De gustibus

Calunniate calzature brutte, ma comode: un elogio

Bistrattate dai modaioli, rivalutate da molti: elogio delle scarpe famose per la loro bruttezza, ma anche per la loro comodità

Clara Miranda Scherffig

Il mio primo desiderio d'abbigliamento autonomo – quello che ci anima quando i vestiti comprati dalla mamma non piacciono più – ha preso la forma di un paio di scarpe. Avevo sviluppato un'ossessione per delle scarpe di tela alte fino alle caviglie, piene di lacci, colorate, ma con una caratteristica punta bianca un po' bombata, quasi da personaggio di un cartone animato. «Le scarpe con la stella», chiedevo nei negozi. Dopo settimane di ricerche senza successo, la mia tata diciannovenne risolse il mistero e ne acquistai un paio basso, nero (non quelle alte, rosse, da Piccoli Brividi che avevo lungamente bramato). Le Converse All Star mi permisero così retroattivamente di acquisire lo stile dei giovani alternativi che ammiravo seduta in passeggino all'arrivo degli anni Novanta, e, allo stesso tempo, mi mettevano ai piedi l'essenza di americanità emanata da serie come Baywatch o Beverly Hills 90210. Ai miei occhi di bambina quelle scarpe erano uno strumento magico per viaggiare nel tempo e nello spazio.

Col passare degli anni, le Converse hanno esaurito il loro effetto magico. Eppure, rimangono delle scarpe con un'identità precisa, la cui leggendaria creazione avvenne non in nome dell'estetica, ma della praticità. Il signor Chuck Taylor, commerciante della Converse ed ex giocatore di basket propose di perfezionare il modello All Star con dei rinforzi sulla caviglia. Il re-design funzionò e, ribattezzata col nome del suo ideatore, questa divenne la prima calzatura per basket prodotta in serie. Nel frattempo il signor Taylor faceva carriera: consulente dell'esercito negli anni Trenta, disegnò la variante con le patriottiche linee blu e rosse intorno alla suola per gli atleti americani nelle Olimpiadi del 1936, e infine rese le Converse le scarpe ufficiali d'allenamento dei soldati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il mondo delle calzature è pieno di scarpe nate perché ci rendessero la vita più facile, non necessariamente più bella. La mia ultima fissazione è per le Dansko, zoccoli di gomma resistentissimi, già osservati ai piedi delle signore torinesi e ora piattaforma di comodità celebrata dal New York Times Magazine. Praticamente informi, diffusi soprattutto nel modello nero opaco o laccato, ricordano in realtà più il maiale del film Okja che le Dr. Scholl's a cui molte donne si ostinano a paragonarle.

Tra tutte le scarpe che ho indossato, le Dansko sono le migliori conversation-starter che conosca, poiché suscitano un’immediata curiosità tra chi non le ha mai viste, o esclamazioni di orrore o ammirazione tra chi le conosce. Il paradosso totale di una scarpa tanto neutra: o la ami o la odi. Ma la parentela con Dr. Scholl's è vera solo in parte.

Le Dansko sono state pensate per chi deve passare molto tempo in piedi: non solo infermiere, quindi, ma anche fioraie, cassiere, falegnami, artiste, e perché no, chiunque lavori a scrivanie rialzate. Anche loro di origine nord-europea, sebbene oggi di produzione americana, sono state create da una coppia danese inspiratasi al tradizionale zoccolo di legno, che prima di diventare feticcio delle femministe forniva solida protezione ai contadini scandinavi.

A differenza delle Dr. Scholl's, le Dansko chiudono leggermente la caviglia sul retro evitando l'effetto ciabatta e lasciando il piede libero di sgranchirsi in tutte le direzioni. Con il loro discreto ma robusto plantare, costituiscono anche un’orgogliosa alternativa a mule e sandaletti eleganti per chi non ama dare nell'occhio, poiché la loro micro-zeppa solleva di diversi centimetri senza l'imbarazzante ticchettio né la rallentata camminata sui tacchi.

In tal senso anche le Crocs, forse le sorelle un po' più sceme e svampite delle Dansko, servono il nobile scopo di calzare chiunque (poiché dal prezzo ben più accessibile delle Dansko e dunque assai democratiche) con comodità. Questa faccenda del comfort non deve essere andata giù al direttore creativo di Balenciaga, che alla scorsa settimana della moda parigina ha fatto sfilare i famigerati sandali impermeabili in versione zeppa (forse ispirandosi alle Fornarina di gloriosa memoria?). Demna Gavasalia ha detto di apprezzare modernità e materiale delle Crocs, che per di più vantano la totale assenza di odori, una caratteristica importante quando si tratta di indossare qualcosa per tanto tempo: ricavate da un'unica massa di schiuma di gomma, hanno il vantaggio di fornire riparo al piede nudo evitando che questo reagisca in alcun modo al contatto. Praticamente l'effetto di un sandalo indossato col calzino, solo senza calzino.

Il cruccio delle Birkenstock è che nascono come scarpe ortopediche, e sebbene di presenza piuttosto discreta, la suola in sughero suggerisce handicap ambulatori anche ai meno maliziosi

In questo frangente è impossibile non nominare le Birkenstock, tanto più che anche loro hanno recentemente lanciato una linea impermeabile-solo-gomma-no-odori. Oltre al trentennale stigma di scarpa tedesca (che è sinonimo di abominio), il cruccio delle Birkenstock è che nascono come scarpe ortopediche, e sebbene di presenza piuttosto discreta, la suola in sughero suggerisce handicap ambulatori anche ai meno maliziosi. Inventate per risolvere una sfida specifica – creare un plantare che migliori col tempo la sua aderenza all'individuale pianta del piede – in realtà in Germania si indossano da sempre come pantofole casalinghe. In ogni caso bisogna riconoscere loro il merito di aver risolto un problema molto più generico: aver ridotto il sandalo ai suoi minimi termini. L'impianto minimalista caratterizza tutte queste scarpe brutte ma belle, e si capisce perché nessuno dei suddetti marchi abbia intenzione di cambiare il proprio design: orgogliosi come i creatori di Dansko, quelli di Birkenstock sono finiti in passerella a Parigi quest'estate ma ribadiscono: «non vogliamo ridefinire la moda, ci va benissimo dove siamo adesso».

Chissà poi perché è così facile identificare il brutto con i sandali. Forse perché a essere generalmente antiestetici sono i nostri piedi, non tanto le nostre calzature? Questa incognita deve aver sfiorato anche la mente degli inventori delle Wörishofer, cioè praticamente le Birkenstock con la zeppa. Anch'esse disegnate per dare sollievo a piedi malfunzionanti con sughero e cinghiette vintage, per quanto “scandalosamente” indossate da Kirsten Dunst e altre celebrità, continuano irrimediabilmente a ricordare vecchiette con calze color carne e l'alluce valgo.

Dominio degli anziani è anche un'altra scarpa ingiustamente bistrattata per la sua bruttezza e tra le mie favorite in assoluto. Le Mephisto, create da un francese (che però era figlio di un commerciante tedesco), furono modellate per piedi affaticati o gonfi, e sono oggi tanto leggere quanto, purtroppo, care. Proprio per i loro prezzi non popolari divennero a un certo punto degli anni Novanta uno status-symbol tra i rapper parigini, salvo poi ridiventare le calzature preferite di ottuagenari benestanti. Io adoro i loro lacci da scarpa da trekking e ancora di più la suola larga, spessa e zigrinata, che mi piace immaginare come il cenno di sfida lanciato da una nonna a un punk con le Creeper (che sono bene o male la stessa cosa).

In questo elogio del pratico contro il bello, o del brutto che è così brutto da fare il giro, forse vale solo una regola: tutto è concesso, purché non sia infradito.