IL NARRATORE

Pablo Trincia, il mio 'hello' più bello e il 'goodbye' più difficile

L'intervista al presentatore di Hello Goodbye, il programma di Real Time che racconta storie e persone di passaggio all'aeroporto di Milano Malpensa

Lara Gusatto

Si è immerso nell'inferno dei profughi afghani e ha indagato il narcotraffico, è stato una 'iena', ma ha paura delle mosche. È un giornalista ma preferisce definirsi un narratore e per Real Time racconta storie di chi parte e chi arriva all'aeroporto, di chi dice 'ciao' e chi 'arrivederci'. Ecco chi è Pablo Trincia il presentatore di Hello Goodbye in onda ogni venerdì alle 22.45.

Sei abituato a seguire una storia e a muoverti in più location, come ti sei trovato a raccontare storie 'interrotte' dall'orario di imbarco e in un luogo chiuso come l'aeroporto?
"All'inizio ero perplesso, poi ne ho intuito il potenziale. L'aeroporto è affascinante perché richiama i viaggi e le partenze e ogni viaggio io lo vivo come un evento. Anche se è la situazione anti-intervista per eccellenza perché non c'è intimità, e poi le persone hanno poco tempo perché devono partire. Eppure siamo riusciti a ricreare una bolla spazio-temporale in cui poter parlare. Inoltre tutte le storie che tratti sono di passaggio perché poi evolvono, qui magari è un passaggio più veloce, però ti lascia libero di immaginare il seguito. Ho trovato affascinante acchiappare una storia al volo, come fosse una farfalla che ti passa davanti, ammirarla e poi lasciarla libera".

Ci sono episodi che non hai potuto raccontare?
Le storie di amanti che non potevano o volevano esporsi. Diciamo che erano casi di persone che dicevano: 'Io non dovrei essere qui, in questo momento, con questa persona'".

Nel programma c'è il racconto del giovane che fa il viaggio della speranza per essere operato al cuore, ma anche quello dei ragazzi che si vedono per la prima volta dopo essersi conosciuti in chat: ci sono storie grandi e storie piccole o sono tutte importanti?
Mi definisco un narratore, un autore più che un giornalista. Preferisco i racconti che hanno un significato forte dietro: l'ideale per me è una storia semplice che in realtà ne nasconde una più grande, come quella della badante moldava che riaccompagna il figlio in aeroporto per tornare in Moldavia. Lei non l'ha mai cresciuto, l'ha cresciuto la nonna e l'ha visto due settimane all'anno. Ecco, questo è il dramma personale di una signora, ma riguarda tante altre persone costrette a vivere lontano dalla loro famiglia. Possono anche essere storie leggere, ma devono essere intense. E l'intensità dipende da chi la racconta, quindi anche la narrazione di un amore a distanza può diventare interessante. 

Possono anche essere storie leggere, ma devono essere intense. E l'intensità dipende da chi la racconta

Il più bel “hello” e il più doloroso “goodbye” della tua vita
Il più bel “hello” sicuramente quando ho conosciuto Debora, mia moglie, fuori dalla biblioteca in cui studiavamo. Il “goodbye” più difficile quando ho perso il mio primo lavoro come giornalista: ero giovane e dopo un anno e mezzo per dissidi interni mi hanno detto “faremo a meno di te”. Mi ha fatto impressione sentirmi dire goodbye, ma mi ha insegnato molto a essere umile, a saper stare al mondo.

Nel 2010 hai vinto il Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi con "Infiltrato tra i profughi afghani" e nel 2013 con "Krokodil, la droga che ti mangia”, ti sei occupato di narcotraffico e diversi casi di cronaca, c'è qualcosa che ti spaventa?
Le mosche. Vado fuori di testa. 

Il mio più bel “hello” è stato sicuramente quando ho conosciuto Debora, mia moglie, fuori dalla biblioteca in cui studiavamo

A 22 anni ti sei trasferito a Londra e ti sei laureato in lingue e letterature africane. Come mai questa scelta così fuori dagli schemi?
Quando ero studente il mio sogno era lavorare nelle associazioni non governative e avevo fatto una meravigliosa esperienza di volontariato in Tanzania. Quindi volevo approfondire quel campo.

Quante lingue parli?
Italiano, inglese, tedesco, spagnolo, francese, hindi, swahili e wolof (lingua parlata in Senegal)

Se dovessi accompagnare tuo figlio all'aeroporto quale vorresti che fosse la sua destinazione?
Ho due figli, una femmina e un maschietto. Non vorrei mai accompagnarli in aeroporto, a meno che io non vada con loro: non per paura, ma perché non mi vorrei mai staccare da loro. Diciamo che se proprio dovessi, vorrei che andassero a fare l'università all'estero, in un paese europeo dove formarsi, imparare una lingua e conoscere un altro mondo e un'altra cultura.

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