power

Sport: essere campioni e non avere limiti

Le storie di 5 sportivi che sono diventati modelli e fonti di ispirazione per milioni di persone

Claudia Ricifari

Le vicende dello sport paralimpico in Italia vanno di pari passo (o quasi) con quelle internazionali. Siamo negli anni ’50 e il neurochirurgo inglese Sir Ludwig Guttmann è il primo a promuovere la pratica sportiva come metodo di terapia per i reduci britannici che avevano riportato lesioni midollari.

A lui si devono i Giochi di Stoke Mandeville, gli antesignani dei Giochi Paralimpici che prendevano il nome dalla località in cui ospitava i suoi pazienti.

Intanto in Italia un altro medico, Antonio Maglio, promuoveva un ampliamento dei programmi moltiplicando le attività fisiche e sfruttando lo spirito agonistico come propulsore per ridurre il tasso di mortalità e gli stati depressivi dei soggetti. E i risultati gli diedero ragione. Grazie a Maglio nel 1960 i Giochi di Stoke Mandeville vengono organizzati a Roma, una settimana dopo le Olimpiadi. 

Nel 1974 nasce l’Associazione Nazionale per lo sport dei paraplegici, che prenderà poi il nome di Fisha (Federazione italiana sport handicappati) e successivamente quello di Federazione Italiana Sport Disabili. Solo nel 1996 questa venne individuata come Comitato Italiano Paralimpico, ricevendo il riconoscimento ufficiale con una legge istitutiva sette anni dopo, per garantire il diritto allo sport in tutte le sue espressioni «promuovendo la massima diffusione della pratica sportiva per disabili in ogni fascia di età e di popolazione».
Nel 2015 infine il CIP ha ottenuto il riconoscimento formale di Ente Pubblico per lo sport praticato da persone disabili, alla stregua del CONI. 

Negli anni l’attenzione mediatica verso gli atleti paralimpici è notevolmente aumentata in Italia e nel mondo

Merito di campioni che hanno saputo interpretare al meglio i valori dello sport e che sono diventati modelli e fonti di ispirazione per milioni di persone, in condizioni di disabilità e non.

Oltre ai nomi più celebri, come Bebe Vio e Alex Zanardi, ci sono anche altri atleti che tengono alto il nome dell’Italia nel mondo, pur non essendo sotto i riflettori. Ed è per questo che abbiamo deciso di raccontarvi le loro storie, meno conosciute ma decisamente vincenti. In tutti i sensi.

Daniele Cassioli / Getty Images

DANIELE CASSIOLI
Cieco dalla nascita a causa di una retinite pigmentosa, Daniele non è mai stato fermo. Ha sempre praticato sport, scoprendo lo sci nautico nel 1995, quando aveva 9 anni.
La sua vita, però, è molto di più.
Amante della musica, si diploma in teoria e solfeggio al Conservatorio, dove impara a suonare il pianoforte. Nel tempo libero si cimenta come deejay e si diletta a suonare in diverse discoteche della Lombardia.
Intanto si laurea con 110 e lode in fisioterapia presso l’Università degli Studi dell’Insubria, proseguendo con un corso di osteopatia che lo porta a esercitare come libero professionista e – ad oggi – a collaborare con il CONI.
«Ho imparato che sentire col cuore, prima di vedere, ha un valore inestimabile. Ho imparato che la parola handicap si associa perfettamente ad ognuno di noi: la differenza sta nel fatto che alcuni ce l’hanno pure scritto sulla carta d’identità», dice sul suo sito.
In carriera ha vinto 22 titoli mondiali, 20 europei e 31 italiani. Con questi numeri è facile comprendere perché sia considerato il più grande sciatore nautico paralimpico di tutti i tempi.

Martina Caironi / Getty Images

MARTINA CAIRONI
Basta sapere che chiama le sue protesi con nomi buffi, Berta e Cheeta (una quella che indossa tutti i giorni, l’altra quella con cui corre), per capire la caratura morale di questa ragazza. Rimasta coinvolta in un incidente stradale che le ha causato l’amputazione della gamba sinistra, Martina, che all’epoca aveva 18 anni e giocava a pallavolo, decide di darsi all’atletica leggera paralimpica, conquistando nel 2010 (tre anni dopo l’incidente) il titolo italiano sui 100 metri piani. L’anno dopo si aggiudica il mondiale nella stessa categoria. Nel 2012 partecipa alla sua prima Paralimpiade, quella di Londra, dove si aggiudica la medaglia d’oro. Da lì vincerà altri 7 ori e 3 argenti tra Mondiali, Europei e Giochi Paralimpici, arrivando a essere nominata Porta Bandiera Italiana a Rio 2016. Nella classifica delle cose che ama fare, oltre a correre – si legge sul suo sito -, ci sono la lettura, ascoltare della bella musica rilassante e farsi un “bagno di folla” ai concerti.
«In quei momenti mi sento più viva che mai: credo che per stare bene davvero occorra variare, cioè lasciarsi trasportare dagli eventi e non precludersi niente».

Federico Morlacchi / Getty Images

FEDERICO MORLACCHI
Classe 1993, è uno degli atleti italiani che più hanno vinto e che soprattutto, data la giovane età, ha ancora tanto da vincere. Federico è affetto da ipoplasia congenita al femore sinistro, motivo per cui il medico consigliò ai genitori di fargli fare nuoto per evitare di affaticare eccessivamente la schiena. Da qui nasce l’amore. Quello con la A maiuscola, che spinge a combattere e fare cose straordinarie.
Così nel 2003 inizia a praticare questo sport a livello agonistico, percorso che lo porterà a vincere sette medaglie paralimpiche, di cui una d’oro, quattro mondiali e dieci europei.
Nel 2013, all’età di soli 20 anni, è stato nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per i successi sportivi ottenuti.

Luca Mazzone / Getty Images

LUCA MAZZONE
Classe 1971, Mazzone subisce una lesione midollare all’età di 19 anni, quando, durante un tuffo, urta contro uno scoglio. Il suo passato da sportivo (faceva body building, pugilato e calcio), lo spinge a non rassegnarsi a una vita sulla sedia a rotelle. Decide, quindi, di darsi al nuoto paralimpico, arrivando a qualificarsi per le Palalimpiadi di Sydney e conquistare due argenti. Nel 2004 e nel 2008 non riesce a ottenere gli stessi risultati e annuncia il suo ritiro.
Dopo aver messo su famiglia e aver conseguito il diploma in ragioneria, scopre l’handbike nel 2011 e scatta l’amore. Ne deriveranno, due anni dopo, 8 titoli mondiali e una medaglia d’argento. A Rio 2016 si conferma con un oro e un argento personali, oltre all’oro nel Team Relay ottenuto insieme a Vittorio Podestà e Alex Zanardi. 

Assunta Legnante / Getty Images

ASSUNTA LEGNANTE
Quella di Assunta è forse una delle storie che più rendono l’idea di come l’amore per uno sport, per il proprio sport, possa superare ogni confine, anche fisico.
La Legnante si rivela un talento dell’atletica leggera già da giovanissima, quando non ha ancora vent’anni. Tra i 18 e i 30 anni vince sei medaglie nella disciplina del getto del peso, di cui l’ultima, un argento, nel 2009 ai Giochi del Mediterraneo di Pescara. Quell’anno perde definitivamente la vista, per colpa di un glaucoma congenito.
Assunta, però, non si ferma. Dopo quello che lei definisce il periodo di buio, si rimette in pista e nel 2012 batte il record del mondo nel getto del peso ai Campionati italiani assoluti paralimpici, qualificandosi per le Paralimpiadi di Londra. Quell’estate vincerà la medaglia d’oro nella stessa specialità. Nel 2013 è di nuovo oro ai Mondiali, mentre l’anno dopo, agli Europei fa doppietta conquistando il gradino più alto del podio sia nel getto nel peso, sia nel lancio del disco. A Rio 2016 conquista ancora la medaglia più importante nella sua disciplina preferita, confermandosi campionessa mondiale anche nel 2017.

Credit immagine di copertina: 150 UP

Claudia Ricifari

Giornalista, media content creator e divano addicted.