Food experiment

Diario di un'onnivora che diventa vegana

Cronaca di una fame annunciata

Mariarosaria Bruno

Applicate il metodo Stanislavskij al food e osservate che succede a diventare vegani per due settimane. È quello che ho fatto io, da onnivora, per immergermi nella parte. Proprio come gli attori, per capire cosa significhi realmente mangiare solo ciò che è privo di derivati animali, mi sono calata nel palato di chi segue quotidianamente questo regime alimentare.

Giorno 1 - Il senso del bianco per il latte

Mi sveglio carica per la mia inedita dieta vegana e, a colazione, vinco facile. Tra intolleranti al lattosio ed estimatori di bevande ottenute dal riso, dalla soia o dall’avena, negli ultimi tempi ho involontariamente fatto pratica. Ospite a casa di amici, la scorsa estate mi sono abituata a macchiare il caffè con candidi liquidi alternativi. Bene, la prova del mattino è stata egregiamente superata. Dal punto di vista gastronomico, però, ammetto che mi sembra un po’ ridondante fare il bagnetto ai miei cereali in un drink vegetale a base di riso. «È un po’ pleonastico, ma ci può stare», penso. «E poi… è bianco» (che è come descrivere un vino dicendo «È rosso», lo so).  

Giorno 2 - Come giudicare un lavoro 

Il primo appuntamento da vegana. Vado a trovare dei colleghi in ufficio e mi fermo con loro nella mensa aziendale: un esperimento interessante. Il mio sguardo famelico si posa sul ragù, ma ricordo all’omino del cervello che deve dimenticarselo per due settimane. Opto per le poche alternative a me consentite: riso in bianco, pisellini e carotine. D’istinto, prendo anche il purè, forse perché i miei neuroni sono convinti di avere davanti la classica playlist di cibo che mangio “da ammalata”. In tempo zero, però, scatta il vegan alert: come ho potuto dimenticare che si prepara con latte e burro? «Mi sembra di essere in ospedale», penso, guardando la composizione del vassoio. Mi riprendo con una prugna, ma il quesito madornale è: come può sopravvivere un vegano che lavora qui? 

Giorno 3 - Il potere consolatorio della banana

Brutta bestia, la fame. Da quando è cominciata questa storia, ho improvvisi attacchi di voracità. Così, all’ora della merenda (e non solo), ho riscoperto la banana. Non per il suo innegabile carico evocativo, ma perché è ricca, avvolgente, “piaciona”. «Sai, ho rivalutato la banana», racconto a un’amica, che scoppia inevitabilmente a ridere. «Prova e metterti nei panni di una povera onnivora che smette di mangiare tutti i suoi comfort food e ne riparliamo», rispondo piccata. Constato con piacere, tuttavia, che mi sento più sgonfia: mi pare che i jeans vadano più larghi del solito. Mentre cammino per strada, pentendomi di non indossare la cintura, mi chiedo se realmente io abbia perso peso. Intanto, rifletto su quanto ho ingerito negli ultimi giorni: mi sono nutrita meno del solito. 

Giorno 5 - Quando la fortuna non basta 

Sì, ho perso un chilo e mezzo (spoiler: non tarderò a recuperarlo nel giro di poco). Del resto, sto mangiando solo “cibi di fortuna”: insalate, frutta, cereali e pasta. Sveglia all’alba, ho una trasferta. Mi sento debole e, arrivata a destinazione, vado al bar per una colazione che possa rinvigorirmi. Sogno un classicone: cappuccio e brioche. Niente da fare, non hanno bevande alternative al latte e, di tutti i croissant esposti, non ne vedo uno adatto. Poi, però, scorgo il super bio, con multicereali, lievito madre, privo di burro, ripieno di miele… Alt! Ancora una volta, scatta il vegan alert. L’insidia è sempre dietro l’angolo. Rifletto sul mio stile di vita, in termini di organizzazione. «Datti una svegliata, non puoi andare avanti così», ammonisce l’omino del cervello, «come credi che facciano gli altri vegani?».  

Giorno 7 - Quasi quasi ti ho tradito... e mi sono divertito

Errare humanum est. Vero, ma ora la faccenda si complica. È come nelle relazioni: può capitare la defaillance, ma al primo tradimento devi cominciare a farti delle domande. Sono un’epicurea, lo ammetto, per me il cibo è piacere, e ho ceduto alla tentazione. Per una sera, me ne sono fregata del veganesimo. È che lo trovo complicato. Se avessi fatto una prova da vegetariana, sarebbe stato più facile a livello pratico. Dopo un esame di coscienza, però, rientro perfettamente nella parte. Così, di nuovo calata nel ruolo (Stanislavskij era avanti, sto interiorizzando alla grande), mi dico: «Essere vegani non significa mortificare né il proprio palato né il proprio appetito: devo cambiare approccio, organizzarmi e imparare a gestire la situazione». L’omino del cervello esulta.  

Giorno 9 - Alla ricerca del legume perduto 

Oggi pranzo da mia madre. Lei, da brava mamma del sud, ha un’unica, immensa preoccupazione: che sua figlia non mangi. Così, quando mi vede rifiutare la calamarata e la mozzarella di bufala, mi chiede cosa succede. Le spiego della prova da vegana, del pezzo, di Stanislavskij (chi?). Non si scompone e, in dieci minuti, mi prepara pasta e lenticchie. Non la assaporavo da tanto e, confesso, è una super coccola. «Devi mangiare più legumi», mi dice, «sono ricchi di vitamine, proteine e ferro». Conosco bene le loro proprietà, ma non li cucino mai perché ho un pregiudizio: sono convinta che implichino un tipo di ménage casalingo che non mi appartiene, che richiedano troppo tempo. Per i numerosi impegni, poi, non sono nemmeno riuscita a fare una spesa ragionata. Il problema non è reperire cibi adatti, ma riuscire a pianificare i pasti. Si scontra con il mio stile di vita, che è un po’ gipsy.

Giorno 10 - Esplorare l’universo grazie al 3x2

Mia madre mi ha regalato una compilation di legumi bio in scatola: cannellini, borlotti, fagioli dall’occhio, ceci, lenticchie, piselli, mix con azuki verdi e tondini rossi. Ora mi sento più vitale, orgogliosa di cucinare piatti nutrienti e salutari. Mi ritaglio pure il tempo per la spesa. Ed eccomi qui, tra i banchi del supermercato, a caccia di offerte, perché – diciamolo – non sempre il portafoglio ride, di fronte alla scelta vegana. I drink alternativi al latte, per esempio, costano il doppio. Decido di sperimentare alcuni alimenti, avvalendomi degli sconti. L’omino del cervello mi stringe la mano (ho sempre sospettato fosse un economo). Voilà, il budino al cacao e il finto “yogurt” di soia. Non vedo l’ora di provarli. Se del primo il giudizio è positivo, del secondo non posso pensare altrettanto. Credendo di fare la furba, ho optato per il gusto fragola. Ma che è? Ecco un’analisi gastronomica (la mia è deformazione professionale):

- Consistenza: voto 7
Nonostante la presenza di alcuni grumi, riproduce abbastanza bene la texture dello yogurt.
- Colore: voto 5
Scopro nuove sfumature pink, che vanno dal rosa-depressione al cipria-fallimento sentimentale.
- Aroma: voto 3
Ai confini della realtà, non trovo nemmeno per sbaglio un pezzo di fragola, sa di sintesi chimica.
- Profumo: voto 3
Imbarazzante.
- Sapore: voto 4
La soia campeggia sullo sfondo: bastava dirlo, che sceglievo direttamente la versione bianca.
Note: È tutto (come direbbe Miranda Priestly). 

Giorno 11 - Capire il significato di “amore incondizionato”  

Non avrei mai pensato di bramare così tanto una pizza margherita. È il cibo che mi manca di più. Una sera, ho preso una marinara. Ma non è la stessa cosa. Non riesco a immaginare un altro alimento che possa darmi lo stesso piacere: quel lussurioso giaciglio al profumo di lievito, dove si consuma l’incontro irresistibile tra pomodoro e mozzarella, vuoi mettere? Davanti alla vetrina di un forno, ecco la risposta ai miei desideri repressi: la pizza vegana. Bella faccia, base rossa, strabordante di bieta, con pomodori semisecchi e tofu. Quest’ultimo, sparso sopra a mo’ di formaggio, da lontano sembra ricotta. L’omino del cervello sta già sparando i fuochi d’artificio. «Il proteico Mr Tofu è l’elemento che la rende attraente», penso. Dal momento che a livello gustativo non aggiunge nulla, però, mi chiedo che bisogno ci sia di creare questo trompe-l’oeil. «Perché ci vuoi illudere?», protestano i neuroni.

Giorno 12 - Quando si ha una vita sociale: episodio 1 

Negli ultimi tempi ho dribblato magnificamente gli inviti a cena, ma alla rimpatriata con gli ex compagni di università non sono riuscita a dire di no. Così, ricevo un sms con le coordinate: «Ci vediamo alle 20.30 all’hamburgeria X». Ma allora è una congiura! Poi, penso che non posso farmi condizionare da un regime alimentare e decido di affrontare la situazione. Mi reco sul posto, nella speranza che ci sia qualche opzione per me. Niente da fare, il vegan alert sembra una sirena impazzita. L’unica proposta alternativa alla carne è il vegetarian burger, che però contiene le uova. Risultato? Ripiego su un panino fuori carta, con melanzane e zucchine grigliate-semicongelate. Inutile aggiungere altro, se non che ho ancora fame. 

«Ma perché, sei vegana?», domanda con tono compatito. Balbetto un «sì, no, cioè… vabbè, sono vegana»

Giorno 13 - Quando si ha una vita sociale: episodio 2  

Incontro un amico, è ora di pranzo e decidiamo di mangiare un boccone insieme, entrando nel primo locale. Sembra uno di quei posti super cool, di nuova generazione. «Vedrai che qualcosa di vegano lo trovi», rassicura lui. Sfoglio il menu: nulla di ordinabile. Arriva la cameriera, a cui propongo variazioni creative sui piatti in lista. «Ma perché, sei vegana?», domanda con tono compatito. Balbetto un «sì, no, cioè… vabbè, sono vegana». Mi consiglia l’involtino di melanzane con cous cous, che farà appositamente preparare senza salsa di yogurt e menta. Apprezzo lo sforzo di rendere il piatto esteticamente appetibile, ma all’assaggio suona come roba per palati in pensione. «Io ho bisogno di rock!», urla l’omino del cervello. Mi ha quasi perforato il timpano.

Giorno 15 - Suono in una boy band, suono in una boy band… ci deve essere un errore 

Tempo di bilanci. Ok, ho dimostrato a me stessa che posso fare a meno della carne, ho riscoperto i legumi e sono riuscita a ritagliarmi del tempo. Non mi piace, però, indossare un’etichetta. Non vorrei sembrare il leader di una band emergente, a cui viene domandato che tipo di musica fa e risponde «Non ci riconosciamo in nessun genere», ma il concetto è lo stesso: difficile adattare il mio modo di essere (così spontaneo) e il mio stile di vita (così imprevedibile) a un regime alimentare che implica troppa organizzazione. Ora vi saluto, vado a farmi una margherita (che, almeno nel nome, è vegan). 

 

Credit immagine di copertina: 150 UP

Mariarosaria Bruno

Giornalista, ama la birra, il turchese e il mare.