stereotipi

Otto luoghi comuni sulla depressione che è arrivato il momento di sfatare

Ne abbiamo discusso con Ilaria Iacoviello che ha fondato "Non siamo soli", un progetto per dare voce alle persone affette da disturbi psichiatrici

Claudia Ricifari

Quante volte scherzando tra amici capita di dire che siamo depressi o che il ragazzo che ci piace è bipolare (solo perché un giorno è carino e affettuoso e quello dopo sparisce).
Siamo soliti utilizzare termini medici in modo improprio, senza capirne fino in fondo il senso o conoscendone benissimo il significato, ma utilizzandolo semplicemente per fare dell’ironia, su se stessi e con gli altri.
Eppure, stando ai dati diffusi lo scorso anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, c’è poco da scherzare. Nel mondo sono 322 milioni le persone affette da depressione. Di questi circa 6 milioni solo in Italia. Numero che è cresciuto del 20% in dieci anni e che impone una riflessione.
Perché di depressione si parla tanto, come già abbiamo detto, ma tra amici quasi mai se ne parla sul serio, per raccontare un vero malessere. 

La colpa è di un modo di pensare la malattia – perché di questo si tratta – come uno stigma, qualcosa di cui vergognarsi. Siamo ancorati all’idea che il malato di mente sia un pazzo, qualcuno pericoloso e da cui stare alla larga. Niente di più sbagliato.
Per capire meglio cosa significhi davvero soffrire di depressione, abbiamo parlato con Ilaria Iacoviello. Una ragazza come tante, ma diversa da tante, nell’accezione migliore che questo termine può avere. 

Nel mondo sono 322 milioni le persone affette da depressione. Di questi circa 6 milioni solo in Italia

Ilaria è un’ex modella che di lavoro fa l'art director. Ha scoperto di essere affetta da disturbo bipolare quando ancora andava all’Università, «Nel 2011 durante la tesi mi ha colpito una brutta depressione che è stata curata con antidepressivi classici, che dopo 6 mesi hanno scatenato una mania che mi ha portato a fare cose che non erano da me e soprattutto a spendere tutti i miei soldi in oggetti che oggi ancora non ricordo. Spendere molto è un tratto tipico delle crisi maniacali, le mie soprattutto. Ho passato gli anni successivi a nascondermi, nessuno doveva sapere che ero una persona diversa.
Questo fino al 2014, anno in cui dopo una cura fortemente sbagliata ho dovuto ricorrere a un ricovero di 10 giorni e rivelare ad amici, e soprattutto parenti, che il mio malessere non era fisico, ma mentale.»

La necessità di dover raccontare alle persone Vicine, ma anche ai datori di lavoro, quale fosse il problema ha fatto comprendere a Ilaria che c’era un grande bisogno che si parlasse di depressione e bipolarismo

«Dopo il ricovero ho iniziato a lavorare come freelance e in quel periodo ho fatto tanti colloqui. Prima non parlavo mai del bipolarismo, dopo ho cominciato a dirlo perché dovevo giustificare i giorni in cui non sarei potuta andare per le visite. Le reazioni di solito erano due: o si spaventavano e iniziavano a guardarmi come se fossi un mostro che da un momento all’altro poteva cambiare faccia e aggredirli oppure si aprivano anche loro con me e mi raccontavano qualche loro esperienza.
Quando a un colloquio una selezionatrice mi ha risposto chiedendomi se avessi una doppia personalità non ce l’ho fatta più. Sono uscita con delle amiche ed ex colleghe e ho deciso di fondare Non siamo soli. Ero stufa degli ignoranti e ho visto che tante persone avevano bisogno di parlare. Volevo un progetto che risolvesse questi due problemi. È bello vedere che quando ti apri anche gli altri lo fanno».

Non siamo soli è un progetto che nasce dalla volontà di dare voce al racconto di persone affette da disturbi psichiatrici, «lasciandoli liberi di costruire un canale comunicativo con il mondo dei 'sani' attraverso la propria immagine e la propria storia. Agli scatti fotografici, corredati da didascalie testuali che descrivono il mondo del soggetto raccontato, si accompagneranno anche un video e, in un secondo momento, un portale web, vero e proprio contenitore creativo aperto a chiunque abbia voglia di condividere parole, immagini, sensazioni e suggestioni sull’argomento.» E intanto anche la pagina Facebook del progetto, aperta solo un anno fa, ha già raggiunto quasi 10mila like.

L'idea è quella di fare comprendere che «il malato psichiatrico è uguale a una persona che non è affetta da nessun disturbo: ha gli stessi diritti e doveri, le stesse potenzialità e le stesse mancanze. Spesso e volentieri, anzi, il confine tra 'sani' e 'malati' è talmente labile da risultare un’imposizione della società o poco più: la realtà è fatta di sfumature e non di nette divisioni.»
Grazie all'aiuto di Ilaria, abbiamo individuato alcuni dei luoghi comuni più diffusi quando si parla di depressione e patologie psichiatriche, dal punto di vista di chi ne soffre e di chi gli sta accanto.

Credits: Floriana Mantovani

1. I depressi non si muovono, sono pigri, si devono dare una mossa, non hanno abbastanza volontà, si crogiolano nella loro depressione
Ilaria
: Molti pensano che queste reazioni siano volute, alcuni addirittura ci hanno scritto dicendo che la moglie, o comunque la persona malata a loro vicina, va dallo psicologo/psichiatra, ma che in realtà non vuole farsi curare, non vuole guarire. Non è così. Bisogna capire che è difficile, ci vuole tempo. Io ora sto meglio, ma ci ho messo quattro anni.
È un lavoro, in tutti i sensi, che va fatto con se stessi.

2. Gli altri non capiscono, nessuno sa cosa si prova, vogliono smuoverci ma non capiscono che stiamo male
Ilaria
: Anche a me è successo, succede a tutti. Io me la prendevo con la terapista pensando volesse cambiarmi. La terapia non è una passeggiata, non è una cosa all'acqua di rose, ti fa andare a fondo, per capire cos'è che ha scatenato certe cose. Ti fa capire che devi accettare di avere un problema e che qualunque cosa o chiunque possa esserne la causa non va colpevolizzato, è necessario andare oltre. Nel corso della terapia sono sempre stata arrabbiata coi miei genitori, li colpevolizzavo e la mia terapista mi ha fatto capire che a 30 anni non potevo rimanere cristallizzata in quella situazione.

Credits: Floriana Mantovani

3. Quando una persona vicina soffre di un disturbo mentale provi una solitudine che è difficile da capire
Ilaria
: Sembra quasi che i parenti del malato stiano peggio del malato stesso. Quello che noi cerchiamo di far capire è che lui combatte anche contro se stesso.
Le cure sono lunghe e bisogna entrare nell'ottica che i miglioramenti arrivano col tempo e ci possono essere ricadute.

4. Se ride e partecipa, magari non sta così male
Ilaria
: Non è vero, alcuni malati dissimulano, fingono di stare bene perché si vergognano o perché cercano di reagire e far vedere che stanno meglio.
In realtà magari soffrono e cercano solo di non farlo pesare.

Credits: Floriana Mantovani

5. Voi malati psichiatrici fate paura perché a volte siete buoni e tranquilli, altre aggressivi e irascibili
Ilaria
: Molti attribuiscono ai comportamenti del malato una componente caratteriale o comunque hanno l'idea che dietro i loro comportamenti ci sia qualcosa di cosciente e volontario.
Riconducono l'azione (o la non-azione) alla persona, non alla malattia. Non è così, alcuni comportamenti non sono volontari.
Parlarne fa bene, perché anche gli altri così capiscono che certi comportamenti non sono colpa loro, ma sono dettati dalla malattia. La terapia ti decolpevolizza, capisci di non essere tu sbagliato e inizi a individuare dei sintomi. Per esempio per me il picco di depressione è anticipato dagli attacchi d'ansia. Il depresso se la prende con sé, non se la prende con gli altri.

6. I depressi si adagiano nella loro condizione, non hanno la forza di volontà di rinunciare ai farmaci
Ilaria
: Ancora una volta, non è questione di volontà, è una questione di chimica. Io ho provato a togliere l'antipsicotico e mi sono ritrovata di nuovo con le crisi, con gli episodi ossessivi. Nessuno va a dire ai diabetici che devono imparare a fare a meno dell’insulina.
Non ci si tira fuori come da un'influenza. Sì, è tutto nella mia testa, ma non è immaginazione. È una malattia cronica e come tale va trattata. 

Credits: Floriana Mantovani

7. Essere bipolare vuol dire avere una doppia personalità
Ilaria
: C’è molta differenza. Essere bipolare non equivale a soffrire di disturbo dissociativo della personalità. Non siamo Dottor Jekyll e Mr. Hyde. Purtroppo il termine "bipolare" si conosce e si usa di più di quello che è il suo vero nome: disturbo maniaco depressivo, un po' perché non ci è chiara l’accezione del termine "maniaco", legato al termine "mania", che si riferisce agli stati di picco di entusiasmo. E poi perché fa paura l'aspetto depressivo. Forse usando il termine corretto si aiuterebbe a capire di più la situazione e la differenza.

8. Quando muore una persona famosa si sente spesso dire, "Avevano tanti soldi, cosa gli mancava?! Loro potevano permettersi le cure, noi no."
Ilaria: Questi sono i casi che mi colpiscono di più e che mi fanno più incavolare. Sono persone come noi e che quindi attraversano, emotivamente parlando, le stesse difficoltà.
Cerco di ricordare sempre tutti possono recarsi ai Centri Psicosociali delle ASL con una richiesta del medico e sostenere delle visite che sono passate gratuitamente.
Curarsi in psichiatria non è solo per ricchi, ci sono dei servizi erogati a livello regionale dalle ASL cui si accede gratuitamente. Ci si può curare.
E soprattutto, il fatto che sia gratis non vuol dire che non siano bravi medici. Anzi, a volte proprio perché sono a contatto con un pubblico maggiore, devono dimostrare di essere molto preparati.

Credit immagine di copertina: PH PP Sonia Santagostino / MUA Gaia Veronese / STYLIST Giselle Sesi

Claudia Ricifari

Giornalista, media content creator e divano addicted.