza tipo cosa fanno i suoi genitori, e il fastidio diventa talmente grande che pur di non parlare di sé comincia a mentire, dicendo non che è arrivato in auto a New York, ma su un treno merci. Continua raccontando (solo al lettore) di essere andato a New York solo ed esclusivamente per scoprire i grandi musicisti che ascoltava: lo sappiamo, Bob Dylan è difficile e fa solo quello che gli pare. Diversamente da tante altre rockstar, non parla per niente di sesso e droghe: la bellezza della sua bio sta proprio nella precisione dylanesca nel descrivere la Big Apple, la musica e la vita personale, frustrazioni incluse. Il racconto si auto-posiziona sin da subito: Dylan l’antieroe che detestava essere definito dagli altri “la voce della sua generazione” e che credeva solo nel folk. Uno dei villain più talentuosi della musica, quelli così sprezzanti del mondo fuori da generare sempre un vivo interesse.

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Alex James – Bit of a Blur (in inglese)
Alex James è stato l’unico a scrivere un’autobiografia tra tutti i membri dei Blur, sicuramente la band più intellettuale e posata delle altre del periodo Brit Pop (leggi: Oasis). Di altri si sapeva tutto, da dove abitavano alle nuove fidanzate (leggi: sempre Oasis), mentre i Blur mantenevano un fascino decisamente più discreto. E, come spesso accade, più si nasconde e più da fuori si vuole sapere. Allo stesso modo, la storia di Alex James è inaspettata, divertente e costituisce un memoir completo del Brit Pop: in uno stile asciutto, racconta dei primi dischi ascoltati, della pima chitarra posseduta, delle prime volte in cui si sedeva davanti alla tv a guardare Top of the Pops, per arrivare poi al successo, alla cocaina, al sesso (tantissimo, incluse gang bang di compleanno e Courtney Love). Di acqua ne è passata parecchia sotto ai ponti, e ora Mr. James vive nella sua Country House –d’altronde non potrebbe essere altrimenti – con moglie e figli. Un’autobiografia da leggere per farsi una cultura nel caso vi foste persi il Brit Pop (dov’eravate??) e prima che personaggi eclettici e ironici come lui si estinguano del tutto.

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Steven Tyler - Does the noise in my head bother you? The autobiography (in inglese)
Come lui nessuno mai: passato da essere un rocker sciupafemmine in tutina aderente e flared pants fino a fare il giudice romanticone ad American Idol che si sistema gli occhialetti sul naso. Gli abbiamo voluto bene per le ballate e per i video con Liv Tyler e Alicia Silverstone, e leggendo la sua storia è impossibile non affezionarsi nuovamente alla sua vita che è tutta una scorribanda: almeno 8 volte fuori e dentro diverse  rehab, la pratica del Sex Magick (utilizzare il potere dell’orgasmo simultaneo per per scopi magici o mistico-spirituali), l’aver sniffato con John Belushi, l’aver mangiato ignaramente salumi con cui i tecnici del suono che non lo sopportavano si erano puliti il didietro, l’aver ispirato gli inventori del BlackBerry, che quando hanno avuto l’idea per creare il device stavano fumando erba ed ascoltando Sweet Emotion. Scritto nel modo indisciplinato che gli si confà e sempre irrimediabilmente divertente: consigliato a chiunque, per sognare di avere un nonno rock come lui.

Special Guest

Pamela Des Barres – Sto con la Band. Confessioni di una groupie
Come abbiamo elencato biografie di rockstar, non potevamo non menzionare un altro personaggio unico nel suo genere. La prima vera madre delle groupie, che diventò appunto una groupie quando il termine ancora non esisteva. Pare che il personaggio di Penny Lane nel bellissimo Quasi famosi di Cameron Crowe sia ispirato a lei, che «lo faceva solo per la musica» e ha avuto relazioni (di vario tipo) con Mick Jagger, Jim Morrison, Keith Moon, Noel Redding, Jimmy Page and so on. Nella bio c’è proprio questo, una storia unica che nessun’altra avrebbe potuto raccontare, un documento b-side degli anni d’oro del rock’n’roll: leggerete di Pamela che da adolescente inizia a frequentare la scena musicale di Sunset Strip a Los Angeles, della sua compagna di scorribande Cynthia Plastercaster (l’artista che faceva calchi dei membri delle rockstar) e le indiscrezioni che solo lei conosce su tutti musicisti sopra citati, e non solo. Se vi chiedete che fa adesso, non vi stupirete di sapere che tiene workshop di scrittura chiamati Groupie Therapy e che celebra matrimoni in stile rock’n’roll. Inossidabile.

Credit immagine di copertina: Getty Images e 150UP

Chiara Monateri

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