al sacco

Elogio della schiscetta: quando il pranzo portato da casa è uno stile di vita

Una celebrazione che ha poco a che fare con la pausa pranzo davanti al computer, e molto con un’idea di mondo

Elena Viale

Essendo dotata di un patrimonio genetico in larghissima parte uguale a quello degli altri appartenenti alla mia specie, me ne differenzio come tutti per una serie di idiosincrasie e ossessioni: sono allergica alla passivo-aggressività, alla polvere, ai thriller scandinavi e a un particolare concetto olezzoso di dopobarba; sono ossessionata dai bestiari fantastici, dagli ombretti in campiture piatte, e dall’idea di “pranzo al sacco”.

Per pranzo al sacco intendo quel luogo dell’anima detestato da tutti coloro che di cibo ne capiscono davvero, luogo in cui metterti a mangiare non implica una soluzione di continuità con quello che stai facendo, ma piuttosto un migliorare l’esperienza già in atto di n volte grazie al coinvolgimento a) del senso del gusto e b) del senso di sazietà. Il pranzo al sacco ha ovviamente varie declinazioni, tra cui quella per me quasi sacrale del panino da macchina o da alta montagna; la frittata di pasta che la madre di un mio ex fidanzato campano ci faceva quando andavamo ammare; ma soprattutto — soprattutto — la quotidiana schiscetta che qualunque lombardo riconoscerà come declinazione locale della gamella o gavetta, contenitore per il pranzo da scrivania o sala comune, da panchina del parcheggio-giardino aziendale o muretto del cortile universitario.

Con il tempo e l’uso il nome del contenitore è passato a denominare anche il contenuto, e quindi schiscetta  non è più solo il piatto da passeggio di plastica o alluminio, ma è proprio quello che ti prepari per pranzo. Quella che segue è la mia dichiarazione d’amore per la schiscetta.

L’amore per il panino
Questo mio amore, cavallerescamente, comincia con un rifiuto per il concetto-schiscetta
, nella forma di un senso di necessaria partecipazione a qualunque momento sociale la vita mi offrisse intorno ai vent’anni, ovvero durante la mia prima frequentazione di un ufficio. Poi, con i mesi e gli anni e con il rendersi conto che il networking e lo scambio di opinioni — di solito una quarantina di centimetri al di sopra di un qualunque piatto scelto a caso e mediamente orribile del bar sotto l’ufficio — è sempre lavoro, il concetto-schiscetta è diventato una scelta di astinenza dal dialogo e di frugalità.

Andare a pranzo con qualcuno è per me, oggi, è un raro piacere o un magnifico dovere, ma nella quotidianità incatenarmi al fornello la sera per prendermi cura dei miei bisogni del giorno successivo mi ha insegnato la dimensione morale del bene che voglio a me stessa. Non solo, mi ha fornito una scala gerarchica per gli altri esseri umani: valgono un pranzo lontano dall’ortoressia del mio scartozzo pieno di olio extra vergine, valgono un pranzo vincolato alle schifezze delle tavole calde della Barona?

schiscetta: che qualunque lombardo riconoscerà come declinazione locale della gamella o gavetta, contenitore per il pranzo da scrivania o sala comune, da panchina del parcheggio-giardino aziendale o muretto del cortile universitario

Insomma, nella mia passione per la frugalità prandiale entrano elementi caratteriali, come un sacro amore per il silenzio; etici, come il fatto che reputo i sistemi di consegna del cibo una crudeltà organizzata a cui faccio ricorso solo in momenti di estrema emergenza; e “titanici”, come il fatto che fin dalla più giovane età mio padre mi ha convinta che il panino mangiato esposti agli elementi in vetta sia più buono del gulasch della malga 400 metri sotto.

D’altra parte, sia chiaro, reputo di fondamentale importanza umana essere in grado di organizzare una cena con tutti i crismi. Va bene essere orribili a pranzo, ma a cena splendidi.

Il rito dello sguardo vacuo al frigo
Esiste questo mito per cui “gli schiscettati” sarebbero persone ligie al dovere, avverse alla multifattorialità e alle infinite probabilità del mondo della ristorazione. Sfatiamo il mito: io sono una persona al limite estremo dell’ordinato, al limite estremo dell’organizzato, zero abitudinaria. Zero noiosa! Molto indipendente nelle scelte. E infatti, in una bella interpretazione della televisione anni inizio Duemila vi svelerò che il primo ingrediente necessario per una schiscetta ben riuscita è la fantasia. Sembra un’ovvietà, giusto? Invece è 100 percento accurate, lo dicono anche alcuni dei miei manuali di riferimento (scrivetemi in pvt per sapere quali sono), visto che di base quello che cerchi di fare con una schiscetta è portare avanti infinite variazioni randomiche su una grande verità scientifica: ci devono essere i carboidrati, le proteine, le vitamine e i sali minerali. Il resto è pura fantasia.

Gli ingredienti
Credo che esistano solo due regole per una schiscetta che vale la pena creare: che tutti gli ingredienti siano di qualità, e che non puzzi
. La seconda caratteristica si spiega con il fatto che la mangi in mezzo a un sacco di persone a cui il cavolo nero tendenzialmente non piace. Per quanto riguarda gli ingredienti di qualità, beh, a parte il gusto, dipende anche dal fatto che la risposta generale a chi t’accusa di essere uno spilorcio e un noioso deve essere che pure la pasta in bianco, se fatta con gli ingredienti giusti è spaziale. Voglio dire, non so se mai è stato creato piatto migliore della pasta in bianco integrale con l’olio, no?

Ricetta d’inverno – Dritta da Manhattan
Quando viaggio e non ho montagne da scalare o sveglie all’alba, mando al diavolo tutti i pasti del giorno tranne la cena. Ovvero: bevo caffè quando mi sveglio, faccio colazione a mezzogiorno, prendo un alcolico autoctono intorno alle sei, prima o poi ceno. In particolare mi piace la colazione, però, perché a colazione vale tutto. Nessuno si sognerebbe di mangiare torta per cena, giusto? Invece a colazione puoi citare qualche cultura dimenticata dal soverchiante, asfissiante potere occidentale e decidere di mangiare fagioli neri, sashimi o ricotta e cioccolato.

Dato che nessuno mi vede dietro il mio Mac panoramico, ho quindi con il tempo fatto della colazione super proteica che ho scoperto da Best Bagels & Coffee sulla 35esima, a Manhattan, e di una serie infinita di varianti della stessa, la cosa che preferisco mangiare in pausa pranzo d’inverno. La mia variante preferita è: fette di pane toscano con spinacino novello, tacchino – di quello con la crosticina con le spezie – bianco dell’uovo e pomodori, curcuma e pepe nero. 

Ricetta d’estate – Dritta da dove vorresti essere d’estate
D’estate la funzione primaria del cibo è di nutrirti idratandoti, convincendoti quindi che a) non hai bisogno di bere altri due litri di acqua che poi ti fanno sudare tantissimo e b) non hai bisogno di mangiare i fritti del festival dello Street Food di Sesto San Giovanni per essere felice della vita. La mia funzione nutrimento per l’estate è assolta dall’insalata di arance che ho imparato dal Market di Ortigia, come unica cosa semisolida che riesci a ingollare ad agosto quando ci sono 40 gradi e ti sei svegliato che sudi zibibbo. La mia ricetta funziona così: prendi delle arance particolarmente sugose (l’originale le vuole bionde, ma io ce le metto rosse), ci aggiungi o salmone, peperoncino, cipolle rosse di Tropea e se ti capita qualche pomodorino, ma solo se è davvero davvero dolce; oppure noci (poche che poi sudi) olive nere, feta, scalogno. A me piace con il pane nero.

I nemici del “farro scondito”
Ovviamente il concetto-schiscetta potrebbe sembrare un sentimento un po’ solitario e triste quando non se ne analizzi la qualità di scelta autonoma del singolo, di indipendenza da un menù fatto con poco amore e propinato di malavoglia al cliente. Uno dei miei amici più cari è un toscano godereccio il cui piatto favorito è l’asino in salmì, che mi chiede sempre se ho mangiato “farro scondito” per pranzo. Quando vi succede, sorridete comprensivi. È difficile spiegare la semplicità. Trinceratevi dietro questa affermazione

Credit immagine di copertina e illustrazioni: 150 UP

Elena Viale

Nella vita fa un magazine, ma ne pensa altri tre.