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“Tonya”: la folle storia della pattinatrice Tonya Harding è un film amaro, travolgente e superbo

È stata la donna più amata e odiata d’America, al centro di una torbida vicenda che scosse il mondo del pattinaggio: ecco come la storia di Tonya Harding rivive nel biopic “Tonya”

Marianna Tognini

Uno dei ricordi più vividi che ho della mia infanzia sono i pomeriggi passati davanti alla tv a guardare le competizioni di pattinaggio artistico insieme a mio padre. Ero stregata dalle movenze, dalla grazia, dalla fluidità posseduta dalle pattinatrici, che sembravano delle creature aliene: il trucco perfetto, i lustrini, gli abiti luccicanti e i salti che sfidavano la forza di gravità avevano un potere quasi ipnotico, tanto da portarmi ad affrontare con coraggio (ma anche con esiti abbastanza catastrofici) la pista di ghiaccio. No, non sarei mai diventata una figure skater provetta, ma ciò non scalfì minimamente la passione e la partecipazione con cui, a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, seguivo le gare: «Papà, noi per chi tifiamo?»; «Per Nancy Kerrigan, la mora!».

Da piccola avevo un’inspiegabile urgenza di sapere “da che parte stare”, di distinguere in maniera netta il bene dal male e di appoggiare colui o colei che incarnava il lato chiaro della Forza: Nancy Kerrigan rappresentava la prescelta non solo da me, ma anche dai media di tutto il mondo, con il suo volto angelico, il suo stile armonioso ed elegante e quel sorriso da sana ragazza americana dell’East Coast. La Kerrigan era la migliore pattinatrice della migliore squadra che gli Stati Uniti avessero mai avuto, squadra che, oltre a Kristi Yamaguchi, annoverava anche la “cattiva” di questa storia: la capricciosa, volubile, problematica e biondissima Tonya Harding.

Margot Robbie nel ruolo di Tonya

È a lei che Craig Gillespie dedica Tonya, film a metà strada tra il mockumentary e la black comedy, in cui il regista si diverte a giocare con lo spettatore sin dal primo fotogramma, avvalendosi di un cast a dir poco eccezionale, che annovera una strabiliante Margot Robbie nei panni della Harding e un’incredibile Allison Janney in quelli della cinica e spietata madre, ruolo che ha permesso per altro a Jeanney di aggiudicarsi la statuetta come Best Supporting Actress lo scorso 4 marzo.

Tonya ha una duplice anima: se da un lato è una confessione (il titolo originale è infatti I, Tonya – Io, Tonya), dove l’io narrante è la stessa protagonista che si confida alle telecamere senza filtri, dall’altro è un magistrale dipinto della parabola discendente di una pattinatrice troppo zotica, sguaiata e sopra le righe per riuscire a rappresentare i sogni olimpici di una nazione. Harding è l’esatto opposto di Kerrigan, anche geograficamente: nata e cresciuta a Portland, Oregon, molto prima che diventasse mecca della coolness e dell’hipsterismo di metà anni 2000, molto prima che colossi come Nike e start up della new economy la eleggessero tra le principali sedi del progressismo a stelle e strisce, quando ancora tutto ciò che la città aveva da offrire erano boschi, fiumi, cascate e foreste. 

Allison Janney nel ruolo di LaVona Golden

Tonya e la sua famiglia sono white trash, feccia bianca: persone non abbienti, ineleganti, poco istruite e fondamentalmente rozze, che vedono il raggiungimento del successo e del benessere economico come un traguardo da conseguire con ogni mezzo a disposizione, violenza inclusa. La Harding bambina mostra di avere un solo, grande talento, il pattinaggio: a tre anni e mezzo viene messa sul ghiaccio, e la pista diventa la sua salvezza e il suo riscatto, ma anche la sua personale rovina. La madre LaVona, con una crudeltà e una freddezza inimmaginabili, le fa un lavaggio del cervello costante, ossessionandola col chiodo fisso della vittoria, l’unica ragion d’essere dello sport; con la necessità di essere migliore di tutte; col desiderio di guadagnare un mucchio di soldi, punzecchiandola e facendola costantemente uscire dai gangheri («Pattina meglio, quando è arrabbiata»), talvolta pure picchiandola e convincendola di non essere mai abbastanza.

Margot Robbie nel ruolo di Tonya

In un mondo popolato da principessine, Tonya è la nota stonata, la cafoncella priva di gusto e buone maniere, la redneck che – per quanto ci possa provare – non passerà mai per una signorina della buona società: sposa giovanissima un uomo senza arte né parte, Jeff Gillooly (Sebastian Stan), nonostante lui, già durante i primi mesi di fidanzamento, non disdegnasse alzare di tanto in tanto le mani su di lei. Il carrozzone grottesco – e al contempo esilarante – che gira attorno ad Harding si completa con Shawn (Paul Hauser, che qui compie una brillante svolta tragicomica), l’amico idiota del marito, convinto di essere un esperto di spionaggio e antiterrorismo, che però in realtà vive ancora a casa con i genitori e non perde occasione per trangugiare birra e ingozzarsi di junk food.

Margot Robbie nel ruolo di Tonya

Immersa in questo manipolo di personaggi disadattati e impresentabili, Tonya prende botte, le ridà a sua volta, litiga con i giudici, imbraccia fucili da caccia per difendersi dagli abusi e pattina, pattina sempre, senza mai darsi per vinta. Il trionfo arriva ai campionati americani nel 1991, dove il suo triplo axel – il salto più complesso e rischioso da eseguire – passa alla storia, ma da lì le sue prestazioni cominciano a peggiorare, tanto che nel 1993 non riesce nemmeno a qualificarsi per i campionati mondiali. Intanto, le sue bizze iniziano a diventare più famose di lei: attribuisce all’asma la colpa del calo delle proprie performance; interrompe le gare sostenendo di aver problemi ai pattini; denuncia presunte minacce di morte per lettera; si auto-giustifica adducendo a una ciste ovarica che avrebbe rischiato di ucciderla. Il passaggio da atleta osannata a fastidiosa macchietta è repentino e inevitabile: la stampa americana è nota per non fare sconti a nessuno, e così come aveva esaltato i suoi successi, allo stesso modo si diverte a deriderne i numerosi fallimenti, aizzando l’opinione pubblica nei suoi confronti e al contempo incensando la sua nemesi, Nancy Kerrigan.

Sebastian Stan nel riolo di Jeff Gillooly

Jeff e Shawn allora architettano un rocambolesco e improbabile piano per eliminare l’acerrima rivale e dare a Tonya Harding l’opportunità di assicurarsi un posto alle Olimpiadi invernali di Lillehammer: decidono di assoldare un sicario (ancora più imbecille di loro) che il 6 gennaio 1994, il giorno prima dell’inizio dei campionati nazionali, assale Kerrigan alla fine di una sessione di allenamento, colpendola al ginocchio con un manganello sfollagente e causandole una dolorosa contusione. Alcuni giornalisti presenti riescono a filmare una parte dell’aggressione e le immagini di Nancy a terra per il dolore che grida disperata «Why?» fanno il giro del mondo. Una simile follia, partorita da menti miserabili, ha vita breve: le indagini collegano subito i pezzi, e Tonya è sospettata di essere la mandante del crimine.

Caitlin Carver nel ruolo di Nancy Kerrigan

Da lì inizia la discesa agli inferi, e l’ormai ex pattinatrice si trasforma in vittima sacrificale dell’indignazione generale: la sceneggiatura di Steven Rogers però non perde mai il focus sul suo stato di sopravvissuta, di donna che ha cercato amore e adorazione in un mondo ostile e che fin troppo spesso si è trovata dalla parte sbagliata di un pugno. Chi esce davvero sconfitto, in Tonya, è il fantomatico American Dream e la sua falsa promessa di salvezza da un destino disgraziato: quando lo si raggiunge, se lo si raggiunge, si resta infatti ugualmente meschini e gretti, senza alcuna possibilità di affrancarsi da un’esistenza patetica e piena di menzogne. E non sorprende affatto che Harding, dopo essere stata bandita dalle piste di pattinaggio e aver tentato una carriera nel pugilato, sia divenuta un'icona folkloristica “totalmente americana”, con una storia che ha ispirato documentari, fiction, un musical e persino un’opera rock. 

«Le persone amano Tonya o non sono grandi fan. Così come amano l'America, o non sono grandi fan», commenta la sua allenatrice Diane Rawlinson. Sono passati ventiquattro anni dal figure skating scandal, e io sento di avere perso quelle certezze granitiche che avevo da piccola: forse, nel tritacarne mediatico che fagocitò Tonya Harding ci siamo finiti un po’ tutti, scordandoci il significato della parola empatia.

Marianna Tognini

Segni particolari: bionda dentro. Ma anche fuori non scherza.