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8 scrittrici femministe che non potete non conoscere

Chi sono le autrici che hanno fatto grande il movimento per i diritti delle donne

Paolo Armelli

Nell’epoca di Trump, dei rigurgiti machisti, dell’ancora diffusa violazione del corpo delle donne e, in generale, di svariati tentativi reazionari per quanto riguarda i diritti civili, più che mai si sente l’esigenza di un ritorno alle salde difese del femminismo. Tutta una nuova generazione di scrittrici, da Lena Dunham a Chimamanda Ngozi Adichie, passando per la poetessa “social” Rupi Kaur e l’attivista Zadie Smith, sta levando la propria voce per ispirare le ragazze e le donne che crescono e lottano in questi anni.
Ma il femminismo, dalle suffragette di inizio Novecento in poi, ha una tradizione illustre di grandi autrici che hanno fatto grande il movimento per i diritti delle donne, ognuna con il proprio stile, le proprie convinzioni e il proprio modo di essere. Perché se è vero che ogni epoca ha i suoi profeti (o, meglio, le sue profetesse) non bisogna mai dimenticare il percorso sofferto e suggestivo che ha portato fino alle libertà che ancora oggi difendiamo strenuamente.

Virginia Woolf
«Mi azzardo a immaginare che quell’Anonimo, che ha scritto così tante poesie senza firmarle, molto spesso fosse una donna» 

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Sebbene non abbia mai aderito formalmente ai primi movimenti per i diritti delle donne in Inghilterra, nel suo stile controcorrente Virginia Woolf divenne fin dalle prime opere una sostenitrice della causa femminista. Grazie ai personaggi dei suoi romanzi, da Clarissa Dalloway de La signora Dalloway (1925) alla Lily Briscoe di Al faro (1927) per non parlare del cangiante Orlando (1928), diede voce a figure femminili oppresse da una società castrante, ma che trovavano nella propria coscienza e nel proprio animo creativo un territorio di riscatto.
Fu però soprattutto con i due saggi Una stanza tutta per sé (1929) e Tre ghinee (1938) che Woolf formalizzò il suo impegno per ribadire quanto le donne nella storia siano state vituperate senza veder riconosciuto ciò che spettava loro: nel primo sottolinea le difficoltà per le donne di intraprendere una carriera artistica a causa di stringenti motivi economici (basterebbe una stanza in cui poter scrivere, afferma); nel secondo si interroga sul contrasto fra l’impegno privato delle donne e l’impossibilità di farsi sentire in un discorso pubblico, sempre dominato dagli uomini.

Sibilla Aleramo
«Non so se sono stata donna, non so se sono stata spirito. Son stata amore»

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Quando la famiglia di Sibilla Aleramo (nata Rina Faccio) si trasferì nel 1887 da Milano a Civitanova Marche, per lei fu impossibile continuare gli studi dopo le elementari: iniziò dunque un alacre percorso da autodidatta che la portò in seguito ad essere una delle più rivoluzionarie e indipendenti intellettuali italiane, in un periodo, quello a cavallo fra le due guerre mondiali, ancora fortemente dominato dagli uomini.
Violentata da un operaio della fabbrica del padre e costretta con lui a un matrimonio riparatore, raccontò la storia di quell’unione aberrante in Una donna (1906), tradotto in tutto il mondo. Fuggita a Roma e poi di nuovo a Milano, continuò ad affermarsi come libera pensatrice, impegnata per il diritto al voto femminile e contro la prostituzione, coinvolta anche in una relazione lesbica assolutamente inedita per l’epoca (raccontata nel romanzo Il passaggio, 1919). La sua vita amorosa estremamente libera (celebre è il suo rapporto con Dino Campana) e le sue idee progressiste la rendono di diritto uno degli esempi più lampanti del femminismo artistico italiano.

Simone de Beauvoir
«Non si nasce donne: lo si diventa» 

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Scrittrice, filosofa esistenzialista ma soprattutto femminista: ricordata soprattutto per il suo saggio del 1949 Il secondo sesso, Simone de Beauvoir si interroga sui fattori sociali che portano alla definizione delle categorie di genere, fermamente convinta che, oltre al sesso biologico, occorra tenere in considerazione le costruzioni storico-culturali in cui gli individui sono immersi fin dalla loro nascita.
In questa e altre opere, Beauvoir si è scagliata contro la sovrastruttura sociale del patriarcato, ribadendo come storicamente gli uomini abbiano sempre dipinto la donna come l’«Altro», ovvero un’entità descritta talvolta come misteriosa, altre come naturalmente sottomessa, ma comunque stabilendo una rigida gerarchia valoriale che sfociava immancabilmente nell’oppressione fatta di stereotipi usati come scuse per assoggettare le donne.

Gloria Steinem
«Una femminista è chiunque riconosca l’uguaglianza e la totale umanità delle donne e degli uomini» 

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Giornalista e attivista americana, Gloria Steinem è riconosciuta come una delle portavoce più rappresentative del femminismo degli anni Sessanta e Settanta. Contraccezione, aborto («Chi disse che, se gli uomini potessero rimanere incinta, l’aborto sarebbe un sacramento aveva perfettamente ragione», ha dichiarato), mutilazione genitale, sfruttamento sessuale del corpo femminile: nei suoi numerosi articoli e nel magazine Ms. fondato nel 1972 si occupò di questi e molti altri argomenti.
Ma l’impegno multiforme di Steinem, anche a favore delle comunità afroamericane o dei movimenti pacifisti contro la guerra del Vietnam e altri conflitti, dimostrò come il percorso femminista si sia sempre intrecciato con tutte le altre rivendicazioni di diritti e riconoscimenti da parte dei più deboli e degli oppressi. 

Maya Angelou
«Puoi cancellarmi dalla storia / Con le tue aspre, distorte bugie, / Puoi buttarmi già nello sporco / Ma io, come polvere, mi rialzerò» 

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Quando, nel maggio 2014 si diffuse la notizia della morte di Maya Angelou il mondo della cultura ne fu sensibilmente scosso; dimostrazioni di affetto e cordoglio vennero però soprattutto da personalità di spicco dello spettacolo, in particolare afroamericane (come ad esempio Beyoncé e Rihanna), a dimostrazione di quanto fosse stato grande l’impatto di questa poetessa e attivista nel forgiare una nuova, giovane generazione di donne consapevoli e liberate.
Con un passato alle spalle di svariate occupazioni (lavorò in un night club ma fu anche inviata in Ghana ed Etiopia a seguire i processi di decolonizzazione), Angelou lavorò a stretto contatto con Malcom X e Martin Luther King nei movimenti per i diritti civili. Nella sua vita ha pubblicato numerosi romanzi, autobiografie e raccolte di poesie in cui riflette su identità, eredità della cultura africana, senso di prigionia avvertito dalle donne, soprattutto afroamericane. Le sue poesie, in particolare, modulano nei ritmi classici dell’oralità africana la pulsione irrefrenabile verso la libertà e l’autodeterminazione.

Doris Lessing
«Troppo spesso le donne vengono cancellate dalla memoria, e quindi dalla storia» 

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Nata in Iran, ma cresciuta per molto tempo in Zimbabwe, Doris Lessing, premio Nobel nel 2007, aderì a parecchie cause nella propria vita: si batté contro l’apartheid e contro gli armamenti nucleari, fu convintamente comunista (almeno fino ai fatti di Ungheria nel 1956) e si può sicuramente definire femminista, seppur atipica. Controverso infatti è il suo giudizio su alcune frange più radicali e intransigenti del movimento degli anni Sessanta.
In particolare una sua opera, Il taccuino d’oro del 1962, rappresenta in modo esaustivo l’ampiezza inclusiva del suo orizzonte ideologico: nel romanzo la protagonista Anna Wulf racchiude in sé il modello di un nuovo tipo di donna liberata, rivoluzionaria ma anche contraddittoria, il cui pegno da pagare nella lotta contro l’oppressione maschile è l’alienazione.  

Margaret Atwood
«Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro. Le donne che gli uomini le uccidano» 

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Questo è stato sicuramente l’anno di The Handmaid’s Tale: la serie tv di Hulu, da noi in onda su TimVision, racconta di un mondo distopico in cui le donne fertili perdono ogni diritto civile e vengono usate come strumenti di riproduzione forzata. È un adattamento del grande (e da noi per troppo tempo dimenticato) romanzo di Margaret Atwood Il racconto dell’ancella (1985), che racconta sì un futuro distorto, ma che per molti aspetti non troppo lontano dalla realtà di oggi.
Nella sua attività di scrittrice, giornalista e docente universitaria, Atwood si è impegnata in svariati modi per nutrire il dialogo attorno alle questioni femminili: nei suoi romanzi ha infatti spesso dipinto protagoniste femminili oppresse dal patriarcato. E in risposta a chi le faceva notare che molte delle sue storie prendono spunti da generi non realisti ha sempre messo in guardia: «Non si tratta di fantascienza con mostri e navi spaziali; la mia è una narrativa di riflessione, certe cose potrebbero accadere davvero».

Toni Morrison
«Mi pare che il mio mondo non sia più limitato perché sono una scrittrice donna e di colore. Anzi, è diventato più grande» 

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Premio Pulitzer nel 1988 e Nobel per la letteratura nel 1993, Toni Morrison è una delle più grandi scrittrici afroamericane degli ultimi decenni. Ancor prima di intraprendere una sua carriera letteraria, contribuì in qualità di editor a diffondere scritti di autori africani e americani di colore come Chinau Achebe, Athol Fugard, Angela Davis e Muhammed Alì. I romanzi che scrisse in seguito, come gli struggenti Sula, Canto di Salomone e Amatissima, trattano in modi diversi i temi della schiavitù, dell’oppressione e della convivenza.
L’istanza femminista di Morrison è intrinsecamente legata alle sue origini culturali (nel 1998 motivò il fatto di non definirsi espressamente una femminista affermando che: «Per poter esser il più possibile libera non posso prendere posizioni che siano chiuse»). La sua idea è dunque non quella di un matriarcato opposto a un patriarcato, ma quella di un’umanità che si ritrova unita contro qualsiasi forza che voglia limitare la libertà degli individui, di qualsiasi sesso, razza o natura essi siano.

Credit immagine di copertina. Getty Images

Paolo Armelli

Freelance contributor, scrive di libri e cultura pop.