COMPRENDERE

Quello che solitudine non è

Quando pensate di abbracciare la solitudine, in realtà non siete soli, semplicemente non sentite la necessità (o la voglia) di stare in mezzo agli altri

Daniele Biaggi

Quando rifletto sulla solitudine penso a “Piazza Grande” di Lucio Dalla, in cui l’io dei versi si racconta come un uomo senza famiglia, senza santi, senza donne, isolato in un sentimento di distacco che è, allo stesso tempo, grandezza data dalla consapevolezza di essere qualcosa di altro, unico, rispetto al mondo che lo circonda.

Ma quella di Dalla è una condizione descritta da un punto di vista letterario, lirico; non è facile intavolare un discorso intorno al tema della solitudine. Può tornare utile, prima di tutto, partire da una definizione condivisa: “La solitudine è una condizione e un sentimento umano nel quale l'individuo si isola per scelta propria, per vicende personali e accidentali di vita, o perché isolato o ostracizzato dagli altri esseri umani, generando un rapporto (non sempre) privilegiato con se stesso.. Animale sociale per definizione, l'uomo anche in condizione di solitudine è coinvolto sempre in un intimo dialogo con gli altri.” (Wikipedia)

Sarebbero sufficienti queste quattro righe per minare il mito della solitudine moderna, quel leitmotiv infantile di cui molti si riempiono la bocca, convinti che dipingersi come bohémien tormentati alla ricerca di un’autarchia emotiva e psicologica che li distacchi dalle brutture del mondo (quali brutture, poi), sia ricerca della solitudine. No, è semplicemente rifiuto del suo opposto, cioè della socievolezza. La solitudine non è una moda.

Alcuni media, recentemente, hanno riproposto il tema riesumando un vecchio articolo del Washington Post e cavalcando il fraintendimento: se è pur vero che per colpa del giudizio siamo inibiti ad affrontare in solitaria esperienze che non necessariamente richiedono la presenza di altri – andare al cinema, per esempio, o visitare un museo -, individuando la necessità di un’emancipazione dall’imbarazzo che per molti esiste ancora, questo non può spingerci a dire che l’attesa di una visita all’ospedale o due ore di ritardo del treno siano una manna scesa dal cielo come stimolo perché qualcosa accada. La questione non è motivare le persone a pranzare da sole – c’è davvero qualcuno che in una metropoli (ma non solo), sgrana gli occhi e si porta sconvolto la mano alla bocca di fronte a un colletto bianco in pausa pranzo, o a un ragazzo seduto al cinema senza compagnia? No, potete starne certi. Sono argomenti sensazionalistici utili solo a spostare il focus – ma riflettere davvero sul tema della solitudine. 

Quando pensate di abbracciare la solitudine, in realtà non siete soli, semplicemente non sentite la necessità (o la voglia) di stare in mezzo agli altri. E soprattutto, per quanto pensiate di essere ligi nel vostro intento, rimanete sempre animali sociali. La solitudine è un’altra cosa.

Non siamo soli neppure quando rifiutiamo la socievolezza: è la consapevolezza di ritagliarci un momento nostro, personale, intimo e legittimo all’interno di una socialità condivisa a renderci sopportabile quel tipo di solitudine, che sia una cena nel nostro ristorante preferito o una passeggiata al parco. Se vi fossimo condannati, se non fosse cioè frutto di una scelta deliberata, di una parentesi più o meno breve dalla quale possiamo decidere di riemergere in qualsiasi momento, lì, in quanto condanna, perderebbe tutto il fascino di cui la crediamo depositaria.

La solitudine è un’amica solo quando è un’eventualità che cogliamo all’interno di un ventaglio di possibilità. Nel momento stesso in cui la scegliamo, però, non esiste più. Nell’ambito delle relazioni, neppure essere single coincide per forza con l’essere soli. Significa ancora una volta scegliere, o in questo caso subire, ma in una continua ricerca di approvazione, tanto più nel 2018, tra app d’incontri e social network in cui la voglia di apparire, farsi conoscere, mostrarsi, è enormemente amplificata e l’ego è perennemente cullato e rinfrancato dalla consolazione di un like.

Chi dice di amare la solitudine forse non l’ha mai conosciuta davvero: non si parla, ancora una volta, del tempo dedicato a noi stessi. Possiamo averlo e desiderarlo anche circondati da affetti o all’interno di una relazione. La solitudine è una condizione esistenziale, tutto fuorché perseguibile e auspicabile. 

Il problema si riduce a questo, a un misunderstanding sul suo significato.
Senza scadere in becera retorica, ognuno di noi ha esperienza più o meno diretta della solitudine, quella vera, fisica: una vicina anziana, un barbone fuori dall’ufficio, e mi fermo perché l’elenco in sé sembra la quintessenza della retorica. Quegli individui sono soli, e qualsiasi persona dotata di senno riconoscerà che non c’è nulla di desiderabile in questo. La nostra realizzazione, il nostro benessere, passa dal confronto e dallo scontro con gli altri, dall’approvazione e disapprovazione suscitata dai nostri gesti e dalle nostre azioni, dal conforto di un contatto fisico ed emotivo. Il resto sono chiacchiere e miti buoni per una boutade su Facebook.

La solitudine vera è una condizione di assenza, mancanza, negazione di una presenza, di una consolazione che vorremmo, ma non c’è. La percezione di vuoto, reale o creata nella nostra mente (e non per questo meno dolorosa), che ci condanna a una sofferenza vissuta intensamente, ma privata, intima, che non dipende dall’ambiente circostante o da una scelta, ma dalle nostre strutture interiori e dalla maturazione a cui siamo giunti.

La solitudine vera è una condizione di assenza, mancanza, negazione di una presenza, di una consolazione che vorremmo, ma non c’è

Non si vuole qui negare la solitudine, anzi, ma non bisogna confonderla con quello che solitudine non è. Si può scansare le occasioni in cui si esercita socievolezza senza minimamente essere persone sole, così come trovarsi in una condizione esistenziale affollata, ma priva delle persone e dei contatti di cui si ha realmente bisogno.

Chiarito il punto, resta che tutto si riduce a una condizione universale, insondabile, sperimentata da molti in modo distinto, perfino in una società – anzi, tanto più in una società - che con i suoi strumenti sembra fare di tutto per non lasciarci mai soli. 

Credit immagine di copertina: Getty Images

Daniele Biaggi

Giornalista freelance e media content creator