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Le parole da non dire: un ricordo di Alda Merini, la poetessa e la follia

La scrittrice milanese nasceva oggi 87 anni fa

Andrea Perticaroli

Alda Merini è stata pioniera di quel genere che oggi definiremmo poesia drammatica anche se, per la scrittrice, le parole tutte rappresentavano più semplicemente un’àncora di salvezza. Alda, prima di donna, mamma, scrittrice e poetessa è stata  anche una persona affetta da un dramma, una patologia psichiatrica tale da farle vivere la durissima realtà degli—oggi fortunatamente chiusi—manicomiDal dramma, talvolta, non nasce niente e invece Alda Merini fu capace di scovarvi addirittura della bellezza: quella di essere vivi

Alda nasce 87 anni fa, a Milano. E come tanti di noi, conduce un’infanzia tranquilla, fatta di sere ad aspettare che il padre tornasse da lavoro, con gli occhi fissi sulla porta assieme a quelli delle sue due sorelle e della madre casalinga. E anche, come molti di noi (e paradossalmente) venne rifiutata dal Liceo Manzoni per non aver superato la prova di italiano e non poté continuare gli studi; pensare che, a distanza di pochissimi anni, sarebbe stata studiata in quello stesso istituto da cui era stata respinta.

Poi la malattia, la bestia, l’ombra: il bipolarismo. Alda era ancora una donna giovane, appena sposata e con due figlie piccolissime quando venne forzatamente internata nel manicomio Paolo Pini di Milano. All’epoca, ogni turba mentale—di maggiore o minore entità—veniva indistintamente inserita nell’ambito della "pazzia" e per questo, automaticamente, si diventava pazienti di un istituto psichiatrico.
Così sanciva la legge n°36 del 1904 "Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé e agli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché dai manicomi". 

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E Alda non era un pericolo per gli altri, forse solo per sé, ma come ripeteva lei stessa spesso, "gli uomini decidono sulle donne"
Grazie anche ai suoi scritti, su questa forzata permanenza, si è venuti a conoscenza delle terribili e alienanti prassi cui venivano sottoposti i malati: vessazioni fisiche, maltrattamenti, quantità di pillole tali da spersonalizzare e annientare ogni facoltà percettiva, il personale medico che faceva della violenza becera, la normalità.
Alda finì per accettare come "casa" proprio quell'istituto, il Pini, in cui venne sottoposta a ben 46 elettroshock: nessun familiare l’andava a trovare, tantomeno suo marito, per il quale scrisse:

Non avessi sperato in te
e nel fatto che non sei un poeta
di solo amore
tu che continui a dirmi
che verrai domani
e non capisci che per me
il domani è già passato

Per lei, tutto quello che era al di fuori di quelle mura era diventato niente, un niente che avvertiva sottopelle. La società la vedeva come un rifiuto da scartare, da nascondere sotto a una coltre di polvere, da catalogare sotto alla voce "vergogna".
E se inizialmente questa sorta di prigionia legalizzata era stata vissuta con spaesamento
e frustrazione, in un secondo momento subentrò l’accettazione e un riflesso nel quale Alda poteva riconoscersi. Nell’essere diversa, nell’essere oltre:

Non voglio dare in pasto
i miei smarrimenti
a nessuno

Per Alda la malattia non era mai esistita perché era parte integrante del suo essere, così come ognuno riconosce le proprie peculiarità, i propri pregi o difetti. Esistevano le medicine, le scosse alle tempie, l’abbandono, la solitudine, la fine di un amore, ma tutto ciò non significò mai la morte di se stessa.
Uscendo dal manicomio, Alda tentò invano di riallacciare i rapporti e costruirsi una nuova rete d’affetti. Ma aveva finito per constatare che il peggior manicomio era quello che iniziava una volta varcata la porta d’uscita del Paolo Pini .

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"Il vero inferno è fuori, qui a contatto degli altri, che ti giudicano, ti criticano e non ti amano". Dalla sua intensa storia, Alda ci ha lasciato uno dei più grandi insegnamenti: non tutte le parole possono isolare perfettamente una sensazione, un sentimento. Ci sono cose che possiamo solo e unicamente avvertire e, spesso, sono tutte quelle parole che rimangono in gola e che non pronunciamo.

Mi piace
chi sceglie con cura
le parole
da non dire

E anche a noi Alda.
Anche tutte quelle che non hai mai detto. 

Andrea Perticaroli

«Parto già sconfitto, ma almeno ho il soffritto».