distorsione

Disturbi alimentari, anoressia, bulimia: le cattive compagnie

Il Dr. Ettore Corradi, Direttore del Dipartimento di Dietetica e Nutrizione Clinica dell’Ospedale Niguarda di Milano, ci spiega come riconoscere questi nemici

Aura Tiralongo

«Ho tutto sotto controllo, sono forte». Un pensiero che si intreccia a un senso di inadeguatezza che paralizza e spaventa. Il cibo diventa un’ossessione. Il corpo: qualcosa che deve rispondere ai comandi. I disturbi alimentari, dicono gli esperti, sono la punta di un iceberg profondo e complesso. A soffrirne sono soprattutto donne, a volte giovanissime. Ma le percentuali crescono anche nei maschi. Solo in Italia queste patologie riguardano 2,3 milioni di persone, ma forse sono di più: molti non si sono mai curati, e negano a loro stessi di avere un problema.

Guardiamo il problema da vicino: cosa sono i disturbi alimentari?
Innanzi tutto sono un sintomo. Vale a dire che nascondono sempre una situazione personale e culturale complessa. I disturbi più noti sono Anoressia nervosa, Bulimia e Binge Eating Disorder (Disturbo da Alimentazione Incontrollata): digiuni, pasti rigettati, o al contrario abbuffate ricorrenti, incontrollabili. Sono due facce della stessa medaglia, a cui si accompagnano vomito autoindotto, abuso di lassativi e diuretici, ritmi eccessivi nell’attività fisica. Ma ci sono anche forme meno violente, da non sottovalutare: sono sempre e comunque centrate su un’eccessiva attenzione all’assunzione di cibo e alle sue conseguenze sul corpo. Quindi anche il crudismo, il veganismo estremo, l’esclusione dalla dieta di intere categorie di alimenti, o qualsiasi altro “atteggiamento spaventato” nei confronti del cibo, deve essere considerato anomalo e potenzialmente pericoloso, soprattutto se queste scelte estreme non vengono discusse con un medico specialista. Le restrizione alimentare è spesso una falsa rassicurazione a problemi molto più radicati.

Diamo invece una rassicurazione vera: i disturbi alimentari si possono curare. Lo ribadiamo?
Sì, dai disturbi alimentari si può guarire. Ma si può anche morire, e questo va detto, perché volersi salvare è la prima spinta. È importante che questi problemi vengano riconosciuti sia dal malato che soprattutto da chi gli sta intorno, cosa che spesso non avviene. Chi ne soffre, infatti, di solito è in sintonia col suo disagio, non vede il suo problema e pensa che siano gli altri “a non capire”. Invece l’intervento precoce è fondamentale: il tempismo è il nostro primo alleato.

Che fare?
Ci si deve rivolgere a un centro specializzato multidisciplinare, perché il disturbo alimentare agisce a vari livelli, e a vari livelli deve essere affrontato: medico, psicologico, di rieducazione alimentare, familiare, sociale. Sono percorsi lunghi, possono durare anni. Passata l’emergenza il disturbo può “annidarsi” e riemergere, ma questo non vuol dire che sia incurabile. È molto importante che la persona sia consapevole del suo problema, sappia riconoscerne i sintomi, e abbia un solido punto di riferimento a cui rivolgersi ogni volta che sente qualche cedimento.

Qual è il disturbo alimentare più diffuso, e chi colpisce?
Il disturbo più diffuso è il Disturbo dell’Alimentazione Incontrollata, che è anche il meno conosciuto. Per quanto riguarda invece le Anoressie, negli ultimi anni, e soprattutto nelle ragazze più giovani, sono aumentate le anoressiche “digiunatrici”. Spesso il disturbo esordisce così, magari dopo una dieta. Queste patologie raggiungono il loro picco nelle ragazze fra i 14 e i 22 anni. Ma la forbice si sta aprendo sia verso il basso che verso l’alto, interessando giovani e donne dai 10 ai 50 anni.

Quali sono le cause di questi disturbi?
Le cause sono molte, e vanno sempre cercate nella storia della persona. Chi soffre di disturbi alimentari di solito ha una tendenza estrema al controllo della realtà, in risposta alla paura di non riuscire a gestire l’imponderabile, o le incertezze della vita adulta. La restrizione alimentare è legata alla ricerca di rassicurazione e al tentativo di autoaffermazione. Nei casi più gravi, più la persona è evidentemente malata, più pensa di aver raggiunto la perfezione: si sente una reginetta o assume un ruolo di leadership e distorce la propria percezione della realtà, proprio come distorce la percezione del proprio corpo. Sul web, ma anche durante i ricoveri, notiamo spesso questo tipo di dinamica.

Che ruolo hanno i social e il web in questi meccanismi?
Sono pericolosissime le pagine web “pro-ana” (pro anoressia) e “pro-mia” (pro bulimia), così come i gruppi Whatsapp
: funzionano come aggregatori e contribuiscono a diffondere e rinforzare comportamenti patologici. Le ragazze si danno degli obiettivi comuni, si incoraggiano a digiunare, condividono foto dei “risultati” e si sostengono a vicenda. Intervenire a colpi di legge non è semplice: i tempi sono lunghi e le pagine sono aperte da ragazze malate. Hanno un ruolo fondamentale i genitori, che devono saper dare un limite ai figli e riconoscere dei campanelli d’allarme.

Quali sono i campanelli d’allarme?
Ad esempio i comportamenti irregolari a tavola (spezzettamento dei cibi, esclusione di alimenti) e dopo i pasti (“fughe” in bagno). Attenzione anche all’iperattività, alla frequentazione eccessiva della palestra e all’interesse esasperato per corpo e cibo. Assolutamente da scoraggiare ogni tentativo da parte del ragazzo o della ragazza di sostituirsi a chi cucina o al ruolo di un genitore (il cosiddetto “accudimento invertito”): i ruoli familiari devono essere rispettati. C’è anche un altro aspetto, che molto raramente viene trattato: la rincorsa esasperata al risultato eccellente. Qualcosa che la nostra cultura, di solito, premia. E questo è deleterio, perché può rinforzare positivamente tratti del comportamento che nascondono una patologia.

Qual è il consiglio per abbattere il nemico?
Deve passare il messaggio che la vita è un viaggio per cui non esistono navi inaffondabili: il Titanic insegna. La cosa importante è sapere che c’è un porto sicuro per i momenti di tempesta, e farsi aiutare. Chi soffre di disturbi alimentari deve essere indirizzato a strutture specializzate che abbiano un approccio interdisciplinare, in cui mente e corpo siano presi in carico come aspetti in costante relazione e comunicazione. E ricordiamoci: forse non sapremo mai cosa sia davvero “la normalità”. Ma tanti anni fa il padre della psicanalisi Sigmund Freud diede un’indicazione che è utile tener presente: cosa distingue una persona “sana” da una “malata”? Il suo saper amare e saper lavorare.

Aura Tiralongo

Si occupa di giornalismo scientifico, insegna Semiotica presso la Iulm di Milano.