LAVORI ASSURDI

Si stenda sulla cuccia – Intervista a una psicologa per cani

Perché anche loro ne hanno bisogno

Mariarosaria Bruno

Cosa vuoi fare da grande? C’è chi risponde l’avvocato, chi l’architetto, chi l’insegnante o chi si allarga e dice «Voglio diventare astronauta». A fronte di gente che si dedica a mestieri usuali, però, ci sono persone che hanno deciso di intraprendere professioni non convenzionali. “Lavori assurdi”, secondo l’immaginario comune. Attività di cui spesso ignoriamo l’esistenza. Come quella che svolge Zita Talamonti, che a Milano opera come psicologa per cani. La sua qualifica? Medico veterinario comportamentalista, specialista in etologia applicata e benessere animale.

Quando e come ha deciso di intraprendere questa professione?
«Sin da piccola sognavo di diventare una “dottoressa degli animali”: portavo a casa di tutto, dagli uccellini feriti ai gattini orfani. Volevo salvarli e farli stare bene. Durante l’università, ho iniziato a leggere libri sul comportamento animale e mi sono appassionata alla materia. Da allora la mia missione è stata quella di imparare a interpretare il linguaggio dei cani e dei gatti, per trasmettere queste informazioni ai proprietari. Sono convinta che capire il comportamento del proprio animale, e rispondere adeguatamente alla sue esigenze, sia il primo passo per una convivenza felice».

Qual è l'iter accademico da affrontare per diventare psicologo per cani?
«Il medico veterinario comportamentalista è uno specialista in Medicina Comportamentale degli animali d’affezione. Dopo la laurea magistrale in Medicina Veterinaria, occorre una formazione ad hoc, che si ottiene frequentando una scuola di specializzazione universitaria o un master. I veterinari comportamentalisti devono quindi avere specifiche e accreditate competenze, sono inseriti in un elenco ufficiale della Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani e del Ministero della Salute». 

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Qual è la dote principale che bisogna avere?
«Sono importanti una certa sensibilità e delle buone capacità comunicative, per riuscire a interagire con i proprietari, per cambiare la visione che hanno del comportamento dei loro animali. Alla base di molti problemi c’è un’errata interpretazione del linguaggio canino, spesso frutto di luoghi comuni o credenze. Quello che suggerisco ai proprietari è cercare di mettersi il più possibile nei panni dell’animale, rendersi conto delle sue esigenze e provare a guardare il mondo coi suoi occhi».

In che cosa consiste sostanzialmente il suo lavoro?
«I pazienti vengono sottoposti a una visita, durante la quale osservo il comportamento dell’animale e la sua interazione con me, con il proprietario e con l’ambiente che lo circonda. Compilo un questionario insieme al proprietario, per ottenere quante più informazioni possibili sul cane. Tutto questo serve per formulare una diagnosi e impostare una terapia adeguata».

Quali sono i principali step di una terapia?
«La terapia si basa essenzialmente sulla modificazione comportamentale, che agisce sullo stato mentale dell’animale, permettendogli di cambiare la percezione dell’ambiente che lo circonda. Uno step fondamentale della visita è insegnare al proprietario a interpretare correttamente il linguaggio posturale dell’animale. Una comunicazione efficace tra proprietario e animale consente di instaurare un forte legame di fiducia, indispensabile per una vita a due serena e priva di incomprensioni».

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Qual è la tipologia di persone che normalmente si rivolge a lei?
«Non ho notato differenze particolari tra le tipologie di persone che chiedono una consulenza. Quello che posso dire è che la maggior parte di loro arriva alla visita troppo tardi, quando magari il cane ha già morso il proprietario o un altro cane, o quando la persona è ormai esasperata perché il gatto urina fuori dalla cassetta da anni. Sarebbe invece importante e utile muoversi sin dai primi segni di comportamento anomalo».

Non si rischia la confusione dei ruoli tra proprietario e cane?
«Molti proprietari tendono a umanizzare i propri animali, attribuendo loro emozioni e azioni prettamente umane. Spesso si sente dire che i cani fanno i dispetti, magari perché al nostro rientro in casa troviamo il cestino dei rifiuti rovesciato o la gamba del tavolo rosicchiata. In realtà, quei comportamenti potrebbero essere un'espressione di ansia e disagio o magari di noia, dovuta a ipostimolazione. Di certo, però, non si tratta di dispetti, perché i cani non sono proprio in grado di farli!».

Il cane può risentire delle patologie del proprietario?
«Sicuramente sì! Come dico sempre durante le visite, non c’è nessuno al mondo che ci conosca bene quanto il nostro animale! I cani e i gatti sono degli osservatori eccezionali e sono anche dotati di una straordinaria sensibilità: il nostro stato d’animo influenza moltissimo il loro».

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Quali sono le storie più comuni che si celano dietro i disturbi del comportamento di un cane?
«All’origine concorrono molti fattori. Le esperienze traumatiche, come maltrattamenti o abbandoni, lasciano un segno profondo. Ma anche la mancanza di esperienze può portare a problemi. Per esempio, se manteniamo sempre al guinzaglio il nostro cane, privandolo della possibilità di interagire liberamente con i suoi simili, gli procuriamo un forte stress: proprio come le persone, i cani sono animali sociali e hanno bisogno di stare in compagnia di altri cani!».

Non ha mai avuto la tentazione di lavorare con le persone? 
«No... Gli animali sono sempre stati il mio mondo. Una passione troppo forte, impossibile per me pensare di fare un altro lavoro!».

Credit immagine di copertina: 150UP

Mariarosaria Bruno

Giornalista, ama la birra, il turchese e il mare.