#NONSOLO25

Piccolo vocabolario della violenza di genere

Chiamare le cose con il loro nome è molto, molto importante.

Elena Viale

Diceva una scena di Palombella rossa con più tristezza e meno veemenza di quella degli schiaffi a bordo piscina: «Chi parla male pensa male, e vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti».

Nel caso della violenza di genere bisogna partire da molto più lontano: c’è tutta una base della piramide che tace e finge che non ci sia alcun problema col sessismo nella nostra società; poi c’è chi pensa male e parla di conseguenza («Le mani sotto la gonna rispondono a un insopprimibile istinto naturale, a un codice ancestrale, a una pulsione senza tempo perché fuori del tempo. Valgono come carnale rassicurazione: tu sei maschio, io sono femmina», scriveva una giornalista qualche tempo fa piangendo la fine del maschio); poi c’è chi capisce che qui, insomma, siamo davanti a un bel problema. E ci conviviamo da sempre, ma un po’ come è successo con le onde gravitazionali, aspettava solo che avessimo gli strumenti per accorgerci che c’è.

Il linguaggio costituisce uno strumento importante per rendersi conto che la violenza di genere è nelle ossa e nella carne della nostra società. E non ha nessuna intenzione di andarsene senza lottare: basti ricordare la polemica del 2013-2014 sull’introduzione della parola femminicidio. O, mi fa notare Chiara Cretella – co-autrice, tra gli altri, del libro Lessico Familiare. Per un dizionario ragionato della violenza contro le donne e del nuovissimo Parla con leile risposte avvelenate alla lettera con cui nel 2015 Laura Boldrini chiedeva il rispetto della parità di genere linguistica con l’introduzione di “deputata”, “ministra” e altri.

Quello che segue è dunque un piccolo vocabolario non-linguistico per
1. sapere che ehi si sta parlando di questo! quando si sente parlare di questo e/o
2. scoprire che esistono delle cose che hanno quel nome,
3. problematizzare la realtà e
4. uscire dall’altra parte del tunnel in un mondo migliore.

ABUSO DI POTERE
La violenza di genere sta abbarbicata, al punto da confondersi, con un elemento implicito nella nostra società: la disparità di potere tra uomo e donna, evidente nel gap salariale, nel numero ridotto di donne ai vertici, nel fatto che qualche anno fa in America un giudice ha assolto un uomo che picchiava la moglie dicendo, «Non manderò in galera un uomo per aver picchiato un rifiuto».



CONSENSO
Il diritto penale italiano applica il cosiddetto modello vincolato: ovvero, perché sia riconosciuto il reato è necessaria la presenza di violenza e minaccia, anche se il fatto che si parli di induzione a compiere atti sessuali «con minaccia o mediante l’abuso di autorità» lascia spazio a più giuste interpretazioni. Ma anche il modello limitato, intermedio tra quello vincolato e quello consensuale che mette al centro il “sì” (un’ottima spiega l’ha fatta Il Post), non prende in considerazione i fattori che spesso impediscono a volte a una donna di dire esplicitamente no.

Sembrerebbe averlo capito Louis CK nelle sue scuse dopo le accuse di molestie: «Al tempo, mi dicevo che era ok perché non ho mai mostrato il c***o a una donna senza prima chiederglielo. Ma quello che ho imparato poi, troppo tardi, è che quando hai potere su una persona, chiederle di guardarti il c***o non è una domanda. È metterla in una situazione difficile».

D.i.Re
“Donne in rete”, il network che unisce i centri antiviolenza e le Case delle donne italiane, a cui si può fare riferimento per informazioni, consulenze o anche solo capirci qualcosa. «Il mondo delle attiviste produce cultura, sapere e prassi di cambiamento», commenta Cretella. «Centri antiviolenza, reti, movimenti dal basso e singole attiviste: a loro dobbiamo tutto quello che sappiamo».

FEMMINICIDIO
In Italia una legge contro il femminicidio esiste solo dall’ottobre del 2013. Di cosa è il femminicidio abbiamo parlato in altri articoli, quindi breve nota sociolinguistica sull’introduzione del termine: «I giornali sono stati utili a rendere edotto il pubblico sul fatto che esiste un problema, ed esiste la parola giusta», spiega Cretella. «Anche la Crusca ha avuto delle posizioni aperte e di sostegno, intervenendo anche nella polemica sull’adozione del termine e stabilendone la correttezza».

GASLIGHTING
Wikipedia: «Una forma di violenza psicologica nella quale false informazioni sono presentate alla vittima con l'intento di farla dubitare della sua stessa memoria e percezione». In pratica, è quando un uomo in una relazione si sente messo all’angolo (con richieste di chiarimenti, o dovendo riaffrontare una sua azione violenta), e decide di rispondere con: «Sei troppo sensibile», «Sei pazza», «Vedi che ti inventi le cose». Serve a mettere a tacere la donna, a renderla insicura e quindi a dominarla.

MICROMACHISMO
Esiste una serie di atti di sessismo quotidiano che, per abitudine, siamo abituati a lasciar correre: «Sono gli atti di machismo benevolo, tollerati e considerati tollerabili», spiega Cretella. Le esperte spagnole hanno chiamato micromachismo tutto quello che va «dal chiedere a una donna in ufficio di portarti un caffè anche se ha una posizione superiore alla tua, alla battutina». È normale, ma è sessismo.

NON UNA DI MENO
Movimento femminista italiano creato da una spinta dal basso, che si coordina a livello internazionale con gruppi di uguale estrazione, come Ni Una Menos argentino. Tutti i gruppi traggono il loro nome da Ni Una Mas – «Nel testo poetico di Susana Chavez, attivista messicana uccisa nel 2011 dopo aver denunciato i femminicidi del suo paese, si citano entrambe le frasi (‘Ni una mujer menos… ni una muerta más’)», spiega Cretella. «Le argentine hanno preso il primo verso (Ni una menos) e le italiane lo hanno tradotto in Non una di meno. Però molte artiste e attiviste usano anche l’hashtag Ni una más».

PEER SOCIETY
La violenza di genere è considerata un problema delle donne, ma è soprattutto un problema degli uomini. Perché la situazione cambi è necessario che ci sia anzitutto una “revisione” da pari a pari: l’attivista e coach Alexis Jones ha raccontato il suo tentativo di insegnare ai giocatori di football dei licei americani ad abbandonare i discorsi da spogliatoio e «ad allargare la propria definizione di manhood». «Quella me la farei», «quella me la sono fatta», «hai visto il culo di quella?». Ecco, bisogna che in spogliatoio o al bar non sia più ok ridere di un atteggiamento sessista, o tacere a riguardo.

STALKING
Lasci un ragazzo, quello continua a scriverti, ti perseguita, controlla dove vai, si presenta dove sei, non riesci a liberartene, non accetta di perdere potere su di te. Capita pure che ti uccida.


 

VITTIMA
«Credo che la maggior parte dei centri antiviolenza sia concorde nel non usare questa accezione, a puntare più sull’empowerment», spiega Cretella, ragionando sull’uso spesso in negativo di “vittimizzare”. «Il problema è che in Italia non c’è ancora una parola che suoni come survivor, che dia conto del trauma e delle conseguenze della violenza su chi la subisce. Ma penso che ‘sopravvissuta’ possa entrare nel linguaggio comune: per me le vittime sono solo le donne uccise».

VICTIM BLAMING
«Lei com’era vestita?». «Come andavano le cose tra loro a letto?». «Perché era lì da sola?». «Era ubriaca?». «Avrebbe potuto dire no». Durante il primo processo per stupro trasmesso sulle reti nazionali, Processo per stupro appunto, l’avvocata Tina Lagostena Bassi fa notare al giudice che la difesa (degli imputati, accusati di aver commesso uno stupro ai danni della sua assistita) si era trasformata in accusa. Il victim blaming è questo: la tendenza diffusa di dare la colpa alla vittima. 

*ZOCCOLA
«Ci sarebbe tutta un’interessante riflessione da fare su termini come “zoccola”», mi fa notare Cretella, «e alcuni autori hanno già cominciato a farla». Ma rimanendo piuttosto alla pancia del paese: «La realtà è che se uno vuole ottenere dei favori e dà delle prestazioni sessuali, a casa mia è prostituzione», ha detto il direttore di Libero Vittorio Feltri interrogato dalle Iene in seguito alle sue prese di posizione sul caso Weinstein. Livello di penetrazione del concetto «non sono io che ti ho chiesto un favore, sei tu che mi hai imposto una condizione per ottenere quello che già dovrebbe spettarmi»: bassissima. Facilità con cui nel nostro paese si dà della zoccola a una donna: altissima.

Illustrazione di Valeria Crociata

Elena Viale

Nella vita fa un magazine, ma ne pensa altri tre.