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Quando la moda sa essere etica: i brand eco-friendly da seguire

Sostenibilità ed estetica: ecco dodici marchi eco-friendly che dovreste conoscere (e acquistare)

Claudia Ricifari

La salvaguardia del pianeta è un problema serio, che in molti ancora prendono sottogamba. Non ci si rende conto che gran parte delle nostre abitudini stanno alterando l’ecosistema, con conseguenze gravi sull’ambiente che si ripercuotono a loro volta su di noi e sulle generazioni future.

Se da una parte c’è chi nega tutto questo o minimizza, dall’altra c’è chi da anni lotta per informare e sensibilizzare. Tutti conoscono Greenpeace e le sue battaglie. In pochi però sanno che tra queste, ormai da anni, ce n’è una che si concentra in particolare sull’impatto del sistema moda, seconda industria più inquinante al mondo. Nel 2011 l’organizzazione ha dato il via alla campagna Panni Sporchi, denunciando la presenza di sostanze tossiche per l’uomo e per l’ambiente nelle acque reflue delle fabbriche in Cina. 

Un progetto che è andato avanti anno dopo anno, con misurazioni e report, e che ha portato a un’altra campagna, denominata Detox, che ha come obiettivo finale l’eliminazione totale di queste sostanze dalla produzione entro il 2020. Diversi marchi hanno deciso di aderire all’iniziativa per eliminare i composti pericolosi dalla catena di produzione e dai prodotti in commercio: tra questi, sia grandi griffe, come Valentino, Burberry e il Gruppo Miroglio, sia brand del fast fashion come Zara ed H&M.

Non ci si rende conto che gran parte delle nostre abitudini stanno alterando l’ecosistema, con conseguenze gravi sull’ambiente

Ad avere maggiori problemi sono le aziende di grosse dimensioni, con impianti di produzione e fornitori all’estero, che non hanno mai applicato un serio e rigido controllo sulla filiera.
E qui la macchina si inceppa di nuovo, perché per “moda sostenibile ed etica” non si intende solo quella che non inquina, ma anche quella che ha rispetto per le persone, in primis i suoi lavoratori.

Reformation abbigliamento

Tutte queste considerazioni hanno fatto sì che maturasse una nuova consapevolezza e nascessero nuovi marchi con una sensibilità diversa, che investono nella ricerca di nuovi tessuti naturali o riciclati, riducono le emissioni di CO2 e l’impiego di acqua durante il processo di produzione, ricorrono all’uso di un’energia pulita e verificano direttamente la buona condotta dei fornitori.Fino a oggi siamo stati abituati a pensare che capi ecosostenibili ed etici non potessero essere anche belli: fortunatamente negli ultimi anni la situazione è cambiata, per la gioia di fashion addicted con un occhio all’ambiente e ai diritti umani. Se anche voi volete essere parte del cambiamento, ecco qualche brand che fa al caso vostro.

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Edun
Fondato nel 2005 da Ali Hewson e suo marito Bono (sì, quello degli U2), ha come primo obiettivo quello di produrre in modo sostenibile
stimolando e incoraggiando lo sviluppo dell’Africa. Le collezioni sono pensate da un team creativo a New York, che lavora a stretto contatto con i partner in giro per il continente africano, che forniscono nuovi materiali e lavorazioni. Il risultato è una linea di abbigliamento e accessori, sviluppata e realizzata in Africa, che unisce soluzioni innovative e artigianali (dai materiali organici a quelli riciclati) a uno stile semplice e dalla vestibilità perfetta.

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Reformation
Fondata nel 2009 da Yael Aflalo, questa azienda è tra le più famose per aver portato il concetto di sensibilità nell’ambito mainstream.
Sono tante le star che hanno abbracciato la causa grazie al brand e hanno deciso di indossare i loro abiti, prima fra tutte Selena Gomez.Tornando alla mission di Reformation, il quartier generale si trova a Los Angeles, dove vengono disegnate e prodotte la maggior parte delle creazioni, affidando alcuni dettagli a partner sempre negli Stati Uniti, garantendo un alto standard nei metodi di lavoro e nei materiali, riducendo il più possibile l’impatto ambientale e riuscendo comunque a mantenere degli ottimi prezzi.

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Organic by John Patrick
Etica e bellezza. Sostenibilità e globalizzazione. Come si legge sul sito, «non ci sono binari in opposizione, ma gradi di possibilità».
È con questa idea che John Patrick ha fondato il suo marchio nel 2004, cercando fin da subito di dargli un’identità forte, a partire dal nome che non dà adito a fraintendimenti. Il fulcro sono i materiali, rigorosamente organici, ma si dà priorità anche a pratiche di lavoro equo e consapevolezza ecologica, senza perdere di vista la parte estetica. Lo stile è semplice, ma raffinato, quel minimal in grado di accendersi con l’aggiunta di un accessorio.

Siizu
Questo marchio punta tutto sulla trasparenza. Il business model impone infatti di rivelare ogni fase del processo produttivo, dall’origine dei materiali alla fase manufatturiera, fino alla distribuzione. Questo per garantire ai consumatori che i loro abiti provengano solo da fornitori e lavoratori soddisfatti, ben pagati e che non inquinino.

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Brother Vellies
È ad Aurora James che dobbiamo questo marchio di accessori (perlopiù borse e scarpe) dallo stile unico che valorizza le lavorazioni tipicamente africane. Una manifattura che in pochi conoscono, ma che imparerete ad amare. Stivali, sandali, mocassini, ma anche bauletti e pochette, realizzati in Sud Africa, Kenya, Etiopia e Marocco. L’obiettivo è quello di stimolare e sostenere l’artigianato africano, con ottimi risultati, se si considera che persino Beyoncé è stata vista con una borsa Brother Vellies al braccio.

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Cangiari
Il nome deriva dal dialetto calabrese e significa cambiare. E già questo è significativo dell’obiettivo di questo marchio, il primo di moda eco-etica di fascia alta in Italia. Tutti i tessuti sono realizzati con materiali e colorazioni biologiche e prodotti al telaio a mano, secondo l’antica tradizione della tessitura calabrese. L’intera filiera, poi, è Made in Italy, formata dalle cooperative sociali del gruppo Goel, che si prendono cura delle fasce più deboli e operano per il riscatto del territorio. Lo stile è un po’ hippy un po’ gipsy, ma rigorosamente chic.

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Nokike
Fondato nel 2011 dalla designer Herica Signorino, si tratta di un brand specializzato nella realizzazione di gioielli
(ma potrete trovare anche capi di abbigliamento). Ogni creazione viene ideata e prodotta in Italia, per la precisione a Firenze, e la sua particolarità sta nella capacità di unire materiali più classici come ottone e acciaio, ad altri decisamente insoliti e riciclati, come palloncini, gomma, pelle rigenerata e scarti.

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Par.Co Denim
Questa azienda specializzata nella produzione di jeans è nata a Bergamo, dove ha deciso non solo di mettere radici, ma anche di estendere le proprie collaborazioni. Par.Co utilizza cotone proveniente da agricoltura biologica, mentre filatura, tessitura e tintura vengono realizzate su telai italiani e giapponesi. Ma non finisce qui. I jeans vengono lavati con un metodo 100% biodegradabile, che permette di sostituire le sabbiature (cioè le tecniche di sbiancamento, pericolose per l’ambiente e la salute) con un composto vegetale. Bottoni e rivetti, infine, sono nickel-free realizzati nello storico distretto bergamasco dei bottonifici.

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Carmina Campus
Fondata da Ilaria Venturini Fendi, questa azienda si è contraddistinta da subito per la sua capacità di creare oggetti di design laddove gli altri vedevano solo rifiuti o cose vecchie. Il suo mantra, come si legge sul sito, è «Save Waste from Waste», perché utilizza materiali industriali comunemente considerati scarti come fonte di ispirazione e materia prima per i suoi prodotti. Parliamo di fondi di lattine, ma anche vecchie pelli, pellicce e gomme che acquistano nuova vita e diventano oggetti unici (sono numerati) grazie alle sapienti mani di artigiani italiani. Carmina Campus vanta anche diverse collaborazioni per lo sviluppo di una moda sostenibile, come quella con UN International Trade Centre per la salvaguardia dei prodotti Made in Africa.

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Stella McCartney
Un cenno va fatto anche a quei grandi marchi che da sempre hanno fatto della sostenibilità parte fondante del loro business. Il marchio fondato dalla figlia dell’ex Beatles è uno di questi. Stella ha dimostrato sempre una particolare sensibilità nei confronti degli animali e del rispetto della natura. Per questo, fin dagli esordi, si è concentrata sulla ricerca di materiali innovativi che le permettessero di non utilizzare pelli e pellicce o lavorazioni nocive per l’ambiente. Così nasce il metodo Eco Alter Nappa, un materiale che sostituisce alla pelle, completamente vegetale, con cui realizza i suoi accessori. Persino l’arredamento delle sue boutique è realizzato in modo ecosostenibile.

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Orange Fiber
Sono due giovani siciliane, Adriana Santanocito e Enrica Arena, ad aver pensato che persino il frutto più noto della loro terra potesse essere utile alla causa modaiola. Così hanno creato questo marchio, l’unico a produrre il primo tessuto sostenibile da agrumi al mondo. Le due ragazze hanno trovato il modo per trasformare quello che era un problema, lo smaltimento, in una risosa. Dalle bucce, infatti, viene ricavata una cellulosa perfetta per ottenere un filato che grazie alle nanotecnologie gode di proprietà rivoluzionarie. È infatti possibile fissare sui tessuti gli oli essenziali degli agrumi, ricchi di vitamine A e C, che conferiscono alla pelle i loro effetti benefici.
Non stupisce, quindi, che un marchio come Salvatore Ferragamo abbia voluto realizzare con Orange Fiber una capsule collection, la Ferragamo Orange Fiber Collection, una linea di abbigliamento e stoffe impreziosita da Stampe d’Autore realizzate da Mario Trimarchi, Compasso d’Oro nel 2016.

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Everlane
In questo caso parliamo di un marchio etico, oltre che sostenibile, perché il suo modello di business punta alla soddisfazione di tutti i lavoratori della filiera, sostenendo quindi lo sviluppo anche di produttori e fornitori. Una peculiarità di Everlane, infatti, è quella di instaurare uno stretto legame di fiducia e rispetto con i proprietari delle fabbriche che lavorano per il brand, pretendendo che si rispettino dei criteri sulle condizioni di lavoro messe per iscritto nei contratti di collaborazione.
Anche per quanto riguarda il rapporto con i consumatori l’azienda punta tutto sulla trasparenza, pubblicando sul proprio sito i reali costi di produzione, mostrando quindi il markup (cioè il rincaro per il proprio guadagno) e mettendo a disposizione, per alcuni prodotti, l’opzione «choose your prize», cioè la possibilità per gli utenti di decidere quanto pagare un capo.

Credit immagine di copertina: Reformation abbigliamento

Claudia Ricifari

Giornalista, media content creator e divano addicted.