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“Mi scoppia la testa”: quando la cefalea non è affatto una scusa

I mal di testa non sono tutti uguali, la Neurologa Licia Grazzi ci aiuta a orientarci fra le varie forme dell’odioso “cerchio alla testa” (e varianti)

Aura Tiralongo

Il fatidico mal di testa non sempre è una scusa per defilarsi. La cefalea è infatti uno dei disturbi più diffusi nella popolazione mondiale, e colpisce almeno una volta nella vita il 90% delle persone.
Capire cosa ci accade quando abbiamo il fatidico “cerchio alla testa” (o qualcosa di simile) può essere complicato, basti pensare che esistono più di 35 tipi e sottotipi di cefalea. Come orientarsi? Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Licia Grazzi, dirigente neurologa presso l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, centro di eccellenza per la cura e la diagnosi delle cefalee.

Conoscere i capostipiti: due gruppi di cefalee.
Esistono due grandi gruppi di cefalee: primarie e secondarie.
Si chiamano primarie quelle che non hanno una specifica causa (non sono cioè sintomo di altre malattie). Le secondarie sono invece una spia di altre patologie, che possono andare dalla banale influenza a malattie più importanti e gravi, come l’encefalite. I dolori più diffusi sono riferibili alle cefalee primarie, che a loro volta possono essere di diverso tipo.

Un tipo di cefalea molto comune: l’(odiosa) emicrania
L’emicrania è fra le cefalee primarie più diffuse e ne esistono due tipi: con aura e senz’aura. Entrambe le forme prevalgono nelle donne, e sono particolarmente comuni nelle giovani. La causa non è conosciuta, si tratta di una predisposizione su cui  incidono diversi fattori: aspetti ormonali, circolatori, legati allo stress e all’emotività. Di solito il dolore coinvolge metà della testa, ma la vera distinzione come dicevamo sta nella cosiddetta “aura”, che si riferisce al tipo di sintomi che affiancano il dolore.

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Quali sono i sintomi dell’emicrania senz’ aura?
Questo tipo di emicrania è caratterizzata da attacchi sporadici, di durata variabile ma limitata nel tempo: più o meno da due ore a tre giorni. Il dolore può essere accompagnato da nausea, vomito, ipersensibilità alla luce (fotofobia) e ai rumori (fonofobia), ma non da sintomi neurologici significativi. Gli attacchi sono molto intensi, interferiscono con le attività quotidiane e costringono la persona a sdraiarsi (al buio) e a usare analgesici per attenuare il dolore.
Questa emicrania – ragazze – l’abbiamo ben presente: include il “mal di testa da ciclo”, causato dalle variazioni ormonali a cui siamo soggette prima, durante e dopo le mestruazioni. Ma può anche verificarsi nei primi mesi di gravidanza, scomparendo spontaneamente entro il terzo mese. Cambiamenti di abitudini, “cali” di tensione, stress improvvisi, variazioni alimentari, del sonno e del ritmo di vita possono scatenare un episodio di emicrania senz’aura.

Emicrania con aura: un attacco “inquietante”(ma innocuo)
Quando il dolore è preceduto o associato da sintomi neurologici si parla di emicrania con aura. È una forma molto più sporadica, e i segnali sono assolutamente transitori e reversibili: tuttavia è importante saperli riconoscere. L’attacco infatti può “impressionare”, non tanto per la violenza del dolore (che anzi è un po’ più tollerabile delle altre forme), ma per i sintomi che l’accompagnano: perdita della vista, formicolii al viso, limitazione della parola, difficoltà ad afferrare oggetti. Sapere di soffrire di emicrania con aura permette di “placcare” l’attacco alle prime avvisaglie con farmaci appropriati.

La cefalea primaria in assoluto più diffusa è però la “Cefalea Tensiva”. Che colpisce oltre il 60% della popolazione generale e ha probabilmente un’origine emotiva

Le Cefalee Tensive: “un fastidioso mal di testa”
Qui il dolore è completamente diverso dai mal di testa descritti sopra: non disabilita, ma disturba. Diciamo che se ne farebbe volentieri a meno, perché incide sull’attenzione e sull’efficienza. Coinvolge la fronte, la nuca, o si irradia come un casco a tutta la testa. Può durare anche giorni, settimane o addirittura mesi, e ha la gradevole particolarità di non passare con i comuni analgesici. Questo dipende dalla causa scatenante più probabile, legata a una variazione del clima emotivo. E siccome lo stress non ha sesso, la sua incidenza è pari sia nell’uomo che nella donna. Questo a differenza di un altro tipo di cefalea, descritto sotto, che possiamo definire “un brutto ceffo” con cui hanno a che fare soprattutto i maschi.

Le Cefalee a Grappolo: un temibile avversario
Diversamente dalle altre, questa cefalea colpisce maggiormente gli uomini dai 18 ai 65 anni, ma è fortunatamente rara. È anche detta “cefalea del suicidio”, per la violenza estrema del dolore, che dura da 15 minuti a tre ore. Il termine “grappolo” indica l’alternarsi di periodi attivi (“grappoli" durante i quali compaiono gli attacchi) e di periodi di benessere. Il dolore coinvolge di solito gli occhi e le tempie, con un’importante sofferenza del sistema nervoso (lacrimazione, ad esempio). Chi lotta con questo tipo di cefalea si agita, non riesce a controllare il dolore, batte i pugni, e queste manifestazioni non hanno nulla di esagerato: la sofferenza è davvero notevole.

Cefalee da freddo e da sforzo
La variegata famiglia delle cefalee include anche alcune tipologie meno conosciute. Come la cefalea da freddo, che è un’intensa fitta dolorosa tipicamente causata dal freddo del gelato a contatto col palato. Questo dolore scompare entro pochi secondi o minuti, ed è un fenomeno assolutamente benigno. Altra cosa sono le cefalee da sforzo, che si verificano dopo accessi di tosse o…durante o dopo il sesso! In questi casi è meglio rivolgersi a un neurologo per escludere patologie del sistema nervoso.

Trattamenti: prevenire? Si può.
“Per ogni tipo di cefalea c’è una terapia appropriata, per questo è il caso di rivolgersi a un neurologo in caso di episodi ricorrenti che non si risolvono con i comuni analgesici. Ci sono però accorgimenti negli stili di vita che aiutano a combattere il problema: attività fisica regolare, bere molto, avere un alimentazione sana e ritmi sonno-veglia regolare. Abbiamo poi ottimi riscontri da alcune tecniche di rilassamento e di Mindfulness: forme di meditazione che, associate alla psicoterapia comportamentale, modificano i meccanismi del dolore. E permettono di affiancare le terapie evitando l’abuso di farmaci”.

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Aura Tiralongo

Si occupa di giornalismo scientifico, insegna Semiotica presso la Iulm di Milano.