recensione

"Le assaggiatrici", il libro ispirato alla vera storia di Margot Wölk, assaggiatrice del Führer

Ogni pasto è una roulette russa, ogni boccone è la paradossale unione di un rischio mortale e di una fortuna sfacciata, in una Germania che muore di fame

Paolo Armelli

Se Le assaggiatrici di Rosella Postorino fosse un film sarebbe uno di quei biopic storici hollywoodiani destinati a sicuri e molteplici premi Oscar (e se la protagonista non fosse così giovane, nel cast ci sarebbe ovviamente Meryl Streep). La storia, infatti, è uno di quei fatti poco conosciuti ma molto intriganti, che porta il marchio dei piccoli destini personali che incrociano le grandi vicende della Storia.

Protagonista è infatti Rosa Sauer, giovane sfollata da Berlino, con il marito disperso in guerra, che nell’autunno del 1943 ha la sfortuna di capitare nel paesino di Gross-Partsch, poco lontano dalla Tana del Lupo: il quartier generale di Hitler vicino al fronte russo. Un giorno viene scelta assieme a altre nove per diventare una delle assaggiatrici ufficiali del Führer: a pranzo e a cena devono assaggiare i piatti preparati per il dittatore per verificare così che non siano pietanze avvelenate. Ogni pasto è una roulette russa, ogni boccone è la paradossale unione di un rischio mortale e di una fortuna sfacciata, in una Germania che muore di fame.

Postorino ha avuto la folgorazione per questa storia nel 2014, quando lesse un trafiletto su un giornale che parlava della vera storia di Margot Wölk, la 96enne unica sopravvissuta delle vere assaggiatrici di Hitler, che solo allora – pochi mesi prima di morire – aveva raccontato la sua storia alla tv tedesca. Prima di iniziare a mangiare le donne erano terrorizzate, costrette a consumare fino all’ultima briciola e poi ad attendere fra le lacrime sperando che nel cibo non ci fosse alcuna contaminazione.

Al centro troviamo anche l’animo degli esseri umani protagonisti, sempre presi dalla loro inconciliabile contraddizione. Quasi a dire che nessuno può essere sicuro di cosa potrebbe fare in situazioni così estreme

Nel libro la storia è ovviamente romanzata, anche se l’architettura della vicenda è la stessa: Rosa è scelta quasi per caso, vive su di sé ogni giorno la tensione e la colpa di quel test letale. Dopo l’attentato subito nel 1944 da Hitler a opera dei suoi stessi generali, le misure di sicurezza si irrigidiscono e le SS costringono tutte le donne a trasferirsi nella caserma predisposta agli assaggi. Ma rimasero lì per pochi mesi, prima di riuscire a fuggire sul treno di Goebbels.

Quello che il romanzo non dice è che la parte peggiore, per Margot Wölk e le sue compagne, iniziò in seguito: catturate dai russi, furono violate per 14 giorni, tanto che Margot non poté più avere figli. «Siamo rimasti prigionieri entrambi dei nostri incubi», disse la donna, che con Rosa condivide una tragica traiettoria sentimentale: ricongiunta con il marito (Gregor nel libro, Karl nella realtà), tornato dopo la prigionia alla fine della guerra, i due non riuscirono a stare insieme, troppo presi dai ricordi drammatici degli anni precedenti. «Questo era l’amore: una bocca che morde. O la possibilità di azzannare a tradimento», scrive Postorino.

Hitler e Eva Braun durante una cena private nel 1940 / Getty Images

Il cibo non è solo un pretesto narrativo, qui: diventa un filo conduttore malato di ogni pagina, dall’inizio alla fine; perseguitate dalla fame le donne si arrendono a mangiare con un’ingordigia colpevole: «Il sospetto verso il cibo si affievolì, come con un corteggiatore cui concedi sempre più confidenza. (…) Noi ancelle pasteggiavamo ormai con avidità ma il peso sullo stomaco sembrava un peso sul cuore». La paura e il rischio di morire è costante, ma la mancanza di alternative è sempre lì a braccarle. In più gli aneddoti alimentari (perfino digestivi) rispecchiano una precisa ricerca storica che avvalora il romanzo: Hitler non mangiava carne, i piatti che prediligeva erano le uova, oppure la cioccolata prima di dormire. In fondo «non era disgustoso, era umano. Adolf Hitler era un essere umano che digeriva», altro paradossale e pericolosissima umanizzazione.

Ne Le assaggiatrici c’è anche un ragionamento più ampio sul dover collaborare col regime contro la propria volontà: Rosa e le altre sono costrette a fare quello che fanno (ma mentre alcune di loro sono entusiaste del nazismo, un’altra nasconde un pericolosissimo segreto). E la loro sopravvivenza ha la meglio sulla morale: «La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana». Ma parliamo appunto di umanità, umanità coatta, violata, minata: a un certo punto Rosa si getterà ancora più nelle braccia dell’ambiguità, quando vorrà recuperare almeno la volontà del proprio corpo.

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli

Il libro di Postorino è un meccanismo fin troppo perfetto: ha una storia avvincente, una ricostruzione storica curiosa, uno stile calcolato per celare dettagli e dischiuderli pian piano, perfino una riflessione attuale sulla determinazione femminile. I piatti così rischiosi, serviti alle donne, assumono, poi, una controversa patina appetitosa. Al centro troviamo anche l’animo degli esseri umani protagonisti, sempre presi dalla loro inconciliabile contraddizione. Quasi a dire che nessuno può essere sicuro di cosa potrebbe fare in situazioni così estreme. Tutti dobbiamo mangiare, tutti dobbiamo sopravvivere

Credit immagine di copertina: 150 UP

Paolo Armelli

Freelance contributor, scrive di libri e cultura pop.