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"Atlante delle emozioni umane", ovvero 156 emozioni che avete provato senza saperlo

Nell’universalità di ciò che proviamo ci riscopriamo uguali

Daniele Biaggi

Iktsuarpork (si pronuncia it-so-ar-pok), per gli inuit, è il senso d’irrequietezza dovuto all’attesa di una visita: uno sguardo oltre i vetri della finestra, tendere l’orecchio per l’impressione di aver sentito avvicinarsi un’automobile nel vialetto, o scrutare l’orizzonte per osservare se qualcosa si muove nella nostra direzione. Nel 2018, Iktsuarpork è l’attesa di un messaggio, una mail, una doppia spunta blu su Whatsapp, e rappresenta più in generale la tensione di stabilire un contatto umano in un mondo che ci ha destinati all’isolamento.

Non c’è altro modo per esprimere la sensazione, ed è proprio da questa consapevolezza, dalla presa di coscienza che esistono parole straordinarie nel mondo per perimetrare e definire le emozioni più disparate, che è nato l’Atlante delle emozioni umane, pubblicato in Italia da UTET e firmato da Tiffany Watt Smith.

Non si tratta di una semplice raccolta, ma un lavoro critico che affronta le emozioni attraverso il linguaggio, secondo un percorso che è storico, antropologico, etnografico e culturale, toccando musica, scienza, arte e più in generale i campi della vita umana.

È un dizionario che dona dignità di esistenza alle emozioni, tanto più a quelle sensazioni, quei moti dell’anima che non hanno un rimando diretto in una determinata lingua, ma possono averlo in altre. Prendiamo per esempio quella sensazione di disagio misto a godimento nel vedere il fallimento di qualcuno che in televisione stona cantando una canzone. È terribile, ci imbarazza, vorremmo girare, ma alla fine rimaniamo incollati a subire l’umiliazione. Quel sentimento è la verguenza ajena spagnola, la fremdschamen tedesca, la myotahapea (vergogna condivisa) finlanedese. In italiano non c’è equivalente, servirebbe una perifrasi per delineare il concetto. 

Tiffany Watt Smith, "Atlante delle emozioni umane", UTET

Come ogni dizionario che si rispetti, è organizzato seguendo l’ordine alfabetico: si va dalla A di Abhiman, termine che compare per la prima volta nei Veda induisti – testi sacri risalenti a migliaia di anni fa – a indicare il dolore e la rabbia dignitosi che ci suscita il tradimento di una persona amata o dalla quale ci aspettiamo di ricevere gentilezza, fino alla Z di Zal (si pronuncia giàl), idioma polacco che definisce la malinconia provocata da una perdita irreparabile.

Nel mezzo, tra rimandi ai vari campi della cultura, trovano spazio parole pregne di significato: Pronoia, la strana inquietante sensazione che tutti vogliano farci del bene, la Cybercondria (questa l’abbiamo provata davvero tutti) derivante dagli pseudo sintomi di una pseudo malattia che abbiamo “scoperto” di avere su internet, Brabant, ovvero la tentazione di pensare cosa sarebbe potuto succedere se solo avessimo fatto qualcosa, descritta da Douglas Adams e John Lloyd come “il desiderio impellente di scoprire fino a che punto si può provocare qualcuno”, o Song, un piccolo torto vissuto come un’ingiustizia che lascia in eredità un risentimento cotto a fuoco lento.

Hywl (pronunciata U-il), che esprime l’esuberanza e l’eccitazione che abbiamo quando ci sentiamo spinti da una folata di vento

Il più grande merito di questo libro non è perciò il mero lavoro di raccolta, tuttavia notevole, ma la visione delle lingue (e dei sentimenti che quelle lingue possono esprimere) come coagulo organico che permette di riscoprirci uguali nelle emozioni – e quindi nella nostra humanitas che le ha generate - e solo accidentalmente separati dalle barriere linguistiche. Un vero e proprio manifesto di umanità ed empatia.

Ed è grazie a questa sensazione empatica universale che scopriamo esistere una parola gallese, Hywl (pronunciata U-il), che esprime l’esuberanza e l’eccitazione che abbiamo quando ci sentiamo spinti da una folata di vento. Ed è letteralmente il suono onomatopeico con cui la lingua gallese identifica le vele di una nave spinte dal turbinio delle brezze. Non è semplicemente entusiasmo, neppure euforia, è precisamente Hywl, e lo sappiamo perché tutti, almeno una volta, lo abbiamo provato

Cretid Immagine di copertina: 150UP

Daniele Biaggi

Giornalista freelance e media content creator