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Beginner’s guide: Ready Player One

Tratto dal romanzo nerd-cult di Ernest Cline, Ready Player One è l’ultimo film di Steven Spielberg: una celebrazione della pop culture in formato game

Valentina Barzaghi

Quando la scorsa estate Steven Spielberg era stato al Comic-Con  per un panel su Ready Player One insieme a Ernest Cline, autore del libro cult da cui il film è tratto, aveva confessato che, leggendo il romanzo la prima volta, aveva pensato che sarebbe stata una storia perfetta da far dirigere a un regista giovane.

Spielberg da sempre adora alternare la produzione di film con tematiche adulte socialmente rilevanti - The Post, Il ponte delle spie, Lincoln, per citare gli ultimi - a film per ragazzi. Peccato che negli ultimi anni non abbia di certo sparato le sue cartucce migliori in fatto di teen-movie: Le avventure di Tintin - Il segreto dell’unicorno, War Horse, GGG - Il gigante gentile sono film carini, ma nulla a che vedere con titoli come E.T., la saga di Indiana Jones o Jurassic Park. Un mix d’immaginari iconici e inediti, insegnamenti importanti e intrattenimento fuori dall’ordinario.

Un film di godibilissimo intrattenimento e puro spettacolo per gli occhi, che gioca con il passato amato da Cline e Spielberg, ma si aggancia saldamente al presente

Che Spielberg sia stato sopraffatto da un senso di responsabilità socio-tematica con l’avanzare dell’età (ha compiuto 71 anni lo scorso 18 dicembre)? Forse, ma siamo felici si sia redento e che sia stato proprio lui a dirigere questo film. D’altronde un classico della pop-culture come Ready Player One non poteva che essere portato sul grande schermo da uno dei grandi - se non il più grande - padri della pop-culture cinematografica.

Il risultato è un film di godibilissimo intrattenimento e puro spettacolo per gli occhi, che gioca con il passato amato da Cline e Spielberg, ma si aggancia saldamente al presente con una morale sul rapporto uomo-tecnologia

Il libro di Ernest Cline
Ready Player One è il diario della vita di un nerd. Il romanzo è uscito nel 2011 e a oggi è considerabile come la bibbia di una subcultura in continua espansione. Ernest Cline, scrivendolo, ci ha piazzato tutto il suo amore e il suo scibile sulla pop-culture anni ’80, quella degli Atari, di Matthew Broderick e degli A-ha.
Adventure di Atari (1979) è stato uno dei primi videogiochi a cui Cline si era appassionato da ragazzino. Il designer del videogame, Warren Robinett, aveva inserito qualcosa di unico all’interno della sua creazione: un Easter Egg, ovvero un contenuto nascosto, la cui scoperta diventava l’obiettivo principale del gioco. Appassionato anche di racconti di Roald Dahl, un giorno Cline si chiese che cosa sarebbe accaduto se Willy Wonka fosse stato un ideatore di videogiochi invece che un produttore di dolci. Così nacque Ready Player One.

La storia di Ready Player One
Siamo nel 2045. Il mondo reale è diventato un luogo inospitale e ostile. Per questo gli esseri umani preferiscono trascorrere le proprie giornate su OASIS, un universo virtuale dove ciascuno può andare dove vuole, fare ciò che vuole ed essere chi vuole. Non c’è nessun limite su OASIS: solo la propria immaginazione. Questo mondo parallelo è stato creato dall’eccentrico e visionario professor Halliday (Mark Rylance), che alla sua morte decide di lasciare il suo impero al vincitore di una caccia al tesoro in tre round che ha architettato in modo che solo un suo vero erede, ovvero un profondo conoscitore della cultura pop anni ’80, possa arrivare fino alla fine.

La giocata definitiva sull’effetto nostalgia
Ormai è da qualche anno che al cinema - da King Kong a IT, passando per Ghostbusters - e in tv - da Stranger Things a Glow, entrambi Netflix - si stanno cavalcando con successo immaginari anni ’80 attraverso remake, reboot e film farciti di citazioni.
Nel pieno di questo fenomeno - che ormai speriamo si avvii lentamente all’estinzione - ci è capitato più volte di chiederci quando sarebbe arrivato il momento di Ready Player One, summa maxima tra le opere di questo tipo.
Nella speranza che abbiate letto il libro prima di andare al cinema, vi accorgerete come Spielberg gioca su due livelli di citazioni: quelle esistenti anche nel romanzo di Cline e quelle appartenenti alla sua cultura pop. No, non ve ne sveleremo nemmeno una per non togliervi lo stupore e il gioco durante la visione del film.  

Da libro per nerd a film per famiglie
L’aspetto più meritevole del lavoro di Spielberg è stata la sua capacità di non snaturare l’opera narrativa di Cline, reinterpretandola attraverso il suo immaginario e adattandola a un pubblico più ampio della nicchia geek.
La versione cinematografica di Ready Player One è una storia di formazione per ragazzi che celebra l’amicizia, l’accettazione, che parla della scoperta del primo amore, e che s’interroga sulla bontà di nuovi strumenti del progresso come la realtà virtuale. Se a Cline la caccia al tesoro interessava per ripercorrere il mondo della cultura pop anni ’80, a Spielberg serve come sottotesto avventuroso e spettacolare su cui portare in scena i suoi teenager-pro e parlare del loro rapporto con le nuove tecnologie. Strumenti che i ragazzi nel film non solo sanno usare meglio degli adulti, ma di cui sanno anche riconoscere i limiti. Wade (Tye Sheridan), Art3mis (Olivia Cooke) & co. sono consapevoli delle differenze tra identità reale e identità virtuale.
Steven Spielberg, proprio come farebbe James Hallyday, immerge i suoi fan sia vecchi sia nuovi (si spera) in un’avventura cinematografica in formato cinecomic: c’è chi si divertirà limitandosi a giocare e chi, invece, s’impegnerà a conoscere.

                    

Valentina Barzaghi

Giornalista di cultura, più o meno pop.