Magiaca infanzia

Datemi una bacchetta magica, e diventerò una rockstar: gli insegnamenti dei cartoni animati anni '80

Resoconto semiserio di ciò che mi hanno lasciato Creamy, Licia, Pollon e tutti gli altri, tra molte gioie e altrettanti dolori

Mariarosaria Bruno

Ricordo perfettamente l'adrenalina che saliva attorno alle ore 16, in attesa di una nuova puntata de L’incantevole Creamy. Appena scattava la sigla in tv, urlavo come una pazza, per richiamare l’attenzione di mia madre. Lei, ignara di quanto stesse accadendo, accorreva preoccupata, credendo che mi fossi fatta male. E invece, visto che non sapevo ancora leggere, la reclamavo per decifrare la scritta in sovrimpressione che appariva alla fine del mitico ritornello pari-pam-pum: era il titolo dell’avventura del dì, che anticipava il tema della meraviglia quotidiana.

Sì, noi figli degli anni ‘80, siamo cresciuti così: tra una merenda pomeridiana e una bacchetta magica, in un mondo abitato da gatti parlanti di nome Posi e Nega e da cani combinaguai chiamati Spank, circondati da tenaci campionesse olimpioniche e buffe divinità olimpiche.

Cosa mi hanno lasciato tutti questi personaggi? Una visione della realtà che mi ha inevitabilmente (e inconsciamente) condizionata, tra gioie e dolori.

Mirko, Kiss me Licia

1. L’amore ha un solo nome: ci vuole solo un acquazzone per incontrarlo
Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso. Poi Mirko finita la pioggia incontra e si scontra con Licia e così… Ecco l’incipit del languido brano che apriva gli episodi di Kiss Me Licia. Io, per questo cartone, stravedevo. Credo di aver sviluppato una dipendenza tale che, da ragazzina, non so in quale modo, sono riuscita a trovare ben due fidanzatini di nome Mirko, proprio come il protagonista maschile, che era al centro di un’appassionante e romantica love story. Della serie: non importa chi sei, da dove vieni, perché. Ma dimmi, come ti chiami? Se poi sfoggi anche un’improbabile chioma bicolore, diventi l’emblema della perfezione. Ed è subito ammmore.

Creamy, L'incantevole Creamy

2. Coltiva sempre i tuoi sogni: d’altronde basta una magia per diventare rockstar
Quanto era figah l'incantevole Creamy? Una vera trendsetter, con la sua capigliatura violetta e quell’incredibile charme che la portava a scalare le hit parade in una strizzatina d’occhio. Il sogno di diventare una rockstar l’ho coltivato grazie a lei, convinta che bastasse un incantesimo più simile a uno scioglilingua allitterativo che a formula magica per trasformarsi – da bambina della porta accanto – in interprete divina. Più avanti, venne il tempo di Jem e le Holograms, la  prima girl band tutta capelli&parrucconi fluo, che provava-sempre-un’emozione-quando-cantava-una-canzone, tra stelline e cotonature. La quintessenza della divah.

Sheila Tashikel, Kelly Tashikel, Tati Tashikel, Occhi di gatto

3. Belli e dannati si nasce: l’insostenibile leggerezza della trasgressione
Prima ancora di Don Rodrigo, c’erano loro: ladri gentiluomini o ragazze bellissime e astutissime, che mettevano a segno furti come se non ci fosse un domani. Se durante la lettura liceale de I promessi sposi ho quasi tifato per quel cattivone che a tutti i costi voleva impedire il matrimonio tra Renzo e Lucia, lo devo a queste figure che hanno plasmato ad hoc la mia giovane mente. Vuoi mettere la simpatia sprigionata da L’incorreggibile Lupin, che rubava con savoir-faire e furbizia gioielli e tesori rari, o l’avvincente fascino di quelle piccole donne deviate di Occhi di Gatto, le tre sorelle che senza violenza portavano a casa capolavori pittorici e opere d’arte?

Sara, Lovely Sara

4. Come identificare le brutte persone: le ingiustizie sociali ai tempi dei cartoni animati
Non me ne voglia chi si chiama così (che, al contrario, porta un nobile nome di ascendenza classica), ma ammetto che per anni ho associato il suono di “Lavinia” ai brividi scaturiti dall’operato di una persona malvagia. Si chiamava in questo modo, infatti, la ragazzina dispettosa che metteva in croce la povera protagonista di Lovely Sara: una serie ispirata al romanzo La piccola principessa di Frances Hodgson Burnett, incentrata sulle vicissitudini di una bimba appartenente a una famiglia benestante, che, caduta in povertà, finiva a lavorare come una schiava in un esclusivo collegio londinese dell’Ottocento. Completamente soggiogata da una crudele direttrice (che oggi verrebbe rinchiusa in carcere), e maltrattata da viziate figlie dell’alta borghesia britannica, la dolce bambina non si è mai ribellata. Perché?!? Dì qualcosa, Sara, reagisci

I Puffi

5. A ognuno il suo ruolo: la lezione sociologica dei Puffi
Prima della lettura universitaria del manuale di sociologia generale, il gioco delle parti era un affare da ragazzi: una comunità popolata da creature blu antropomorfe rappresentava l’emblema della perfetta organizzazione societaria. Voilà i Puffi, personaggi nati dalla matita del fumettista belga Peyo. Con i loro ruoli e caratteri identitari, erano ben suddivisi e diversificati, coordinati dal saggio Grande Puffo, che dispensava consigli e risolveva piccoli conflitti che potevano nascere tra Puffo Quattrocchi, l’intellettuale saputello che contestava tutto con «Che è meglio!», e il nullafacente Puffo Pigrone. C’era pure la pulzella del villaggio, Puffetta, dotata di immancabile tacco 12. Vivevano in armonia nel bosco, con lo spauracchio del temibile Gargamella, uno stregone brutto e cattivo, aiutato da un gatto sfigato di nome Birba. Non ho ancora capito come, ma tutto filava sempre liscio: i Puffi erano un organismo impeccabilmente rodato. Altro che istituzioni e paradigmi scientifici.

Mimì Ayuhara, Mimì e la nazionale di pallavolo

6. Fatica sodo e riuscirai: l’etica del lavoro secondo gli anime giapponesi
Ricordo ancora basita l’immagine di Mimì Ayuhara con la catene ai polsi insanguinati: per rendere ancora più duro l’allenamento e riuscire a migliorare la ricezione, giocava a pallavolo così. Ok, è diventata campionessa olimpionica alla fine della lunghissima serie che ha improvvisamente trasformato tutte le mie amichette in pallavoliste provette. Ma a quale costo? Lo stesso sostenuto da Maya, l’aspirante attrice che per interpretare a teatro il personaggio di Anna dei miracoli si era sottoposta a prove durissime e sofferenze atroci, seguendo le indicazioni al limite del masochismo di un’insegnante di recitazione dai metodi alquanto discutibili. Lavorare all’inverosimile forse paga? Chiedetelo a quelli che si sono infortunati in un campo da calcio, cercando di imitare la celebre rovesciata di Holly & Benji. Oppure alle bambine che sono rimaste impigliate nei nastri, improvvisando sessioni di ginnastica ritmica, ispirate dall’armoniosa atleta Hilary. Io non mi ero lasciata conquistare dalle mode del momento: mi ero collocata d’ufficio nel girone dei loser.

Pollon e altri personaggi tra cui Eros ed Era, Pollon

7. Il cosmo è regolato dal caso: scoprire la mitologia greca (e il senso della vita)
Scherzava con le divinità dell’Olimpo con grande nonchalance, tra un’avventura e l’altra. Pollon, figlia di Apollo e nipote di Zeus, era la simpatica (e a tratti flashata) bambina bionda che per diventare dea doveva accumulare delle monetine, frutto di buone azioni. Il suo appellativo era combinaguai. Ecco, l’aggettivo riassume al meglio l’ordine dell’universo delineato dai racconti mitici di questo cartone animato e il conseguente interrogativo spontaneo: siamo forse in balia di personaggi divertenti, confusi e capricciosi? A me basta ricordare la buffa rappresentazione di Eros, pennuto dio dell’amore, nonché compagno di merende della giovane eroina protagonista, per rispondere di sì. Spiegatemi, altrimenti, perché io non sia ancora diventata una rockstar.

Mariarosaria Bruno

Giornalista, ama la birra, il turchese e il mare.