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Equal pay: tutto quello che le donne non possono dire

I dati sulle disparità di stipendio uomo-donna parlano chiaro, eppure alle donne viene ancora insegnato che parlare di soldi è “inelegante”. Con l’aiuto della sociologa Chiara Gius riflettiamo su 9 frasi nemiche dell’autonomia femminile

Aura Tiralongo

Esiste un’antica indicazione di bon ton secondo cui per il 50% della popolazione umana parlare di soldi è qualcosa di molto disdicevole, anche quando questo ha a che vedere con faccende di un certo rilievo come l’autonomia, la libertà, la capacità di scelta e di programmazione. Magari è anche per questo che le donne spesso non sanno come, non vogliono o non possono parlare apertamente del loro salario. O se lo fanno si sentono “uncomfortable”: fuori posto, a disagio. E forse ancora, è proprio per questo che esiste il gender pay gap, cioè le disparità di stipendio fra uomini e donne.

I dati parlano chiaro: le donne guadagnano in media il 23 per cento in meno dei colleghi maschi. Ce l’ha ricordato la consigliera delle Nazioni Unite Anuradha Seth nel gennaio scorso, aggiungendo: “È il più grande furto della storia”. Proprio in questi giorni il problema torna agli onori delle cronache grazie alla campagna di un gruppo di deputate britanniche, che ha lanciato la battaglia #PayMeToo per incoraggiare le donne a rivendicare i loro diritti in materia di avanzamento di carriera e di salario.

Il rapporto fra donne e denaro è ancora difficile, eppure come diceva uno dei padri dell’economia moderna: “l'importanza dei soldi deriva essenzialmente dall'essere un legame fra il presente e il futuro”. E allora, su quali tabù inciampa ancora il futuro delle donne? Ne parliamo con Chiara Gius, Sociologa al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. Prendendo come spunto alcune frasi o circostanze “tipiche” di una mentalità che forse dovrebbe cambiare.

1 - "Parlare di soldi fa brutto"    
"Banalizzando un po’, questa frase comunissima è analoga al principio delle signorine che ‘non dovrebbero dire parolacce’. Ci si attende che vengano rispettate alcune regole di comportamento, secondo cui la donna è tenuta a comportamenti ‘graziosi’, non a valutazioni di severa pratica. La conseguenza è che sotto queste pressioni le donne, rispetto ai maschi, sono meno abituate ed educate a pensare al valore di ciò che fanno. Anche e sopratutto in termini monetari."

Le donne rispetto agli uomini sono meno abituate ed educate a pensare al valore di ciò che fanno. Anche e soprattutto in termini monetari

2 - "Prima di chiedere di essere pagata, facci vedere che lavori con passione!"
"Anche se è tipica di ogni situazione di sfruttamento, è più probabile che questa frase sia rivolta a una donna che a un uomo. In generale, infatti, la donna è considerata più incline ad attività che non prevedono un corrispettivo economico proporzionale agli sforzi fatti e al tempo impiegato. È un’estensione del concetto di cura: lavorare in cambio di niente, o di poco, implica dedizione e sacrificio. Tutte qualità considerate femminili. Alla donna si attribuisce tradizionalmente ‘la passione’, intesa anche come slancio ma anche capacità di sopportazione. Questo retaggio vale anche nel lavoro. Mentre l’uomo deve ‘servire’ al progetto, cioè accrescere il suo valore, la donna spesso è ‘asservita’ al progetto: deve cioè permettere che il progetto prosegua, garantire sostegno e assistenza. È una differenza molto profonda del mondo in cui il lavoro femminile è considerato rispetto a quello maschile, che si riflette sulle retribuzioni e instilla nelle donne la convinzione che per essere apprezzate 'si debba fare così'."

3 - "Forse sto chiedendo troppo" + "Questo lavoro di solito non si paga!" 
"Tutte le varianti del ‘forse non valgo così tanto’ che spesso le donne si dicono sono anche il riflesso della diversa valutazione che diamo alle capacità maschili e femminili. Siccome il lavoro della donna è considerato accessorio, per guadagnarsi ‘il diritto di chiedere’ lei dovrà lavorare di più, dimostrare di più: altrimenti la richiesta, per quanto sacrosanta, verrà considerata una pretesa. A questo si aggiunge il tema di una serie di mansioni che non le vengono quasi mai riconosciute, legate alla cura e all’assistenza. Anche in famiglia, la donna spesso ha un ruolo organizzativo 'implicito' (deve ad esempio dare indicazioni al partner su cosa fare, su quando farlo) che è lavoro a tutti gli effetti. Lo si chiama mental load per il peso mentale e psicologico che questo impegno crea."

5 - "Il tuo compagno ha un lavoro 'importante'? Allora sei a posto"
"Esiste una deformazione culturale per cui alcuni tipi di lavoro (di cura, di assistenza, ma anche lavori creativi e dedicati all’astrazione) sono tipicamente associati al mondo femminile. Al contrario lavori più orientati alla concretezza sono associati al maschio, che nello stesso immaginario tradizionale è 'colui che sostiene la famiglia'. Questa distorsione è così radicata da condizionare metri di giudizio e commenti: le coppie con competenze e carriere diverse vengono spesso trattate secondo lo stereotipo standard del maschio autonomo e della femmina dipendente. È un sintomo di svalutazione del lavoro femminile, considerato accessorio. In questo immaginario la donna verrà allora ridotta a moglie o compagna di, si dirà che 'fa la signora', complice anche la maggiore precarietà delle carriere femminili. Questi meccanismi contribuiscono a replicare il modello. Sarebbe necessario che le donne reagissero e portassero l’asse di questi discorsi su una diversa consapevolezza."

6 - "Investimenti e Finanza? Roba da uomini"
"L’idea che tutto ciò che riguarda la quantificazione e la rendita del capitale sia un’attività prettamente maschile è ancora molto radicata. Alla base c’è l’idea che le donne siano meno brave con i numeri, e più portate, come si diceva prima, ad attività di relazione e di assistenza. Recenti ricerche suggeriscono una particolare attitudine femminile per gli investimenti, tuttavia la norma culturale per cui nella cultura occidentale la finanza è un mestiere maschile è ancora molto solida. Per spiegare questa tendenza bisogna guardare ai ruoli familiari e a una cultura che considera ancora il rapporto produttivo fra donne e denaro qualcosa di anomalo."

7 - "I soldi me li gestisce lui, altrimenti io spendo troppo"
"Non tutti sanno che l’etichetta della donna spendacciona è la traduzione in chiave pop di un ruolo tradizionale realmente esistito. Storicamente, infatti, la donna si occupava del bilancio familiare: comprava vestiti per i figli, per il marito, si occupava della spesa, dell’occorrente per la casa. Lo stereotipo viene da questo. Oggi, spesso, nelle coppie lavorano sia uomo che donna: ma quello femminile è spesso considerato un reddito in surplus, che va controllato, che non deve essere sperperato. E chi ha, secondo la cultura sessista, un maggiore controllo delle situazioni, gestione del denaro inclusa? Il maschio. La donna spesso interiorizza questo elemento culturale come se fosse normale."

Recenti ricerche suggeriscono una particolare attitudine femminile per gli investimenti, tuttavia la norma culturale per cui la finanza è un mestiere maschile è ancora molto solida

8 - "Non saprei dire esattamente quanto guadagna chi fa il mio lavoro, né quantificare quanto vale il mio"
"Il tabù del non dover quantificare, intrecciato alla svalutazione del lavoro femminile, crea questa conseguenza: se non parli di soldi è più difficile comprendere quale sia la tua situazione e quella dei tuoi colleghi. Non riuscirai a collocarti, e questo comporta il rischio dell’accontentarsi di situazioni di effettivo svantaggio."

9 - "Pretendere di negoziare i pagamenti? È venale"  + "Pretendere puntualità nei pagamenti? Che puntiglio!"
"Storicamente la negoziazione è un ambito considerato maschile, a meno che non si parli di spese legate al sostegno della famiglia. La figura tradizionale di chi contratta al mercato è in effetti delle donne, se però si parla di 'questioni alte' (contrattazioni immobiliari, negoziazioni di salari, ecc.) la donna è tendenzialmente educata a 'non pretendere', a non esporsi. Un effetto psicologico molto comune è che la donna non si senta legittimata a contrattare un pagamento, ma anzi ad accettare quello che viene offerto. Questo perché un tratto apprezzato nelle donne è di non imporsi. L’assertività 'è maschile' e implica una rivendicazione di potere che se esercitata dalle femmine continua ad essere considerata poco signorile e inappropriata. A questo bisogna reagire con energia e ostinazione."

Credit immagine di copertina e illustrazioni: 150UP

Aura Tiralongo

Si occupa di giornalismo scientifico, insegna Semiotica presso la Iulm di Milano.