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Sex and the City: la serie compie vent’anni, e li porta benissimo

Lettera d’amore alla serie tv che da oggi non è più teenager: nonostante alcuni suoi limiti, come Sex and the City nessuno mai

Marianna Tognini

Vent'anni. Vent'anni sono passati dal 6 giugno 1998, giorno in cui, su HBO, andava in onda la prima puntata di Sex and the City. «Benvenuti nell’era dell’anti-innocenza», affermava una semi-sconosciuta Sarah Jessica Parker in risposta al racconto di un'amica, scaricata senza troppe giustificazioni dopo aver frequentato per ben due settimane un uomo a Manhattan. In quei venticinque minuti, lo show ideato da Darren Star e basato sull'omonimo romanzo di Candace Bushnell gettò le basi di ciò che sarebbe diventato un punto di riferimento culturale e sociale.

Una serie sulle donne nei loro thirty-something, single, stilosissime, spesso sboccate, potenti, di sicuro non intimorite dal maschilismo imperante degli uomini newyorchesi, che sfidano a colpi di battute al fulmicotone, outfit da favola e un pizzico di cinismo. Per il suo pubblico, Sex and the City diventa uno spartiacque che cambia irreversibilmente le regole del gioco: come scrive Paola De Rosa, si tratta del primo prodotto televisivo in cui «le donne parlano di sesso come gli uomini», e di certo non si limitano soltanto a parlarne

Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte, nel corso delle sei stagioni, diventano dei role model in cui qualsiasi donna – «Io sono una Carrie!»; «Mavvà, io tutta la vita Miranda!» – si identifica, con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue idiosincrasie e le sue manie. Si discute di sesso orale, anale, a tre; scappano puzzette mentre si è a letto con l’uomo della propria vita (perché ehi, mica è una prerogativa maschile!); fioccano le sbronze; si spendono un sacco di soldi in scarpe, borse e vestiti; si tradisce; si passa da un locale all’altro perlustrando tutta Manhattan e si ride (tanto), si piange (talvolta), ci si immedesima (sempre).

Ma oltre alle tre protagoniste, anche i loro uomini diventano – passatemi il termine – degli archetipi, e quasi ognuna di noi ha ricondotto a loro uno o più fidanzati.
Il Mr. Big, ossia quello che non si vuole impegnarsi e che ti fa dannare; l'Aidan, quello buono e un po' zerbino, del quale però non ti sei mai innamorata fino in fondo; il Trey, che sembrava tanto perfetto, e poi si rivela una delusione sotto ogni punto di vista; il Berger, il frustrato ancora mezzo impantanato con la sua ex, convinto che tu possa ancora indossare uno scrunchie.
Anche qui, c'erano le tifoserie: le fan di Mr. Big – tra cui la sottoscritta – le Aidan-lovers, che vedevano nel bel falegname forzuto il riscatto amoroso di Carrie Bradshaw, e le Berger… no, dai, non ho mai conosciuto nessuna che abbia preso le parti di Berger

Negli anni, pur riconoscendone l’assoluto valore, diversi giornalisti e opinionisti hanno mosso a Sex and the City più di una critica. In breve, lo show è stato accusato di dipingere la realtà in modo distorto, poiché (a parte nell’ultima stagione) non ha mai incluso attori afroamericani nel cast, ha dato voce a un gruppo di persone assai benestanti, senza tenere in considerazione quelle che invece lottano con l’inaccessibilità di New York e talvolta ha peccato di fornire una visione stereotipata delle dinamiche relazionali.

Accuse legittime, sia chiaro. Sex and the City ci ha mentito in tanti, piccoli modi – in primis, come caspita faceva Carrie a possedere millemila scarpe di Manolo Blahnik, quando la sua unica occupazione era una rubrica settimanale per il New York Star? – il punto è che andava bene così. Ciò che sfugge ai detrattori dell’ultima ora è che lo show, a differenza di molti altri arrivati dopo, non si poneva affatto un intento didattico: Carrie & Co., lungi dal volerci insegnare qualcosa, erano semplicemente lo specchio della nostra quotidianità. Ovviamente spesso estremizzato, perché comunque si trattava di una serie tv, e le licenze poetiche non solo risultavano funzionali alla narrazione, ma la rendevano più avvincente e divertente.

Allo show si deve un grande, grandissimo merito, ossia l’aver abbattuto il concetto di vergogna. La vergogna di indossare un abito fuori luogo per il banale motivo che ti va di indossarlo, e basta. La vergogna di ammettere che il sesso della notte precedente è stato terribile, e non vuoi più vedere quel pallone gonfiato egoriferito. La vergogna di chiedere alle tue amiche qual è il miglior modello di vibratore e dove comprarlo. La vergogna derivante dalla delusione, perché accidenti, essere mollata da un cretino brucia più di un’ustione. La vergogna di avere trentacinque anni ed essere single. La vergogna di non possedere istinto materno. La vergogna di avercelo, ma di non riuscire ad avere figli.
Per la mia generazione, Sex and the City è stato il portabandiera di una seconda rivoluzione sessuale, e io – insieme a chiunque si sia rivisto lo show almeno un paio di volte – ci vedo un'assoluta modernità, che dura ancora oggi.

Perché tra le lezioni dello show ce n’è anche una, altrettanto importante e senza tempo, sull’amicizia. Le quattro donne protagoniste sono diversissime, in alcuni casi agli antipodi: spesso si scontrano, discutono, litigano, ma nonostante i pareri discordanti, riescono sempre a far prevalere il bene che si vogliono sulla causa del contendere. Ai diverbi non fanno seguito infiniti musi lunghi e offese che durano secoli, ma si cerca di compiere un passo avanti e di chiarire l’accaduto, per poi ritornare amiche come prima.
Aiuto reciproco, sostegno nei momenti di difficoltà, stima e riconoscimento del proprio valore e di quello altrui: cosa c’è di più femminista di questo?

Marianna Tognini

Segni particolari: bionda dentro. Ma anche fuori non scherza.