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L’isola dei cani: l’omaggio di Wes Anderson al migliore amico dell’uomo

Wes Anderson ha riunito il cast dei suoi sogni per dare voce ai protagonisti di uno strambo e provocatorio dramma canino in salsa giapponese

Valentina Barzaghi

Il film è stato presentato come film d’apertura della Berlinale dove si è aggiudicato il premio per la Miglior Regia.
Con Fantastic Mr. Fox (2010), il precedente lavoro in stop motion del regista texano, L’isola dei cani ha molto in comune e non solo per l’evidente utilizzo di animali come protagonisti “umanizzati” della storia messa in scena.

Grazie all’animazione, infatti, Wes Anderson esplora universi narrativi a lui cari: i racconti di Roald Dahl in Fantastic Mr. Fox,  la cultura giapponese in L’isola dei cani , portando all’estremo la sua estetica geometrica, cromatica e radical chic, oltre che la sua regia composta da primissimi piani e campi lunghissimi, ricchi di particolari (motivo per cui tutti i suoi film sono da vedere più di una volta). 

Con la sua ironia dissacrante e la sua messa in scena spettacolare, però, in L’isola dei cani Wes Anderson indora una storia che poco ha a che fare con quei mondi fantastici e graziosi - in cui tutti, diciamocelo, avremmo voluto vivere almeno una volta - da lui costruiti nei suoi precedenti lavori.

Se l’avventura rimane al centro dell’intreccio e finisce per prevalere sulla morale filosofica, infatti, questa volta il regista non affronta temi leggeri, come l’amore o personali come la famiglia, ma apre il raggio d’azione del suo cinema a questioni universalmente importanti come la repressione delle minoranze, l’opportunismo umano e la lotta per la sopravvivenza.

Di cosa parla L’Isola dei cani
2037. Nell’immaginaria città di Megasaki, in Giappone, il sindaco Kobayashi decide di far fronte a una strana influenza che sta infettando i cani, mandandoli in esilio in una discarica a cielo aperto chiamata Isola della spazzatura. Tra questi c’è anche Spot, il cane di suo nipote Atari Kobayashi che, non accettando la perdita del suo fidato amico, arriva sull’isola per cercarlo e riportarlo a casa, grazie anche all’aiuto di un branco di nuovi alleati a quattro zampe.

Bryan Cranston & co. le voci dei suoi protagonisti animati
Wes Anderson ha dichiarato che per le voci dei protagonisti di L’isola dei cani è riuscito a mettere insieme il cast dei suoi sogni.
Al doppiaggio troviamo infatti sia alcuni dei suoi attori feticcio, come Bill Murray, Edward Norton, Bob Balaban, Jeff Goldblum, Tilda Swinton, Harvey Keitel o F. Murray Abraham, sia una serie di nomi con cui il regista ha affermato che avrebbe voluto lavorare da sempre come Bryan Cranston, Frances McDormand, Yoko Ono, Scarlett Johansson o Liev Schreiber. 
In L’isola dei cani, il modo in cui i personaggi umani e quelli animali comunicano - i primi in giapponese e i secondi in inglese - è una scelta specifica e funzionale alla narrazione. Per questo e per il cast importante vi suggeriamo, alla sua uscita, di cercare un cinema che lo proietti in lingua originale. 

L’omaggio al Giappone
Wes Anderson è da sempre in viaggio: è passato dall’esplorazione delle profondità marine con Steve Zissou all’avventura a bordo del Treno per il Darjeeling, per poi viziarsi nelle stanze del Grand Budapest Hotel. 
Con il suo secondo lavoro d’animazione, sbarca finalmente in Giappone, un mondo di geometrie e tratti, personaggi e humor, fatti apposta per essere tradotti dal regista americano in qualcosa di nuovo attraverso la sua estetica consolidata.
Anderson omaggia la narrativa giapponese sin dall’inizio del film, attraverso una struttura in atti, che condisce di drammaticità e musiche tradizionali. I suoi riferimenti sono l’illustrazione ottocentesca, che alterna con cliché da teatro kabuki, manga ed echi che rimandano al cinema di Kurosawa.
La bravura di Anderson è che non si limita a strizzare l’occhio o semplicemente a riprodurre il nuovo linguaggio, ma riesce a impastarlo nel proprio modo di raccontare, trasformandolo in qualcosa di unico e in linea con il resto della sua produzione filmica

Verticale e orizzontale: il superamento
Tutto il cinema di Anderson si muove su due assi: uno verticale e uno orizzontale. Succede, come ci siamo detti, nella sua ormai identitaria e cervellotica regia a quadri e livelli. Accadeva fino a oggi anche nella struttura delle sue storie.
Perché fino a oggi? L’isola dei cani è impostata come una fiaba semplice. Ci sono i buoni e i cattivi (bene/male), c’è una missione da portare a termine, ci sono l’amore, il coraggio e la redenzione. Ma c’è anche altro. Wes Anderson con questo suo ultimo lavoro esce dalle sue amate e rassicuranti dinamiche famigliari sui generis, per parlare d’amore e tolleranza, ma in senso più universale.
L’isola dei cani è un dramma per adulti e un film che
celebra l’infanzia. In un mondo di uomini pronti ad innescare, per volgerli a proprio vantaggio, i germi della paura, anche a discapito dei propri più fidati e innocui amici (qui rappresentati dai cani, personaggi più umani dell’umano), solo la purezza e il senso di giustizia di un bambino potranno davvero salvare la situazione.

 

Valentina Barzaghi

Giornalista di cultura, più o meno pop.