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8 libri da leggere a morsi

Una selezione di letture gustose, per appagare mente, spirito e palato

Paolo Armelli

Leggere è un’attività intellettuale, mentale, spesso spirituale. Spesso però può essere anche un’azione estremamente concreta, in particolare quando nel caso di libri che hanno a che fare con il cibo. Leggere di piatti succulenti, ricette tradizionali e percorsi gastronomici aumenta la salivazione, fa crescere l’appetito e brontolare lo stomaco, ma non solo, perché il binomio formato da letteratura e alimentazione rappresenta anche un modo per scoprire in profondità contesti famigliari, culturali e sociali.

Dai banchetti infiniti di Rabelais in Gargantua e Pantaguel agli ultimi memoir degli chef-star, letteratura e alimentazione si sono sempre sedute a tavola insieme. Ecco dunque una selezione di opere dedicate ai nostri piatti preferiti, una rassegna di titoli da gustare, mordere, assaggiare a poco a poco o di cui fare un’intensa e appetitosa abbuffata.

Laura Esquivel, Dolce come il cioccolato (Garzanti)
Quando si pensa a libri legati al cibo è impossibile non nominare quello che è il capolavoro della scrittrice messicana Laura Esquivel. Conosciuto anche col titolo più vicino all’originale Come acqua per il cioccolato (così uscì anche il film del 1993 diretto da Alfonso Arau, marito dell’autrice), questo romanzo appassionato risente delle influenze misteriche e passionali di Isabel Allende, mettendo però al centro – della casa e della scrittura – la cucina. Per una rigida consuetudine familiare, la giovane Tita non può sposare l’innamorato Pedro, dovendo rimanere casta ad accudire le faccende domestiche. Il loro amore prenderà però altre forme quando Pedro diventerà suo cognato e, costretti sotto lo stesso tetto a una torrida relazione platonica, i due troveranno rifugio in antiche ricette precolombiane, tanto passionali quanto portatrici di seducenti segreti dal passato. Il cibo qui diventa canale di una comunicazione erotica altrimenti muta, espressione delle nostre più recondite emozioni.

Joanne Harris, Chocolat (Garzanti)
Anche questo un libro sul cioccolato, anche qui un adattamento cinematografico molto famoso, quello del 2000 con Juliette Binoche e Johnny Depp. Ma se vedere sullo schermo la materia bruna sciogliersi irresistibilmente ha il suo fascino, leggere sulle pagine come viene descritto il sapore intenso e seducente del cibo degli dei aztechi è ancora più affascinante. In questa storia di amore per il proibito, la nomade Vianne Rocher arriva con la figlia Anouk nel placido villaggio francese di Lansquenet, dove, sfidando le rigide convinzioni morali del luogo, apre un peccaminoso negozio di dolci. Il cioccolato è ancora una volta metafora di qualcosa d’altro: una tentazione irresistibile, un limite che è conturbante valicare, una sfida a una vita che, fatta solo di privazioni e serietà, sarebbe ben poco interessante da vivere. Perché ogni essere umano ha la sua dolce debolezza, come sa bene Vianne, che ha per ogni cittadino del villaggio il rimedio giusto. Ovviamente a base di cioccolato.

Aimee Bender, L’inconfondibile tristezza della torta al limone (Minimum Fax)
Aimee Bender è una giovane scrittrice americana dal talento straordinario. Osannata dalla critica statunitense, ha pubblicato numerose raccolte di racconti sulle principali riviste e nel 2010 ha esordito nel romanzo con questo L’inconfondibile tristezza della torta al limone. In esso, la piccola Rose Edelstein scopre di avere un’abilità particolare: assaggiata una qualsiasi pietanza, riesce ad avvertire le emozioni di chi l’ha preparata. Grazie a (o a causa di) questa empatia inaspettata, Rose riesce a colorare il mondo attorno a sé di sfaccettature inedite. Perché se il cibo della mensa scolastica era prevedibilmente ammantato di noia e apatia, sono i dolci che prepara l’allegra madre a rivelarle una prospettiva tutta nuova sulla sua famiglia: ognuno, in realtà, ha un retrogusto di angoscia, frustrazione e senso di colpa. A metà fra il racconto realistico e la fiaba postmoderna assistiamo quindi a un affresco famigliare in cui il profumo del cibo di casa è anche quello contraddittorio, frustrante eppure affascinante della vita.

Ito Ogawa, Il ristorante dell’amore ritrovato (Neri Pozza)
Ringo è una ragazza giapponese come tante, con una vita apparentemente tranquilla, un lavoro in un ristorante di Tokyo e un fidanzato indiano che profuma di spezie. Eppure una sera rincasa e, non solo non trova più il promesso sposo, ma tutta la sua casa è svuotata. Vuota anche nell’animo, Ringo torna dunque al paese natio di campagna, dove un giorno ha l’intuizione necessaria a ritrovare a forza d’animo: convertire il granaio della casa materna in un delizioso, piccolo ristorante. Su questo impianto apparentemente da rom-com, il giapponese Ito Ogawa costruisce un universo di storie intriganti che si intrecciano fra i tavoli del ristorante dell’amore ritrovato: dal factotum Kuma-san che ha il cuore spezzato da una bella argentina all’ingioiellata Concubina che schiude la sua timidezza in una contagiosa allegria, tutti si fanno conquistare dalle ricette giapponesi, cinesi ma anche italiane e francesi di Ringo. Lettori compresi.

Karen Blixen, Il pranzo di Babette (in Capricci del destino, Feltrinelli)
La baronessa danese diventata famosa in tutto il mondo come scrittrice, Karen Blixen, ha avuto una carriera letteraria piuttosto prolifica. Ma oltre a La mia Africa, una delle sue opere più note è sicuramente Il pranzo di Babette, in realtà un racconto divenuto molto famoso anche per il film tedesco ne è stato tratto nel 1987 (premio Oscar come miglior film straniero). Nel racconto, così come nella pellicola, Babette è una cuoca che, fuggendo dalla Comune di Parigi, si rifugia in un villaggio danese come governante di due vecchie zitelle protestanti. Vinta un’ingente somma di denaro, la donna la usa per celebrare il centenario dalla nascita del padre delle due, avendo così occasione di preparare un sontuoso banchetto: brodo di tartaruga, blinis Dermidoff, quaglie en sarcophage, fiumi di champagne e molto altro. Quel pranzo riporterà unità e felicità nel villaggio ma ridurrà di nuovo in povertà Babette: ma d’altronde «un artista non è mai povero», ci suggerisce Blixen.

Anthony Bourdain, Kitchen Confidential (Feltrinelli)
Fra stelle Michelin che vanno e vengono, maratone televisive di talent gastronomici e aperture di nuovi ristoranti attese come eventi epocali, viviamo in un’epoca in cui gli chef sono le nuove rockstar. Ma prima di tutti c’è stato lui: Anthony Bourdain. Il noto cuoco e scrittore americano è diventato celebre soprattutto quando nel 2000 quando pubblicò il libro Kitchen Confidential. Senza peli sulla lingua e senza problemi di riservatezza, Bourdain porta il lettore nel dietro le quinte del mondo della ristorazione più prestigiosa, fra eccessi culinari, abitudini che sfociano nell’ossessione, vere e proprie angherie e abitudini non proprio sane (lui stesso ammise l’abuso di sostanze). Un insight crudo quanto affascinante su un universo, quello dei ristoranti, che fa sempre più parte dell’attenzione pubblica ma che alla fine conosciamo veramente poco.

Simonetta Agnello Hornby, Un filo d'olio (Sellerio)
Avvocato, scrittrice, attivista ma soprattutto siciliana: tutti i romanzi di Simonetta Agnello Hornby risentono, nonostante i numerosi anni passati nel Regno Unito, delle passioni, dei colori e anche dei sapori dell’isola. E ciò si nota soprattutto nei numerosi libri che l’autrice ha dedicato alla vastità dell’arte gastronomica. Fra tutti, Un filo d’olio è quello che più sublima una tradizione fatta di sole, ingredienti semplici, manualità antiche, indimenticate figure matronali. Il punto di partenza è il libro delle ricette della nonna Maria, organizzate con tanto di numeri e indice. Agnello Hornby fa rivivere assieme ai piatti anche la storia della sua famiglia, i ricordi di un secolo ormai perduto ma che si attua nuovamente, ogni volta in cui i commensali si riuniscono attorno al tavolo.

Ernest Hemingway, Festa mobile (Mondadori)
Dopo tanti libri dedicati al cibo, uno – particolarissimo – dedicato alla fame. Perché chi meglio di uno scrittore irruento e spiantato sa cosa siano i morsi del digiuno forzato? Festa mobile è il libro di Hemingway che uscì postumo e racconta i soggiorni parigini dello scrittore fra gli anni Venti e Trenta. Ancora un reporter e autore di racconti esordiente, il giovane Ernest viveva della generosità di alcune benefattrici (la libraria Sylvia Beach o la collega Gertrude Stein, fra tutti); quando però riusciva a piazzare un racconto, allora si godeva il cibo lussurioso dei café di Saint Germain de Près o del Pantheon: ostriche fresche, cervelas, patate al burro e ovviamente tanto alcool. Ma era soprattutto la fame a essere per l’Hemingway di quegli anni «ottima disciplina». Il suo rimedio per combatterla era quello di andare a vedere gli impressionisti, allora collocati al Musée du Luxembourg: «Imparai a capire Cézanne molto meglio e a vedere precisamente come faceva i paesaggi, quando avevo fame». Perché scrivere e leggere di cibo è un’esperienza straordinaria, ma sicuramente la si apprezza ancora di più a stomaco pieno.

Credit Immagine di copertina: 150UP

Paolo Armelli

Freelance contributor, scrive di libri e cultura pop.