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4 motivi per cui Virginia Woolf è un modello di donna contemporanea

Un’icona femminile suggestiva e complessa anche a 150 anni di distanza dalla sua nascita

Paolo Armelli

Quante cose sappiamo di Virginia Woolf? A parte che alle sue opere più famose, come Al faro o La signora Dalloway, la maggior parte delle persone la lega a due informazioni: il tragico suicidio avvenuto nel fiume Ouse nel marzo 1941 e la sua carriera di pensatrice femminista. Eppure la scrittrice inglese fu molto più di questo e la sua vita è un manifesto complesso e tridimensionale, spesso anche contraddittorio, che si divide fra la sperimentazione letteraria, l’impegno civile e l’infusione nei suoi scritti di tutta la sua personalità e gli alti e bassi della sua vita.

E andando a scavare più a fondo nell’esistenza e nelle opere di questa autrice che sicuramente ha precorso i tempi, si possono anche scoprire numerose sfaccettature che ce la ripropongono, a distanza di quasi 150 anni, come un’icona femminile estremamente attuale e suggestiva anche oggi. Lei si sentì costantemente un’outsider nella sua epoca, in cui venne molto criticata e spesso poco compresa. Forse anche perché la sua capacità di intravedere la mentalità più profonda delle persone, e anche la sua interpretazione quasi dolente del sentimento dei suoi tempi, la resero uno spirito proiettato verso il futuro. Tanto che anche oggi possiamo guardare indietro al suo esempio e considerarla per molti aspetti come un modello di donna assolutamente contemporanea.

Wikimedia Commons / Virginia Woolf e il marito Leonard Woolf, nel 1912

Fu un’imprenditrice
Nata il 25 gennaio 1882 da Leslie Stephen, storico e critico letterario molto noto nei circoli culturali londinesi, e da Julie Jackson, modella per famosi pittori dell’epoca, Virginia Woolf visse un’esistenza di relativa agiatezza, anche se la sua giovinezza fu segnata da numerosi lutti che la resero completamente orfana a sedici anni. Visse poi con i fratelli e la sorella Vanessa nella casa di Bloomsbury, dove animarono l’omonimo circolo culturale, e non ebbe grandi preoccupazioni economiche finché non sposò il letterato Leonard Woolf, di origini più umili e (cosa piuttosto inaudita all’epoca) ebreo.

Pochi anni dopo il loro matrimonio, Leonard e Virginia si trasferirono a Rodmell, nella campagna del Sussex, e nella loro residenza chiamata Monk’s House decisero di aprire una casa editrice, la Hogarth Press. Quello fu un modo per tenere occupata Woolf, che in quegli anni aveva avuto un forte crollo psicologico e tentò anche il suicidio; ma fu, inoltre, un tentativo di affermare il proprio status di intellettuale che non agisce solo nella dimensione astratta della cultura ma anche in quella concreta della pubblicazione editoriale. Durante questi anni di alacre attività, i coniugi Woolf pubblicarono diversi autori d’eccezione, come T.S. Eliot e John Middleton Murry, nonché numerose opere legate alla psicanalisi e traduzioni di famosi romanzi russi.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Einaudi

Non badava al giudizio degli altri
Fu una delle autrici più prolifiche della sua epoca, in un momento in cui la cultura era ancora dominata quasi esclusivamente da maschi. Sposò uno scrittore ebreo quando i sentimenti di antisemitismo si stavano spandendo a macchia d’olio in tutta Europa e in particolare in Gran Bretagna. Si oppose alla prima guerra mondiale quando molti intellettuali erano decisamente interventisti. Fu sempre schierata a favore dei diritti delle donne e appoggiò, anche se in modo più indiretto, i movimenti socialisti a favore di una maggiore partecipazione delle classi proletaria alla vita politica. Sfidò le convenzioni morali e letterarie parlando di argomenti tabù, come l’interiorità femminile e i problemi matrimoniali, oltre che mentali.

Soprattutto nelle sue due opere di non-fiction, Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee, Woolf sfidò l’opinione pubblica invocando una giusta rappresentazione sociale per le donne che dovevano avere la libertà e le opportunità di trovarsi un lavoro, esprimersi creativamente ed avere una vita pubblica, indipendentemente dal loro legarsi o meno a un uomo. Infine, creò la figura di Anon (la sua opera più misteriosa) a sommare tutte quelle donne che nella storia si erano viste negate un nome e un’identità. Insomma, non si può dire di certo che avesse timore a sfidare il giudizio comune.

Virginia Woolf, La signora Dalloway, Einaudi

Voleva parlare delle donne reali
Curiosa e attenta osservatrice della realtà che le stava intorno, al limite di una leggera propensione al pettegolezzo, Woolf fu interessata in particolare alla dimensione della donna. Fino ad allora la letteratura aveva proposto personaggi femminili che si dividevano fra la figura dell’angelo del focolare, devoto e impeccabile, e quello della donna caduta in disgrazia, messa a dura prova dalla vita e quindi gettata nel peccato. Al di là di questi stereotipi, Woolf si impegnò a indagare il non detto e il mondo interiore di quelle donne, apparentemente integre, che presentavano dentro di sé indicibili fratture.

Le incertezze sul proprio aspetto fisico e sulla “presentabilità”, i dubbi sulla solidità delle relazioni umane, il frantumarsi delle certezze e del mondo sono temi ricorrenti nei suoi romanzi e nei suoi scritti. E proprio su quella mancata corrispondenza fra l’intensità interiore e l’espressione esteriore, sempre imperfetta e riduttiva, l’autrice scava con convinzione proponendo modelli di donne, come Clarissa Dalloway, la signora Ramsay o Katharine Hilbery, molto lontane dall’essere perfette eppure reali, sfaccettate, intriganti e a loro modo rivoluzionarie.

L' attrice Tilda Swinton in una scena del film Orlando, di Sally Potter, 1992

Si rifiutava etichettare la sessualità
Gran parte della carica rivoluzionaria di Virginia Woolf le viene anche dal modo che aveva di intendere l’identità e la sessualità. Attratta sia psicologicamente e a volte anche sessualmente da numerose donne forti che incontrò durante la sua vita (e in particolare da colei che fu, Leonard a parte, il suo più grande amore: Vita Sackville-West), la scrittrice sfuggì ancora una volta alle etichette e alle convenzioni dell’epoca. Woolf pensava alla coscienza umana e a tutte le espressioni come un’entità fluida e in divenire, anticipando di molto le più moderne teorie sull’identità sessuale.

In una lettera scritta all’incirca negli anni in cui pubblicò Le tre ghinee, Woolf definì il sesso come un elemento soffocato dalle norme e dalle definizioni sociali e anche l’identità sessuale come qualcosa che, privata della sua libertà, può generare violenza e dolore. Non c’è neanche bisogno di menzionare poi Orlando, forse il suo romanzo più immaginifico, dove il giovane nobile del titolo attraversa le epoche cambiando continuamente cultura, abitudini e perfino sesso. Un’apertura mentale, quella di Virginia Woolf, che dovrebbe essere il faro anche di ogni pensiero femminile contemporaneo. 

Credit  immagine di copertina: Wikimedia Commons

Paolo Armelli

Freelance contributor, scrive di libri e cultura pop.