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Greta Gerwig e il suo film “Lady Bird” sono tra le cose migliori che potevano capitarci

Da attrice icona del cinema mumblecore a regista dell’acclamato "Lady Bird": perché abbiamo bisogno della dolcezza, della sincerità e della semplicità di Greta Gerwig

Marianna Tognini

Ho conosciuto Greta Gerwig nell’inverno del 2013, grazie a Bret Easton Ellis, e no, non eravamo insieme a un esclusivissimo party hollywoodiano. Più semplicemente Ellis – a cui perdono quasi tutto solo grazie a due romanzi, Meno di Zero e Le Regole dell’Attrazione – riassunse in un tweet i suoi cinque film preferiti dell’anno che stava per concludersi, e tra questi figurava Frances Ha, titolo a me sconosciuto, così come la sua protagonista.

All’epoca vivevo a New York, e, dopo l’estasi e l’entusiasmo un po’ ingenuo dei primi tempi, stavo iniziando a fare i conti con la lontananza, la tristezza e un senso di perenne frustrazione mista a inconcludenza; la pellicola (diretta da Noah Baumbach, compagno della Gerwig, e sceneggiata a quattro mani) ebbe su di me l’effetto che, forse, è uno dei più ambiti traguardi del cinema: mi fece sentire meno sola. Il che potrebbe pure sembrare banale, ma osservare Frances/Gerwig che, nella stessa città dove abitavo, faticava a trovare il proprio baricentro e rincorreva chimere con l’ansia tipica di chi vuole per forza dimostrare agli altri di avere talento, mi consolò e mi tranquillizzò. Entrambe, poi – lei dopo novanta minuti, io dopo qualche mese – saremmo riuscite a trovare la nostra strada, ma quella ragazza californiana a tratti goffa, schietta, candida e sognatrice mi rimase nel cuore, tanto che iniziai a divorare la sua filmografia, da Lo Stravagante Mondo di Greenberg a Mistress America, passando per Lola Versus, Maggie’s Plan e 20th Century Women.

Greta Gerwig nel film "Frances Ha", del 2012 diretto da Noah Baumbach

Intanto, l’hype intorno all’attrice di Sacramento, definita dall’Observer «la Meryl Streep del cinema mumblecore» cresceva, e la stampa internazionale era concorde nell’affermare che «parte del suo successo risiede nel fatto che il più delle volte non sembra affatto “recitare”: la trasparenza delle sue performance ha meno a che fare con una tecnica squisitamente raffinata che con l'apparente assenza di qualsiasi metodo». Eccola lì, la mia personale icona, una delle poche (se non l’unica) a dar voce alla normale confusione di una donna nei suoi 30-something, priva di quella patina di glamour rea di svilire e di rendere meno autentico ogni tentativo in tal senso; con la sua dizione – grazie, sottotitoli! – imperfetta, che trasforma le asserzioni in domande e si aggroviglia in un impeto di parole. Eccola lì, Greta: bella, intelligente, esitante, insicura, impacciata, determinata, tutto in una volta e senza un ordine particolare, coraggiosa e, più di ogni altra cosa, reale.

Greta Gerwig nel film "Mistress America", del 2015 diretto da Noah Baumbach

Appresi che Greta Gerwig si sarebbe cimentata alla regia l’anno scorso, e ho atteso l’uscita di Lady Bird con timore e curiosità, spaventata che la mia beniamina potesse fare il passo più lungo della gamba, e che un clamoroso flop avrebbe scalfito l’immagine perfetta che avevo di lei. A smentire le mie esitazioni arrivarono i Golden Globes dello scorso gennaio, ma con essi aumentò esponenzialmente il carico di aspettative che nutrivo, oltre alla trepidazione.

«Anybody who talks about California hedonism has never spent a Christmas in Sacramento»: è con questa citazione di Joan Didion che si apre il film, un racconto di formazione dal sapore molto autobiografico (d’altronde, a chi si cimenta con un’opera prima – sia essa un libro, o un film – non si raccomanda di raccontare ciò che si conosce meglio?). L’alter ego della regista, interpretata dalla magnifica Saoirse Ronan, è Christine, adolescente ribelle e polemica come ognuna di noi, quando a diciott’anni ci andava stretto il mondo, ma anche sarcastica, appassionata, malinconica, ironica e divertente come non mai.

Siamo nel 2002, lo spettro dell’11 settembre aleggia ancora nell’aria e la giovane Christine, che rifiuta il nome attribuitole e si fa chiamare Lady Bird, è insofferente a tutto ciò che la circonda. Odia Sacramento, «il Midwest della California», dove non succede mai nulla degno di nota; odia la scuola cattolica che è costretta a frequentare; odia – ma allo stesso tempo ama – una madre (la strabiliante Laurie Metcalf) che l’adora e per il troppo amore nei suoi confronti la soffoca; odia la sua migliore amica Julie, a cui comunque non riesce a non voler bene, pur consapevole dei propri limiti.

Saoirse Ronan nel film "Lady Bird" del 2017, diretto da Greta Gerwig

Christine vorrebbe affrancarsi – intellettualmente e fisicamente – da quello che detesta, ma per farlo non è capace di tradire se stessa. La nostra eroina è quindi “sospesa”: vede in New York una sorta di terra promessa per la sua affermazione e alla fine arriverà a frequentare quel college in grado di garantirle la vita che desidera, salvo poi realizzare che la città è popolata di individui talmente drogati di coolness da risultare più provinciali e vuoti di coloro dai quali è voluta scappare.

Ed è proprio attraverso questa “sospensione” che Greta Gerwig costruisce, senza edulcorare o esagerare il racconto, la vera trasformazione della protagonista. Christine, dal non riconoscersi in niente (in primis, nel suo nome), comincerà a far pace con il diniego costante che l’accompagna, e riscoprirà un’innata affezione nei confronti delle sue origini, di Sacramento, della sua famiglia non benestante e facoltosa quanto lei avrebbe desiderato, della madre “aminemica”, alla quale è legata da un rapporto così contraddittorio e realistico da risultare commovente.

Lady Bird è un film importante, sì, e lo è perché con garbo e intelligenza dipinge uno dei momenti di passaggio più cruciali della vita di una donna, quello che la traghetta dall’adolescenza verso l’età adulta. È un film sull’amore, o, meglio, sull’attenzione come forma d’amore, e viceversa. «È chiaro quanto tu ami Sacramento», fa notare la preside a Christine leggendo il suo saggio per la domanda di iscrizione al college; lei è stupita, e lo è pure lo spettatore: «Credo sia perché presto attenzione», replica; «E non ritieni siano la stessa cosa?», le domanda con un sorriso sulle labbra l’insegnante.

Lady Bird è come Greta Gerwig: semplice, dolce, brillante e sincero. Qualità di cui, ultimamente, si sente sempre più la mancanza. Nei film, come pure nelle persone.

Marianna Tognini

Segni particolari: bionda dentro. Ma anche fuori non scherza.