Fiaba moderna

Tutti i piccoli e (apparentemente) innocui modi in cui Pretty Woman ci ha rovinato la vita

Uomini che vincono le proprie paure per amore, lumache che non si riescono ad afferrare, vestiti che fanno il monaco: sicuri che Pretty Woman avesse ragione su tutto?

Marianna Tognini

Pretty Woman, o – come molti lo definiscono – «la favola moderna di Cenerentola» oggi compie 28 anni: il film diretto da Garry Marshall uscì nelle sale americane il 23 marzo 1990, e ottenne subito un enorme successo di critica e pubblico, tanto da diventare “il film romantico” per antonomasia. Quando arrivò in Italia, qualche mese più tardi, io avevo 10 anni, e, sebbene andassi spesso al cinema accompagnata dalla nonna o dai genitori, mia madre stabilì che per le disavventure amorose di Julia Roberts e Richard Gere ero troppo piccola

A posteriori, credo che il problema fosse costituito dal concetto di “prostituzione”, di non semplice digestione per una mente candida (e ingenuotta) come la mia, che avrebbe sottoposto la mia famiglia a una miriade di domande e di precoci dilemmi etici da sbrogliare. Quattro anni dopo, avendo preso piena coscienza del fatto che sì, il sesso a pagamento esiste, e sì, è argomento piuttosto controverso, lo guardai di nascosto con un’amica – perché per me era ancora un qualcosa di proibito, dunque ancora più allettante – e, non lo nego, il mio cuoricino di quattordicenne dall’innamoramento facile non rimase affatto indifferente alla fiaba, anzi. Il vero dramma è che ci cascai pure io.

Lo so, lo so, è banale, ma Edward che vince le sue vertigini, si apre all’amore e, sulle note trionfali di Amami Alfredo e con un mazzo di rose rosse torna per dichiararsi alla sua bella ha fatto più danni dei pantaloni a metà polpaccio:
«Principessa Vivian, vieni giù! Ma dovevi stare all’ultimo piano?»
«È il meglio!»
«Va bene, ora vengo su!»

Lui scala torre e salva lei, lei salva lui, vissero tutti felici, ricchissimi e contenti: l’happy ending hollywoodiano ci ha fornito una serie di autogiustificazioni letali nel corso degli anni, dal «Non è pronto, perché ha paura delle relazioni» al «Ci tiene a me, solo che non vuole impegnarsi». Quanto del fantasma di Edward e Vivian c’era dietro la speranza che l’individuo in questione, dopo infiniti tira e molla, si redimesse? Eppure ognuno ha diritto al suo lieto fine, meglio se in grande stile: la fiducia in un gesto eclatante che ribaltasse le sorti di una relazione o pseudo tale quindi vinceva, lasciandoci lì, su quella torre, ingannando il tempo con una telefonata alle amiche e un sacchetto di patatine, nell’attesa che la simpatica canaglia di turno metabolizzasse i suoi sentimenti tenuti ben nascosti nei nostri confronti.

Alzi la mano a chi non è capitato, e alzi la mano a chi non sarebbe piaciuto essere «quella gran culo di Cenerentola»: una volta mi struggevo per un tizio abbastanza freddo e taciturno, segnato da chissà quali traumi che gli impedivano (a mio parere) di rendere manifesto l’amore che provava per me. Quando mia madre mi fece notare che, forse, costui parlava poco semplicemente perché non aveva nulla di interessante da dire, l’ira funesta si abbatté impietosa su di lei: impaziente, scrissi una lettera a mistery man in cui gli aprivo il mio cuore, gliela consegnai a mano e ricevetti in risposta un sms una settimana dopo, che recitava testualmente «Grazie per la lettera, è scritta molto bene». Dopodiché, il nulla: volevo la mia personale Traviata, e invece ottenni la musichetta che accompagna il Game Over dei videogiochi anni ’90. Come volevasi dimostrare.

E chissà se a Oprah Winfrey è venuto in mente Pretty Woman nel momento in cui si è vista negare una borsa da 38mila dollari – «È troppo cara per lei, non se la può permettere» – da una commessa con scarsa memoria fotografica in una boutique di Zurigo. Il film ci ha insegnato che le apparenze purtroppo a volte contano, e così come occorre entrare ben vestite in un negozio per non essere trattate con sufficienza (o, peggio, allontanate), allo stesso modo sembra sia necessario aderire a un determinato codice stilistico qualora si voglia appartenere a un certo gruppo, cultura o movimento, pena il non venire presi sul serio. Ricordo che al liceo andavo in giro vestita come una scappata di casa per avvalorare la mia passione per l’alternative rock, e, nonostante fingessi l’esatto contrario, non mi sarebbe dispiaciuto indossare un paio di scarpe un po’ più femminili con un timido tacco: ma cosa avrebbero potuto dire i miei amici, se non prendermi in giro, dandomi della fighetta?

 Sia chiaro, non è colpa di Julia Roberts se l’abito sembri fare ancora il monaco, ma il film avvalora uno stereotipo che, se per certi versi fa sorridere, per altri risulta vagamente pericoloso:
«Nei negozi non sono gentili, non mi va»
«Non sono mai gentili con la gente: sono gentili con le carte di credito».
E il bello è che, personalmente, preferivo il look di Vivian pre-shopping in Rodeo Drive: volete mettere la modernità di quegli stivaloni al ginocchio in latex rispetto al vestitino bon ton marrone a pois, corredato da guantini e cappello à la Ascot

Probabilmente, però, il danno più grave Pretty Woman l’ha inflitto ai gourmet di tutto il mondo, convincendoli che per mangiare le lumache servissero mani da chirurgo. A ridosso dell’uscita del film, non a caso, parecchi ristoranti iniziarono a servirle sgusciate (sacrilegio!) proprio per dissuadere il partito del «No, io quelle pinze non le so mica usare!», togliendo così metà del divertimento e del gusto. Le escargot, oltre a essere deliziose, vanno solo prese per il verso giusto – sì, proprio come le persone – tenute ferme ed estratte con la loro forchettina apposita: non so quali problemi avesse Vivian nel compiere questi gesti in rapida successione, ma alla storia è passato il luogo comune delle «Stro*ze lumachine!», e molta gente ha rinunciato ad assaggiarle per via della loro presunta difficoltà, relegandole erroneamente alla lista dei piatti che regalano più sbattimenti che piacere, prerogativa di un’élite assai abile e coraggiosa.

Ora, lungi da me mettere sotto processo Pretty Woman: da inguaribile romantica quale sono, lo riguardo ogni volta in cui lo passano in tv, ridendo ed emozionandomi perché – diamo a Cesare quel che è di Cesare – è un gran bel film (ecco, l’ho detto). È però innegabile che la sua morale ci abbia condizionato non poco nei rapporti con l’altro sesso, innalzando il livello di aspettative e regalandoci sonori tonfi se queste venivano disattese. Non riesco a non pensare a mia cugina, più piccola di me di parecchi anni, che invece si è dovuta misurare con un’altra pietra miliare del filone chick flicks, La verità è che non gli piaci abbastanza: secondo voi, chi ha avuto la vita amorosa più facile?

Marianna Tognini

Segni particolari: bionda dentro. Ma anche fuori non scherza.