Beata Comodità

Gorpcore, il nuovo cool tra passerelle e street style

Pratico, comodo e non convenzionale, è lo stile del momento

Chiara Monateri

È la nuova fase in cui è entrata la moda, e i suoi pilastri poggiano su abiti in pile, impermeabili colorati e oversize, accessori in velcro, sandali con calzini, marsupi e tanto altro: pratico, comodo e fuori dagli schemi, ecco perché il gorpcore sta conquistando davvero tutti  

Detto in parole semplici, come se doveste partire per una spedizione: sì, il trend che presidia le passerelle ormai da qualche stagione non fa altro che riflettere il mood della vita attuale. Si lavora come freelance, spesso spostandosi più volte in lungo e in largo per la città, ma anche verso l’esterno. L’athleisure, d’altronde, aveva confermato questa tendenza: nessuno, dalle persone che s’incrociano per strada, passando per le top influencer, fino alle star, è più disponibile a sacrificarsi in nome di una moda scomoda.

Dalla sfilata Prada PE 2018 / Getty Images

Secondo il vocabolario fashion, il gorpcore è lo stile mountain chic che è arrivato a travolgere le passerelle, affermandosi poco alla volta, sfilata dopo sfilata. I segnali erano evidenti: sandali comodi portati con le calze, chiusure in velcro, piumini oversize, impermeabili, pile, tessuti waterproof e il ritorno più inaspettato di tutti, del capo che pensavamo mai sarebbe risorto: il marsupio.

Lo scorso maggio sono stati gli editor di The Cut del New York Magazine a dichiarare l’ascesa della stagione del gorpcore, e ci avevano visto bene: il trend non è durato il tempo di un rapido volo, ma permane ancora al presente, confermandosi uno degli stili più popolari delle Fashion Week di Milano e New York.

Dalla sfilata Balenciaga e Mary-Katrantzou PE 2018 / Getty Images

La nuova tendenza porta quindi in evidenza un processo che non è solo puramente interno alla moda, bensì sociale e intrinseco al sistema-fashion. Fino agli anni ‘90 i brand hanno dettato cosa funzionava e cos’era bello, ma ora è tutto cambiato, perché il parere del pubblico ha acquisito un peso fondamentale, e il consumatore non è mai stato colto, preparato e quindi “di nicchia” come quello di oggi. Proprio partendo da questa concezione Susannah Tucker, senior editor di Asos ha comunicato a Vogue Australia che «Il concetto di gorpcore parte dall’ipotesi che nulla è più stiloso degli abiti che non lo sono per niente. Tutto si basa sull’utilità e sulle funzioni che i pezzi hanno. Dobbiamo tenere a mente che questi sono vestiti originariamente disegnati per attività con funzioni specifiche come scarpinare nella neve per andare dai propri vicini a chiedere se hanno dello zucchero o tagliare la legna per bruciarla». Inoltre, la Tucker stessa ha confermato che l’online store ha registrato l’aumento del 30% nella ricerca del brand North Face e che la ricerca del termine tech fleece (ovvero le felpe di pile a uso sportivo) è stato è stato uno di quelli che ha registrato l’impennata più rapida nella storia del sito. Penso che la maggior parte di noi si possa rivedere in questo atteggiamento: con l’avvento del fast fashion abbiamo riempito i nostri armadi di abiti di scarsa qualità e durabilità, abituandoci da principio a una modalità “usa e getta” che ora stiamo rifiutando, non solo per cercare capi più di valore, ma anche e soprattutto per lo spettro dello sfruttamento delle risorse umane che spesso sta dietro a simili produzioni.

Dalla sfilata Marc Jacobs PE 2018 / Getty Images

L’evoluzione passa attraverso la contaminazione

Georg Simmel nel suo trattato La Moda, definiva quest’ultima come imitazione di un modello dato: imitando, ci liberiamo dal tormento della scelta. Ma la moda è anche, secondo Simmel, un puro prodotto di necessità sociali, e qui si trova il perché di stili come il gorpcore. Il consumatore ora è sempre più attento, si prende la responsabilità e vuole scegliere: sceglie in maniera soggettiva in tutti gli ambiti del suo vivere sociale, dalla nutrizione all’abbigliamento e contamina col suo input personale anche le tendenze, che riflettono il cambiamento. Inoltre, la scelta di capi gorpcore è talmente “facile” e legata alla comodità, che anche così ci si solleva dalla responsabilità di scegliere qualcosa che sia “alla moda”. Il designer Justin Slone, spesso vestito in Patagonia e Converse, lo ribadisce in un intervento su The Cut: «Ammetto che sono cresciuto in quegli ambienti di gente che si fa in casa la granola, ma ciò che mi piace di questo stile è che così ti tiri fuori delle decisioni in termini di moda». Decidere, quindi, diventa non decidere

 Questo mash-up è diventato sempre più chiaro anche nelle collaborazioni: basti pensare ad Adidas by Raf Simons, Birkenstock by Celine o Supreme x Louis Vuitton. Vetements ha dato una scossa fortissima col proprio messaggio estremizzato di indossare quello che si vuole, utilizzando spesso come modelli persone comuni di qualsiasi fascia d’età e ironizzando su tutte le classiche pose della moda. Anche i “mostri sacri” hanno un debole per il gorpcore: Prada ha sfilato mostrando sandali in stile Teva (brand tornato in fortissima auge) indossati con calzettoni, borracce e impermeabili. Givenchy e Gucci sono invece stati tra i fautori del ritorno del marsupio nel luxury, marsupio che, ora, spopola ovunque anche tra i brand high street come Urban Outfitters: il nuovo modo per portarlo è allacciarlo per obliquo sul petto. Le stesse Birkenstock stanno cavalcando il loro potente ritorno ai piedi del jet set e delle top influencer con l’apertura di pop-up store chiamati Birkenstock Box, tra i quali quello presso 10 Corso Como in occasione dell’ultima fashion week milanese.

Da sinistra Adwoa Aboah, Kendall Jenner, ASAP Rocky / Getty Images

Nelle ultime sfilate della Primavera 2018 il gorpcore ha continuato a imperversare, e non c’è dubbio che questo trend troverà ampio spazio anche sulle prossime passerelle.

La moda si sta quindi dirigendo verso un nuovo percorso più sostenibile per il singolo individuo, ancora prima che in una prospettiva globale? Pare che nell’attuale piramide di consumo il punto di partenza ora sia davvero il consumatore, noi, che compiamo scelte non solo influenzate dalla sostenibilità del sourcing dei materiali e dal corretto impiego delle risorse umane, ma prima ancora legate a una prospettiva ragionevole su ciò che indossiamo e che ci identifica. Da “seguaci” della moda transitiamo, grazie a una cultura storica più capillare e ampiamente condivisa, verso una versione più cosciente, in cui ci ritroviamo a vestire i panni di novelli Candide, coltivando il nostro giardino delle scelte di vita, che guidano con una logica precisa anche quelle d’acquisto.

Viviamo in un’epoca dove definirsi attraverso status symbol come quello dell’opulenza non solo non è più necessario, ma –  anzi – appare ridondante, in cui la vera rivoluzione è probabilmente non seguire più i trend, ma alimentarli personalmente contribuendo, attraverso le nostre decisioni anche a livello stilistico, a creare un nuovo mindset personale e al tempo stesso condiviso.

Credit immagine di copertina: Getty Images

Chiara Monateri

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