amore di pancia

«Hai un affetta-banane?»: Come capire, cucinando, che non è la persona giusta

Nutrite dubbi sulla vostra ultima fiamma? Bando all’indecisione: ecco 5 sintomatici indizi semiseri, per mettere alla prova una nuova frequentazione... ai fornelli

Mariarosaria Bruno

La prima volta che ho invitato a casa mia un uomo con cui stavo uscendo da poco, e sul quale già nutrivo seri dubbi, ho fatto di necessità virtù. In maniera spregiudicatamente machiavellica, dal momento che ero in ritardo sulla tabella di marcia, ho pensato di accoglierlo mentre ero ai fornelli, per invitarlo a ultimare i preparativi della cena con me. Mi sono ispirata ai patinatissimi team building organizzati dalle aziende che vogliono testare e consolidare l’affiatamento di una squadra di lavoro. Ecco, diciamo che è stata un’efficace prova del nove, soprattutto quando – ricomponendo le tessere del puzzle, poche settimane dopo – ho deciso di interrompere la frequentazione. Certo, ammetto che la diagnostica potrebbe risultare alquanto soggettiva, ma ho dedotto che esistono degli indizi sintomatici inconfutabili, che ci permettono di saggiare una nuova fiamma in cucina (e di capire se si tratta della persona giusta, senza prendere fuoco).

Volete sapere com’è andata?

 

Sintomo N. 1
Non avevo quasi finito la frase in cui lo invitavo a indossare il grembiule per darmi una mano, che già mi stava dicendo «Cosa dobbiamo fare? Dai, su, qui bolle: muoviti».

Tesoro, è tutto sotto controllo, l’acqua ha raggiunto i 100°C in questo momento perché ho calcolato perfettamente i tuoi tempi di arrivo. Se fossi più attento, noteresti anche che ce n’è in abbondanza: qualora si dovesse consumare, la cottura della pasta è comunque salva.

Diagnosi: impazienza, ansia, scarsa educazione, eccesso di intraprendenza, autoritarismo.

Sintomo N. 2
Dopo il meraviglioso e fondamentale enunciato d’esordio, ha incalzato in tempo zero con un altrettanto meraviglioso e topico «Meno male che ci sono io».

Chi sei, scusa, il dio degli chef? Come vedi, se vogliamo fare il gioco del cuoco pignolo (preferivo quello del dottore), l’80% della cena è pronto. Sei colmo di pregiudizi e dovresti darti una regolata. Perché non cominci ad affettare le cipolle? Almeno posso vederti piangere. P.S. Sì, ho vissuto un’adolescenza ritmata da hit come “Acida” dei Prozac+.

Diagnosi: egocentrismo, scarsa fiducia nel prossimo, manie di grandezza.

Sintomo N. 3
Ha chiesto se avessi un sensore per rilevare la freschezza del pesce (vi lascio immaginare la risposta), ma l’apoteosi del suo sentirsi figo è stata raggiunta durante la preparazione della macedonia, quando ha improvvisamente domandato, con fare intimidatorio, «Almeno, hai un affetta-banane?».

Come? Non è che io viva a troglo-town, ma onestamente mi sembra una richiesta eccessiva per una cucina non professionale, di sopravvivenza amatoriale. A casa mia le banane si tagliano col coltello. Vogliamo parlare di eventuali usi alternativi di questo attrezzo che vai cercando?

Diagnosi: pallone gonfiato con tendenze ipocondriache.

Sintomo N. 4
Nel fatidico momento in cui stavo scolando i fusilli al dente, mi ha tolto la pentola di mano per governare la situazione, senza darmi la possibilità di procedere con il consueto salto della pasta in padella, liquidando il mio disappunto dicendo «Si fa così: questa è la metodologia corretta».

Fino a prova contraria, sono io l’ideatrice del menu. Stasera, «Sì, chef» lo devi dire tu a me: limitati a essere il mio secondo. Per mezz’ora, abbandona la presunzione e fidati. La soirée non prevede che qualcuno intervenga nelle ricette in corso d’opera o imponga i suoi schemi, grazie.

Diagnosi: intolleranza, scarsa elasticità mentale, carattere impositivo.

Sintomo N. 5
Terminata la cena, ecco una compilation di paternalismi autocelebrativi che culminano con «Ammettilo: cosa avresti fatto, se non ci fossi stato io?».

Probabilmente avrei stappato una bottiglia di Champagne. È vero, sono stata io a chiedere assistenza per ultimare i piatti, ma questo non ti autorizza a sminuire l’impegno altrui e a trattarmi come “la fanciulla da salvare”, che se-non-c’ero-io-eravamo-ancora-qui-a-smacchiare-le-fragole.

Diagnosi: mitomania, protagonismo, insufficiente senso di riconoscenza.

A fine serata? Ho analizzato a fondo la situazione, concedendo al tipo il beneficio del dubbio per qualche tempo. In realtà, come spoilerato, nell’arco di due settimane mi sono resa conto che le intuizioni avute durante il corso accelerato di cucina maschile non erano che certezze: mi trovavo di fronte a un individuo egoriferito, con cui avevo un feeling pari a zero-tendente all’infinito.

Sì, ho messo a punto un metodo infallibile (nel frattempo, però, mi sono dotata di un affetta-banane).

Mariarosaria Bruno

Giornalista, ama la birra, il turchese e il mare.