POP CULTURE

Il fenomeno delle boy band anni ’90 e ’00 spiegato al prossimo millennio

Dai Take That agli One Direction, fenomenologia del movimento

Daniele Biaggi

È il 3008 d.C., e durante un’ipotetica chiacchierata tra amici fatta davanti a un calice di vino prodotto dai vigneti di Marte e alghe disidratate al forno, qualcuno d’improvviso chiede qualche delucidazione sulle boy band. La proprietà di linguaggio degli interlocutori, siamo certi, non sarebbe tanto diversa da quella che avremmo noi oggi nel parlare della piramide sociale Fenicia dopo aver bevuto un bicchiere di Falanghina di troppo. Eppure, la domanda buttata casualmente sul tavolo di un futuro lontano rimane, e scotta pure un po’… perché, diciamocelo, pure noi non sappiamo esattamente cos’abbiano rappresentato per la nostra generazione le boy band degli anni ’90 e ’00.

Premessa: esiste oggi una boy band che faccia battere i cuori delle ragazzine? Quasi certamente no, ma questo non è il referto di un medico legale e nessuno deve stabilire l’ora del decesso del movimento, per lo meno in Europa e Stati Uniti: in Asia esso pare infatti ancora vivo e in buona salute, alimentato da un’industria capace di sfornare nuove meteore k-pop a una velocità impressionante.

Rimanendo nel perimetro occidentale,  la prima questione da affrontare è cosa differenzi una boy band da altre composizioni maschili che già esistevano da decenni, e la risposta è la premeditazione, ovvero il lavoro di produttori e addetti ai lavori con la finalità precisa di proporre un prodotto musicale confezionato ad hoc per un certo tipo di pubblico, fatto di orde di ragazzine (e ragazzini) con le prime scalmane ormonali, desiderose di un immaginario che andasse a popolare le pareti di casa con poster prima, gli sfondi per il Motorola RAZR poi, e le bacheche di Facebook e Instagram in ultima istanza. L’obiettivo delle boy band – o di chi ci stava dietro – era vendere un sogno che non fosse prettamente musicale, ma immaginifico, simbolico. L’immagine, la forma prevalevano sistematicamente sul contenuto, e questo ha legittimato negli anni versi come «I don't know if this makes sense, but you're my hallelujah / Give me a time and place, and I'll rendezvous, and I'll fly you to it».(As long as you love me, Backstreet Boys). 

Backstreet Boys / Getty Images

Da un punto di vista macroscopico è piuttosto semplice rintracciare stilemi comuni nelle storie e nelle composizioni di questi gruppi: precursori sono stati Wham!, Duran Duran e Spandau Ballet, ma erano gli anni ‘80 e lo strato di fondotinta di George Michael e Simon Le Bon nascondeva ancora l’urgenza di dire qualcosa. Con gli anni ’90 la necessità di aggiungere quel qualcosa in più è passata. Il movimento, che ha avuto il suo battesimo in UK, è stato importato negli Stati Uniti con il medesimo successo: East17, Ultra, New Kids on the Block e Boyz II Men, Take That hanno aperto la strada a Backstreet Boys, NSYNC, Five, Boyzone, Westlife e Blue, fino ad arrivare agli One Direction. Anche loro britannici, a chiudere il cerchio là dove si era aperto. Una vera e propria industria di prodotti preconfezionati sulle mode del tempo, diventati il feticcio d’intere generazioni. Decine di ragazze hanno sognato e fantasticato su quei personaggi, non diversamente da quanto qualche decina di anni prima si facesse con i protagonisti dei fotoromanzi, o un secolo prima sui libri – la borghesia – e la vita di paese – il popolo.

Tutte sembrano il prodotto generato da una major discografica conscia di come questi meccanismi abbiano sempre funzionato troppo bene per non gettare in pasto a ogni generazione la propria boy band da osannare e divinizzare.

E siccome di narrazione si parla, è corretto rintracciare il ruolo che ciascuno dei componenti ricopriva, elemento fondante di tutte le narrazioni-boybandil bravo ragazzo della porta accanto (Nick Carter, Lee Ryan, Justin Timberlake) con un look pulito e delicato; lo scapestrato problematico (Robbie Williams, Zayn Malikk, Alexander James McLean) riconoscibile per i tatuaggi, i piercing e i problemi di droga o ansia da superare; quello tentato dalla carriera solista (Robbie William, Justin Timberlake – ancora loro! –, Kevin Richardson), protagonista di copertine e causa di patemi per le fan; quello tacciato di omosessualità (Lee Ryan, Harry Styles, Lance Bass), il più effeminato e originale del gruppo; e quelli che, a distanza di anni, il coming out lo hanno fatto davvero (Lee Ryan, Duncan James, Lance Bass). E si potrebbe proseguire su questa linea quasi all’infinito, proponendo una mappatura delle narrazioni-boyband come moderni schemi di Propp.

East 17 / Getty Images

Da tale prospettiva i ruoli si mostrano per quello che sono sempre stati nella loro natura: potenzialmente intercambiabili – Lee Ryan avremmo potuto trovarlo nei Westlife, così come Harry Styles non sembra troppo distante dal Nick Carter dei Backstreet Boys e così via.  Tutti sembrano il prodotto generato da una major discografica ben conscia di come questi meccanismi abbiano sempre funzionato troppo bene, per non gettare in pasto a ogni generazione la propria boy band da osannare e divinizzare. Un culto in cui un pantheon si è sostituito all’altro senza soluzione di continuità, in una sovrapposizione che ancora oggi può essere ridotta ai minimi termini: ricordiamo il biondo (tanto uno biondo c’era sempre), ricordiamo il bulletto, il problematico e così via, e nessuna di queste boy band si è dimostrata tanto originale e indispensabile per la storia della musica da sopravvivere al passare dei tempi. Tutte sono state importanti fintanto che non sono state sostituite da quella successiva, più fresca, alla moda e giovane. L’importante è che l’immaginario delle generazioni cresciute senza social network, con la televisione e i suoi protagonisti fosse coltivato.

Il modello di base si fonda sul team, archetipo e prototipo, con le sue dinamiche, gli scontri, i gossip e – ancora una volta – le narrazioni che vi ruotano intorno, non sul singolo: nelle carriere dei cantanti solisti è la loro unicità a preservarli (il timbro di voce, lo stile musicale, il personaggio che si cuciono addosso), ma per le boy band è valevole il principio opposto: a permetterne la sopravvivenza è l’essere sempre uguali a se stesse e non cambiare, a non distaccarsi troppo dai modelli di riferimento. Pena la perdita della propria natura e ragion d’essere, quindi dei fedeli che a quel punto coltiverebbero le proprie idealizzazioni e pulsioni su altri modelli più rassicuranti, simili a un format conosciuto ma paradossalmente più nuovo e al pari con le mode del tempo. Non è un caso che nessuno di questi gruppi sia sopravvissuto alla defezione di uno dei propri componenti. Sono i componenti più talentuosi di quegli stessi gruppi, nella loro unicità, nell’essersi creati un personaggio al di fuori di quel modello preconfezionato, a essersi garantiti una carriera duratura e di successo. Da Robbie Williams a Justin Timberlake fino ad arrivare a Harry Styles, se la storia ci darà ragione.  

Take That / Getty Images

A quale fine è destinata questa narrazione culturale? Difficile dirlo: domani uno dei tanti talent show potrebbe sfornare il suo ennesimo prodotto, e proprio un talent ha generato gli One Direction
L’unica certezza è che un certo tipo di format narrativo, proprio perché specchio dei tempi in cui viviamo, non ha più ragion d’essere: salvo rarissime eccezioni – Boyz II Men e un componente dei Blue – le boy band sono sempre state composte da ragazzi bianchi caucasici
In parte la ragione di tutto questo può essere rintracciata nella storia dei generi musicali: la comunità black è più legata all’hip hop, al soul, al jazz, al rap e al funk, meno al pop e al rock. Negli anni ’80 e ’90 erano pochissimi i nomi black dell’empireo pop, e tra loro spiccavano Tina Turner, Michael e Janet Jackson. 

Senza scomodare argomenti storico-antropologici, nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una rivoluzione socio-culturale di eccezionale portata, culminata sia a livello politico – l’elezione di Barack Obama – che musicale, delineando un panorama in cui Beyoncé, Rihanna, Nicky Minaj, Bruno Mars la fanno da padroni. È cambiata la società in cui viviamo ed è cambiata la musica che ascoltiamo – o, meglio, le sue voci – e un certo tipo di formazione total white anni ’90 risulterebbe oggi disforica e anacronistica. Non è un caso, infatti, che gli ultimi nati in linea temporale, gli One Direction, avessero un componete di origini arabe al proprio interno, perché non è più neppure una questione di bianchi e neri, ma di diversity e integrazione. Se la natura delle boy band è di fungere da modello e aspirazione per ragazzini e ragazzine, questa mimesi nel 2017 (e in futuro) è inverosimile possa avvenire se non superando stereotipi e pregiudizi di cui il movimento – consciamente o inconsciamente – si è fatto portatore nei decenni passati. 

NSYNC / Getty Images

Citando a sproposito una canzone che non c’entra nulla con questo discorso, c’è da chiedersi cosa resterà (e cosa resti tuttora) del fenomeno capitanato da Mark Owen, Nick Carter, Donnie Whalberg e soci. Perché una cosa va riconosciuta: nel corso degli anni, questa fucina ha prodotto un modello di stile che rimarrà negli annali di storia del costume. Innanzitutto, una quantità senza senso di gel per capelli è stata venduta agli adolescenti di tutto il mondo, desiderosi di emulare le capigliature scintillanti e “granitiche” di Justin Timberlake e compagni, con l‘unico effetto di garantire, al massimo, una poco gradita calvizie precoce.

Ma non è soltanto una questione tricologica. I jeans ad altezza sedere, le t-shirt a mezza manica sopra alle maglie a manica lunga, gli outfit immacolati da gelataio evaso dalla provincia, i polsini (qualcuno ci spieghi a cosa servivano i polsini!), le camicie oversize lasciate aperte, le salopette da finto metalmeccanico sono infatti solo alcuni dei fashion crime di cui è colpevole il movimento. Per non parlare dei look coordinati tra i vari membri durante serate ed esibizioni: qui però ci sarebbe da aprire un capitolo a parte, e non è nostra intenzione infilarci nel tunnel del revisionismo storico.
Vero è che ognuno di noi custodisce nelle proprie camerette i poster e gli adesivi di Cioè e Top Girl, fossilizzati su mobili e pareti a ricordarci chi avremmo voluto essere, ma soprattutto chi ci saremmo voluti fare. Inutile vergognarsi: quello che siamo oggi, passa anche da quello che abbiamo visto e vissuto all’epoca. Hey girl I know the situation changed / And so much is new but something in my life / Remains the same.

E ora volete conoscere il perfetto identikit delle boy band anni '90 e '00, guardate il video!

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Credit immagine di copertina: Getty Images

Daniele Biaggi

Giornalista freelance e media content creator