FASHION & POLITICS

La politica veste Prada: 9 first ladies + 1 che hanno pilotato una nazione dalla cabina armadio

Con i loro abiti hanno conquistato popoli, smosso mercati, e spinto i programmi politici dei propri mariti

Daniela Zuccotti

Dietro un grande uomo c’è una grande donna. Dietro una grande first lady ci sono mezza tonnellata di vestiti, un quintale di scarpe, dodici camion di gioielli: un guardaroba così potente da conquistare popoli, smuovere mercati, misurare le persone. E, all’occorrenza, spingere il programma politico del proprio marito.

C’è chi ha cucito il Sogno Americano e chi si è infilata nei panni di quelli che sognavano; c'è a chi l'equazione femminismo-femminilità calzava a pennello e per chi, invece, è stata solo un'etichetta.

C'è chi, in red, ha ridato colore alla Casa Bianca, chi ha indossato tuniche macchiate di sangue, chi con le scarpe ha affamato una nazione. C'è chi ha gettato la divisa bon ton da una finestra, chi con i suoi completini ha buttato giù un muro e c'è chi, oggi, in giacca e cravatta, forse ne sta sgretolando un altro.

La politica veste Prada, insomma, anche prima che Prada esistesse.

Jackie Kennedy / Getty Images

Che la moda sia diplomazia ce l’ha insegnato la Signora Kennedy. Dietro agli occhiali over, ai tailleur bouclé, ai pantaloni bianchi con le pinces e alla maglia a righe di Miss Grazia Moda Stile Parigino c’era, infatti, una donna con un grande senso del ruolo, determinata a restare, con il marito, in cima all’Olimpo sul quale gli americani l’avevano adagiata. Jackie e John, insieme, incarnavano la Speranza: belli, sorridenti, ben vestiti, innamorati, aspirational. Il ritratto di famiglia che gli americani volevano vedere in televisione. E imitare. 
Lui in mezzo alla gente, con le maniche della camicia rimboccate, lei a braccetto, con le dita ingioiellate by Tiffany & Co. Lui che difendeva la pace e i diritti civili dei neri sotto la bandiera della New Frontier, lei che si difendeva dal vento sotto un foulard di Hermès. Il mondo intero pendeva dalle loro labbra. Le donne volevano essere Jackie, gli uomini John, almeno fin quando non fu assassinato. 

Michelle Obama / Getty Images

Probabilmente è Michelle Obama la first lady che ha imparato meglio la lezione di Jacqueline.
Ma, anziché portarsi a casa il piatto nudo e crudo, ha variato la ricetta. Michelle ha infatti creato un nuovo modello di Sogno Americano: più comodo, più versatile, più vicino alle persone. Che andasse oltre la facciata, oltre le regole, oltre i Wanna Be. Le sue gonne a ruota, cariche di speranza, i colori accesi, le stampe a fiori, gli accostamenti azzardati, gli “abiti normali” di Asos o J. Crew insieme ai capi da sera couture che mostravano con disinvoltura le braccia poderose, hanno sempre rispecchiato l’aria di cambiamento portata da Barack. Michelle, attraverso la moda, ha dato una scossa all’economia, ha lanciato la carriera di molti designer emergenti, si è fatta amare per quello che era e non per chi rappresentava, convincendo pure i più scettici. Sembra che il suo armadio se ne intendesse anche di politica estera: già, perché la visita a Matteo Renzi in Versace o l'incontro con la regina Elisabetta in Tom Ford non furono di certo scelte casuali. 

Eleanor Roosevelt / Getty Images

Come la combo designer-Paese, anche l’accostamento femminismo-femminilità funziona. Almeno, dando un’occhiata al guardaroba di Eleanor Roosevelt. Nelle forme leggere e fascianti il punto vita, nelle morbide gonne sotto il ginocchio, negli abiti-sottoveste in seta e nelle lunghe collane di perle che hanno accompagnato le sue battaglie per i diritti delle donne c’è tanto dei valori nei quali credeva e del New Deal di suo marito, il Presidente americano Franklin Delano Roosevelt, impegnato nelle riforme economiche e sociali degli anni ‘30. 

Eva Péron / Getty Images

Un tantino meno riuscita, nei panni di quota rosa, appare, invece, la figura di Eva Péron, l’ex sindacalista-first lady, moglie del terribile colonnello Juan Domingo Pèron, che strinse il cappio all’Argentina dal 1946 al 1955. Meno riuscita, forse perché Eva voleva convincere la gente della possibilità di un riscatto sociale ostentando abiti da Barbie firmati Dior e gioielli-lampadario scolpiti a mano. Forse perché ai diritti delle donne anteponeva la sua immagine - studiata, corretta e riscritta a tavolino - per farsi amare dal popolo. Anche l’iconico chignon, se vogliamo, faceva parte della causa: una pettinatura di classe che nascondeva in realtà un imbarazzante segreto: i capelli sporchi, che Evita, a causa dei troppi impegni istituzionali, non aveva il tempo materiale di lavare.

Nancy Reagan / Getty Images

Se, dalle pettinature, ci si sofferma invece sui codici cromatici, risulta lampante come uno dei colori più ricorrenti in politica sia il rosso. L’hanno indossato e tuttora lo indossano moltissime first lady, ma ad appropriarsene, insieme a mezza Casa Bianca del marito, è stata Nancy Reagan, che – appunto di rosso vestita – ha incarnato l’ideale conservatore di moglie devota e di cattiva da serie TV anni ’80. Con i suoi elegantissimi abiti firmati Carolina Herrera o Oscar della Renta (ma, ammettiamolo, pure qualche peccaminoso Valentino) e quell’innata inclinazione a spendere milioni di dollari per feste, gioielli, viaggi, auto e case, la Signora Dynasty ha reso omaggio, per tutto il mandato, alla politica del suo eroe Ronald, strenuo promotore e difensore dei principi etici del capitalismo. 

Nina Khrushcheva / Getty Images

All’estremo opposto Nina Khrushcheva, sulla quale le idee del marito donavano quasi quanto gli abiti. Se all’epoca fossero esistiti i social network, Nina sarebbe diventata un tormentone: la tunica a fiori della sgraziata donna kholcoz accanto alla dea Jackie, indossata in occasione del photocall alla Casa Bianca Kennedy, sarebbe diventata in pochi secondi un trend topic su Twitter, Facebook si sarebbe intasato di meme e su Instagram sarebbe nato un nuovo profilo: Tunicagram. Invece, Nina se la cavò con qualche pettegolezzo sui giornali, salvo poi confermare la propria recidività nello sbagliare vestito. Già, perché quel tipo di abito-tunica, che insaccava il corpo e puniva i movimenti, sulla Khruschcheva divenne una specie di divisa per tutto il mandato del marito. E forse a Nikita Kruschev piaceva. Del resto, avevano le stesse debolezze: come la moglie, anche lui aveva poca dimestichezza con gli abbinamenti, altrimenti non avrebbe mai represso nel sangue la rivoluzione ungherese mentre predicava la destalinizzazione fuori e dentro l’Unione Sovietica.

Imelda Marcos / Getty Images

Per distruggere un Paese, comunque, bastano anche qualche paia di scarpe. 2.700 per l’esattezza, nel caso di Imelda Marcos: tre cambi al giorno per due anni e mezzo più 4.000 abiti catalogati dalla servitù. E intanto i filippini morivano per strada. Ma la regina delle scarpe e il suo corrotto marito Ferdinand se ne infischiavano: «Quando sono entrati come furie a casa nostra, sono andati dritti verso gli armadi» ha dichiarato Imelda, nel 2006, al Sunday Times. «Be’, ci hanno trovato scarpe, mica scheletri». Che spiritosa. A noi, piuttosto, fa sorridere che nel 1986, quando lasciò il palazzo presidenziale di Manila insieme al marito per sfuggire ai rivoluzionari che rovesciavano il regime, la Signora Cenerentola ebbe il tempo di infilare solo un paio di modeste espadrillas: un sacrilegio. L’elicottero inviato dal Presidente Reagan non poteva aspettare: o le scarpe o la vita, e lei, forse slogandosi un piede, scelse la vita.

Brigitte Macron / Getty Images

Compiendo un notevole passo avanti, e non solo a livello temporale, si arriva a Brigitte Macron.
L’attuale première dame di Francia, dal primo giorno del suo insediamento, ha fatto pulizie a Palazzo sbarazzandosi di divise bon ton e di total look ingessati che avrebbero stonato con la politica di riforme, prima fra tutte quella del lavoro, attuata dal Presidente Emmanuel. Già, perché il dialogo con i sindacati si affronta a gambe scoperte. O, al massimo, con addosso un paio di skinny, anche in pelle nera, una camicia scivolata, una maglia navy, un blazer grigio e, perché no, anche un cappotto Louis Vuitton da rimettere più volte. Le abitudini, ce lo insegnano i bambini, rassicurano. E un popolo vuole essere rassicurato, anche attraverso gli abiti dei propri governanti.

Raisa Gorbacheva / Getty Images

Raisa Gorbacheva forse annuirebbe. Lei, che con le sue silhouette filo-occidentali ha sconvolto l’Unione Sovietica e ha dato il colpo di grazia al muro di Berlino: le sue gonne matita, che esaltavano il punto vita, le camicette di seta e gli abitini alla Jacqueline Kennedy sfilavano infatti di pari passo con le riforme della Perestrojka. A un tiro di schioppo da Yves Saint Laurent e Pier Cardin. Una coppia affiatata, quella di Michail e consorte: lui faceva cadere l’ultimo simbolo della guerra fredda, lei anticipava il via libera allo shopping.

Gauthier Destenay / Getty Images

Chissà che di muro non ne sia caduto un altro, proprio in questi ultimi anni. È la domanda che ci poniamo di fronte al completo scuro, alla camicia bianca e alla cravatta celeste, indossate sotto un sorriso, da Gauthier Destenay, prima in visita ufficiale a Papa Francesco, poi alla Casa Bianca di Trump, per accompagnare il marito Xavier Bettel, attuale Presidente del Lussemburgo. Gauthier non è il primo first gentleman della storia, mariti di donne premier in giro per i photocall se ne sono già visti in passato. Ma lui è il marito del primo Presidente apertamente gay.

Se non è onestà politica questa, allora si chiama rivoluzione.

Credit immagine di copertina: Getty Images

Daniela Zuccotti

Content creator, stylist, mamma.