stardust

Che cosa resta di David Bowie? Nulla si distrugge e tutto si trasforma, proprio come lui

Un bilancio a due anni dalla scomparsa di un genio che continua a brillare

Mattia Carzaniga

Che cosa resta di David Bowie? Tutto resta. Due anni fa moriva il genio. Già due anni, solo due anni. Perché nulla se ne è andato e forse tutto si è trasformato, come ha sempre fatto lui.

Era il 10 gennaio del 2016, era appena uscito l’ultimo album del Duca Bianco, un brutto soprannome che ormai però ci fa tenerezza. Era uscito da due giorni appena, precisamente l’8, il giorno del suo compleanno, dei suoi sessantanove anni. Era anche l’album con la stella nera in copertina, si chiamava appunto Blackstar, e tutti iniziarono subito a scrivere, sui giornali come sulle bacheche social: era una profezia. Chissà.

David Bowie sul set del videoclip "I'm Afraid of Americans" / Getty Images

Era un caso? Era uno sberleffo? Era, ad  ogni modo, l’uscita di scena perfetta. Il producer Tony Visconti fu lì a confermarlo: «David ha sempre fatto tutto quello che voleva, come voleva. E [la sua uscita di scena] ha voluto farla in questo modo, il migliore. La sua morte non è stata diversa dalla sua vita: un’opera d’arte. Ha fatto Blackstar per noi, è stato il suo regalo d’addio. Io stesso sapevo da un anno che sarebbe stato questo, il suo modo di farlo. Non ero preparato, però. David è stato un uomo straordinario, pieno di amore e di vita. Sarà sempre con noi. Ora possiamo piangere». Quello che è venuto dopo lo sappiamo tutti. Potevamo piangere, e l’abbiamo fatto. Bowie di colpo se ne va e per il pubblico – i puristi, le nicchie, quello vastissimo: il Duca Bianco li conteneva tutti – è un cataclisma. A una morte come quella si dà il peso della calamità naturale. Un terremoto. Uno tsunami. Non sembrava possibile. E non sembrava possibile nemmeno piangere.

Che cosa resta di David Bowie due anni dopo? La notizia più recente è che diventerà il protagonista di un graphic novel (e a lui probabilmente sarebbe piaciuto). Lo firmerà Mike Allred, lo stesso creatore di Madman. Il titolo: Bowie: Stardust, Rayguns and Moonage Daydreams; la brutta traduzione che ne viene fuori per il momento è “Polvere di stelle, fucile a raggi e sogni ad occhi aperti dell’età della luna”. L’illustratore ha postato l’annuncio sul suo profilo Facebook – c’erano scritti il numero di pagine, 144, e il nome dell’editore, Insight Comics – e poi l’ha tolto: Bowie va ancora maneggiato con cura.

David Bowie con la modella Twiggy / Getty Images

Due anni dopo, ci sono le orde di millennial che l’hanno riscoperto, e ora sembra una cosa loro. C’è stata la grande mostra in giro per il mondo (David Bowie Is, magistralmente confezionata dal Victoria and Albert Museum di Londra, in Italia passò al MAMbo di Bologna). C’è stata la rincorsa a mettere le sue canzoni ovunque: al cinema, solo nel corso dell’ultimo anno, le abbiamo sentite in T2 Trainspotting (Lust for Life), Lego Batman - Il film (Heroes), Kong: Skull Island (Ziggy Stardust), Atomica bionda (Cat People (Putting Out Fire) e Under Pressure), persino in I Puffi - Viaggio nella foresta segreta (sempre Heroes). Arriverà anche un documentario prodotto da Hbo, David Bowie: The Last Five Years: andato in onda l’8 gennaio del 2018, giorno del suo settantunesimo non-compleanno, focalizzato sulla realizzazione degli ultimi due album (The Next Day e Blackstar), che mostra come Bowie abbia continuato a lavorare fino all’ultimo, nonostante il cancro. Praticamente il “making of” sulla sua uscita di scena. Nel trailer del film, Bowie racconta il suo metodo, se così si può definire: «Nuota sempre un po’ più a fondo, supera il limite che pensavi di avere raggiunto. Quando ti accorgerai di avere toccato l’abisso, allora sei arrivato nel posto giusto per cercare qualcosa di speciale». La stella, forse.

David Bowie sul set di "Labirynth" con Jennifer Connelly / Getty Images

Chi era David Bowie? Ripensandoci adesso, due anni dopo (Già due anni, solo due anni.) Il genio, certo, ma questo lasciamolo da parte per un attimo. L’icona che ha ridefinito l’immagine della musica e della moda e del costume e di qualsiasi altra cosa, ma anche questo lo sappiamo. L’artista che passava dallo studio di registrazione ai set cinematografici, secondo scelte apparentemente senza coerenza alcuna, ma chi se ne importa, a lui certo non è mai importato. Dopo i culti assoluti degli anni Settanta e Ottanta – L’uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg, Miriam si sveglia a mezzanotte di Tony Scott, Furyo di Nagisa Ôshima, Jazzin’ for Blue Jean e Absolute Beginners di Julien Temple, Tutto in una notte di John Landis, Labyrinth di Jim Henson, persino L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese (era Ponzio Pilato, praticamente nessuno lo ricorda più) – si sentì libero di passare con assoluta scioltezza dalla biografia arty Basquiat di Julian Schnabel (era Andy Warhol, nientemeno) a Il mio West di Giovanni Veronesi (vederlo, vestito da cowboy, accanto a Leonardo Pieraccioni e Alessia Marcuzzi resta una delle esperienze più stranianti di sempre), fino a piccoli capolavori dimenticati come The Prestige di Christopher Nolan, dove interpretava il leggendario Tesla, inventore di macchine futuribili che guardava al futuro, verso dove altrimenti. 

«Nuota sempre un po’ più a fondo, supera il limite che pensavi di avere raggiunto. Quando ti accorgerai di avere toccato l’abisso, allora sei arrivato nel posto giusto per cercare qualcosa di speciale»

Né, in epoca di dibattito sul gender, nessuno più di David Bowie ha saputo valicare i confini con quella facilità. Il suo essere insieme uomo e donna, etero e gay, è stato irripetibile, irreversibile. Passare da una parte all’altra, nella vita come nel racconto della star pubblica, era semplicemente natura. Il profilo Tilda Stardust  della piattaforma Tumblr, «dedicated to te belief that Tilda and Bowie are one person», dove la tesi è che Tilda e David sarebbero la stessa persona, basta da solo come ironica testimonianza di un’identità che è più di un’icona, più di un benchmark, più di tutto.

E adesso? Come Bowie nessuno mai, certo, che discorsi. Ci saranno altri film a raccontarlo, altri segreti dissepolti, altri omaggi, altri fumetti, altre mostre, chi lo sa. Ci sarà tutto questo e niente sarà lo stesso, e tutto sarà lo stesso, perché quella stella nera non smetterà di brillare.

Mattia Carzaniga

Scribacchino, cinefilo, casalinga non disperata