#nonsolo25

Il potere dell’affermazione positiva quando si parla del corpo delle donne (sì, anche delle star)

"Affermazione positiva": due parole versatili, ampie, immediatamente afferrabili e - soprattutto - da mettere in pratica

Marina Pierri

Secondo Simone De Beauvoir, nel suo trattato Il secondo sesso, «Essere presenti nel mondo implica strettamente che esista un corpo e sia tanto un oggetto materiale del mondo, quanto un punto di vista attraverso cui guardare il mondo». Uno dei soggetti e oggetti più esplorati in ogni media, «Il corpo ha grande intelligenza» diceva GJ, uno dei personaggi televisivi probabilmente più riusciti della storia delle serie tv, in Top of the Lake di Jane Campion dov’era interpretata dalla grande Holly Hunter.

E non è difficile vedere in controluce, in quella frase, l’insegnamento di Clarissa Pinkola Estés in un altro volume fondamentale, Donne che corrono coi lupi: «Il corpo ricorda, le ossa e le giunture ricordano, persino il mignolo ricorda. La memoria alberga con immagini e sensazioni nelle cellule medesime. Come una spugna inzuppata d’acqua, ovunque la carne sia premuta o appena sfiorata, un ricordo può sgorgare e scorrere». Così, non di rado, si ricorda quanto è stato detto alla donna che diventava adulta. «Sei troppo magra!» o «Sei troppo grassa!»; «Sei troppo secca!» o «Sei troppo piena!»; «Sei nana!» o «Sei una cicogna!». E via discorrendo, perché la gamma è pressoché infinita. Il punto è che queste parole, sin da quando si era bambine, hanno portato a percepire il corpo come un’appendice aliena e distaccata dal sé, sulla quale non solo non c’era poi molto da fare, ma quel che c’era da fare era potenzialmente doloroso, sanzionatorio, costrittivo. Sottoposte a scrutinio costante: così vivono le donne, non servono link o fonti per provare che è vero, perché con quella pressione si è abituate a convivere. 

Non è fuori luogo, ai tempi dello scandalo Weinstein e di quanto è conseguito, tornare a parlare del corpo femminile inscatolato da sessant’anni – almeno nella cultura anglosassone e in chi l’abbia assorbita – nelle misure delle conigliette di Playboy. Non è bizzarro né originale dire che la straordinaria varietà anatomica umana sia stata infilata in una forma percepita via via come soffocante alla luce delle regole di un sistema parimenti introiettato da entrambi i sessi. Un sistema fondato sulla separazione, come si diceva, dal proprio fisico come cosa altra da se stesse; distante, strumentale, estraneo. Intanto, una serie di pratiche reiterate passano per innocue e vengono perpetrate in una cultura che giudica, sanziona, squalifica.

Senza passare per i cerchi concentrici del body positive movement – che esorta a dire a se stesse di essere bellissime a qualunque peso o dimensione, dimenticando di considerare che proprio l’enfasi sulla bellezza femminile resta uno dei baluardi di un modo di pensare normativo – e senza necessariamente tornare sul concetto di body shaming che pure è all’ordine del giorno, sarebbe utile convincersi che si può cambiare atteggiamento a partire da piccoli gesti, ma soprattutto da una sorta di auto-persuasione alla positività. Ricordando che, siccome non si vuole evadere dalla padella per finire nella brace, non occorrono diktat, ma un certo grado di vigilanza nei confronti di un conformismo che passa per “normale”, “abituale”, “tipico”.

Le parole affermazione positiva non sono un contenitore scomodo: sono ampie, personalizzabili, immediatamente afferrabili, non complesse da mettere in pratica in maniera morbida, declinabile in moltissime occorrenze differenti e personali. Non bisogna essere affermativi, ma esserlo non è una cattiva idea; come dire che non è indispensabile salire sullo stesso vagone di un treno, ma sarebbe utile viaggiare sulla medesima tratta, con qualsiasi mezzo, per trovarsi insieme nel luogo dove si desidera arrivare.

Affermazione positiva potrebbe, per esempio, voler dire rifiutare di commentare negativamente i red carpet degli Emmy, o degli Oscar. Potrebbe voler dire scegliere di postare su Facebook l’immagine di una donna che si apprezza o si ammira, ponendo l’accento non sul colore di sandalo sbagliato, ma su quanto stia generalmente bene.


Affermazione positiva potrebbe implicare il rifiuto di commentare negativamente le scelte di una donna, nei limiti del rispetto della salute e del comune buon senso, rispetto alla propria figura, al proprio abbigliamento o al proprio trucco tanto per cominciare. Interessante che, qualche tempo fa, la scrittrice britannica Zadie Smith abbia espresso preoccupazione nei confronti delle ragazze la cui routine di make-up richieda molto tempo: «Se prende più di quindici minuti, non farlo», erano le parole esatte. Facile vedere quanto problematica da accettare sia questo tipo di dichiarazione che contiene un consiglio all’apparenza, ma una tipologia specifica di giudizio nei fatti, nei confronti della creatività individuale che può serenamente essere espressa in mezz’ora di trucco.

Proprio dalla creatività individuale si può, dunque, ripartire quando si tratta di affermazione positiva: se ragioniamo sulla necessità di riempire d’oro la vecchia crepa dell’alienazione della donna rispetto al proprio corpo, una cura importante dovrebbe essere posta nel consentire alle donne di riappropriarsi non solo della propria unicità, ma anche delle proprie scelte legate al corpo unico. Come gesto perfettamente creativo, appunto. Tornando al famoso sandalo della celebrity, basta portare alla coscienza che esprimersi in modo distruttivo su determinate decisioni che vanno dai gioielli, all’acconciatura o al rossetto per quanto divertente, giocoso, fonte di chiacchiere e discussioni accese tra pari, continua a puntare verso una scissione: la persona, che si tratti di una star o meno, e le dichiarazioni implicite che questa concretizza con (probabilmente) consapevolezza. Il discorso non ricade sulla reazione della stella che non saprà mai – a meno che non vada a sbirciare la nostra bacheca: difficile – che s’è parlato male del suo stile, ma è possibile che, a furia di farlo per abitudine più o meno imposta, si utilizzi il medesimo metro di giudizio con le conoscenti, le colleghe, le amiche, le madri, se stesse. Per questo si parlava di pratiche innocue che, pur non essendo nocive in assoluto, consolidano un tipo di ragionamento che opera senza sosta nell’allontanamento della donna da ciò che è suo. 

Sui tappeti rossi, alla domanda cosa indossi? Amy Schumer una volta ha risposto: «Un assorbente interno». Un’affermazione positiva interessante, che nello stile della stand-up comedian sgretola un tabù, virando l’attenzione del reporter e del pubblico lontano dallo schema di scelta-giudizio che continuiamo ad assorbire dalle pagine di gran parte delle testate o dei network del pianeta. La proposta resta, dunque: partiamo da qui. Spostiamo il focus dalla nozione di “cattivo gusto” (che è assai relativo) verso quella di “diversità”. O, almeno, teniamo a mente che provare a farlo non è banale. 

Illustrazioni di Valeria Crociata

Marina Pierri

Giornalista e docente.