ottimismo

Cosa ho imparato cercando di capire la psicologia positiva

C’era una lezione importante anche per me che non credo ai “14 punti per la felicità”*

Elena Viale

«Ele, la psicologia positiva è tutta fuffa» mi ha mugugnato stamattina da dentro il suo letto un amico colto via messaggio vocale, stupito anche solo del mio interesse. Contestualizzando la dichiarazione: siamo entrambi in terapia, dei due uno è chiuso in casa da un anno e definisce la sua condizione «Come continuare a camminare attraverso un altopiano che non finisce mai» l’altra sono io.

Stavo cercando di capire la psicologia positiva, e lo stavo facendo perché avevo da poco letto dei successi dell’associazione creata dall’attrice Goldie Hawn per farla conoscere: e dell’intervista in cui ne parla come della proposta di un mindset positivo che protegga l’individuo dalle aggressioni dello stress e di altri fattori esterni, e lo accompagni in un percorso di miglioramento di sé. Non è, non è affatto – mi dicevo, dimentica del mio generico pessimismo – un obiettivo stupido da porsi. 

Wikipedia, interrogata, riportava una definizione (dell’estensione totale di sette righe su uno schermo da 20 pollici), da cui ho derivato però solo un vago senso di benessere olistico; sulle dispense universitarie sono stata invece resa edotta che la psicologia positiva si propone non come «un metodo di cura della patologia, bensì [...] come uno strumento volto alla promozione delle potenzialità e della crescita dell’individuo»  [Felicità e benessere, Barbara Giangrasso].

Il problema individuato come centrale in questa scuola di pensiero è che troppo spesso all’interno del percorso terapeutico standard il paziente è spinto a prendere coscienza delle proprie mancanze, a trovare i nodi da sciogliere nella propria infanzia, o nel proprio carattere. Al contrario, secondo gli psicologi positivi, è necessario dare importanza ai propri punti di forza, e usarli come coltellini svizzeri per scardinare la porta d’accesso alla felicità. Il fine di questa terapia è, umilmente e aristotelicamente, l’eudaimonia, ovvero la felicità intesa come piena maturazione (“flourishing”) dell’individuo. 

Il cammino per arrivarci, al perfezionamento del sé, passa per i checkpoint di una serie di virtù gigantesche, che sono poi le stesse alla base delle dottrine filosofiche di tutto il mondo: cose tipo temperanza, amore, giustizia, umanità, coraggio [Authentic Happiness, Martin Seligman]. Queste virtù, le si deve prima di tutto riconoscere dentro se stessi: dove la psicologia tradizionale vede un bambino che ha subito un trauma in una determinata situazione, la psicologia positiva vede un bambino che nonostante il trauma, è sopravvissuto a quella situazione. L’inferno è per chi resta, mi viene in mente che diceva qualcuno. Ma in poche parole, cosa devi fare? Per migliorarti è fondamentale seguire questi 14 punti* [Fordyce, The Fourteen Fundamentals Program To Increase Persona Happiness]:

1. Essere più attivi e tenersi occupati;
2. Passare più tempo socializzando;
3. Essere produttivi svolgendo attività dense di significato;
4. Organizzarsi meglio e pianificare le cose;
5. Smettere di preoccuparsi;
6. Ridimensionare le proprie aspettative;
7. Sviluppare pensieri ottimistici e positivi;
8. Essere orientati sul presente;
9. Lavorare ad una sana personalità;
10. Sviluppare una personalità socievole;
11. Essere se stessi;
12. Eliminare sentimenti negativi e problemi;
13. Sviluppare e rafforzare rapporti affettivi;
14.  Considerare la felicità come la priorità numero uno.

Ok. Caspita.

Pausa pranzo: torna il mio amico colto alla riscossa. «Secondo me comunque resta fuffa, perché la gente si concentra sul benessere per non pensare al malessere, e poi invece sta male lo stesso». Non ha bisogno di convincermi, mi dico, se penso che le linee guida della Società italiana di psicologia positiva recitano che «saper pro-muovere narr-azioni autobiografiche favorisce nell’altro il ritorno ad una condizione di ben-essere» senza ironia, e io vivo una vita frenetica in una città frenetica, non ho fatto gli scout né mai troppo amato i giochi di parole.

Eppure. È sera e ci ho pensato bene, e ho pensato a mia madre quando mi dice che lei ci ha messo 60 anni ad accettarsi ed essere in pace con se stessa, ho pensato a tutti quelli che mi hanno garantito che la mindfulness funziona e la meditazione è un’alleata e più prosasticamente ho pensato al fatto che i veri miglioramenti che ho fatto in analisi li ho fatti non quando stavo con l’acqua del malessere alla gola, ma quando potevo permettermi un certo distacco dalle mie aberrazioni.

Insomma mi sono resa conto di alcune cose fondamentali che ruotano intorno, pure distanziandosene nella forma, al concetto di psicologia positiva. C’è, lì in mezzo, una cosa importante: c’è il fatto che la salute mentale si chiama salute mentale perché va curata, sostenuta con una “palestra” quotidiana. C’è il remainder che non possediamo solo il concetto di malattia mentale, ma anche quello di benessere, salute, equilibrio. Che poi è quello di cui parlavano i reali inglesi nella campagna di awareness #oktosay, lanciata lo scorso anno: se alcuni protagonisti, come Lady Gaga, hanno colto l’occasione per discutere apertamente la depressione e altri disturbi, la Royal Family ha sottolineato l’importanza di parlare, ascoltare, di tutelare insomma il proprio benessere mentale come equilibrio. Un punto di vista su cui non posso che essere d’accordo.

Credit immagine di copertina e illustrazioni: 150UP

Elena Viale

Nella vita fa un magazine, ma ne pensa altri tre.