MUSA

Charlotte Rampling: il fascino e la profondità di “La Légende”

Da cattiva ragazza della Swinging London a icona del cinema d’autore, storia di una diva che ha saputo diventare leggenda

Stefano Consiglio

Musa di alcuni dei più importanti registi del vecchio continente, personaggio apparentemente sfuggente e forse la più anti-diva di tutte le dive dell’immaginario odierno, questa ex ragazza dell’Essex, settantaduenne proprio oggi, ha percorso la Settima Arte mondiale seguendo un percorso molto atipico. Nonostante ciò, si è guadagnata lo status di national treasure nella sua Inghilterra e l’altisonante appellativo di “La Légende” nel paese dove ha scelto di vivere, la Francia.

Charlotte Rampling a Londra nel 1968 / Getty Images

In principio era Charley
Charlotte Rampling ha trascorso l’infanzia insieme alla sorella Sarah viaggiando da una base militare all’altra: il padre, un colonnello dell’aeronautica inglese che avrebbe poi fatto carriera nella NATO, aveva vinto un oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936 nei 400 metri. Tra l’Inghilterra, Gibilterra e la Francia, cambiando scuola con una media di due volte all’anno, il rapporto tra le sorelle Rampling si fa sempre più stretto, e anche durante l’adolescenza le due vivono praticamente in simbiosi. Tentano la strada del cabaret a Londra, ed è in quel contesto che Charlotte viene notata per strada e si guadagna una parte in uno spot pubblicitario. La giovane Charlotte è una tipica “babe” degli anni Sessanta, di una bellezza evidente ma non scontata, complice il taglio particolare dei suoi occhi definiti dai rotocalchi come “hooded” (“incappucciati”, che suona decisamente meglio di “a mezz’asta”). Con i suoi primi ruoli in commedie come Svegliati Georgy e Rotten to the Core, Charley (così si faceva chiamare ai tempi) si guadagna una fama istantanea

«fare qualcosa di valore, per poter almeno dire a se stessa di onorare la morte della sorella». Questa scelta di valore darà il suo volto dagli occhi “incappucciati” ai personaggi di alcuni dei film più controversi del cinema europeo

Per la stampa è una bad girl, la figlia di un colonnello che frequenta il variopinto scenario della Swinging London, tra aristocratici ribelli e spacciatori, spesso in coppia con la sua migliore amica che risponde al nome di Marianne Faithfull, e scorrazza per la città a bordo di una Mini Cooper. Le leggende narrano che ai tempi vivesse un triangolo amoroso con il suo agente e futuro primo marito e un modello neozelandese; anni dopo, Charlotte rivela che il modello era in realtà solo il loro coinquilino. Questo turbine di divertimento, eccessi e spensieratezza è però destinato a una fine tragica: la sua inseparabile sorella, sposatasi nel frattempo con un proprietario terriero durante un viaggio in Argentina, si suicida sparandosi. La madre ha un esaurimento nervoso dal quale non si riprenderà mai più, e Charley lascia il posto a una “nuova” Charlotte, che per reagire allo straziante dolore non sceglie più ruoli comici, ma decide di «fare qualcosa di valore, per poter almeno dire a se stessa di onorare la morte della sorella». Questa scelta di valore darà il suo volto dagli occhi “incappucciati” ai personaggi di alcuni dei film più controversi del cinema europeo.

Charlotte Rampling ne "Il portiere di notte", di Liliana Cavani, del 1974

La Musa del Torbido
Dopo una serie di film a Hollywood, dove però non si sente a suo agio, Charlotte torna in Europa e diventa una bellezza da film d’autore. Prende parte innanzitutto a La Caduta degli Dei di Luchino Visconti (1969), affresco storico su una famiglia della nobiltà tedesca alla vigilia della presa di potere di Hitler. Un film claustrofobico e cupo, dove la follia e la perversione dei protagonisti sono una metafora della dannazione della Germania (e dell’Europa) poco prima della Seconda Guerra mondiale. È invece del 1972 Il Portiere di Notte di Liliana Cavani, l’opera che ha consegnato la Rampling all’iconografia del Novecento. Il film narra la storia di una sopravvissuta ai campi di concentramento che, nella Vienna del 1957, incontra casualmente l’aguzzino della sua prigionia, un ex SS che lavora come portiere nell’albergo dove lei soggiorna col marito. Tra i due nasce una relazione sadomasochista sullo sfondo di una città lugubre e desolata, e i loro ruoli si invertono continuamente: l’ex vittima potrebbe denunciare il suo ex carnefice che, sotto copertura, vive nel continuo terrore di essere smascherato e processato per i crimini che ha commesso nel campo di prigionia.

Il film, che in Italia è stato vietato, è definito dalla Rampling stessa come qualcosa che va «oltre l’Olocausto. È un’opera sul male puro. Erano passati meno di 30 anni dalla fine della guerra e in Europa nessuno parlava di certe cose.» La scena in topless con il berretto da SS e le bretelle l’ha resa un sex symbol perturbante, un misto di sensualità e distruzione. A partire da Il Portiere di Notte, la Rampling diventa una vera e propria musa del cinema d’autore, scegliendo ruoli controversi, complicati e altri film assurdi: un esempio è sicuramente Max Mon Amour (1986) di Nagisha Oshima, dove interpreta la moglie di un diplomatico inglese che si innamora di uno scimpanzé. Un film con una trama così bizzarra rispecchia in realtà una parte del suo vissuto: in un’intervista la Rampling ha dichiarato che quella relazione con lo scimpanzé Max del film per lei era una metafora della storia d’amore ideale, poiché libera dal giogo della parola. Allo stesso tempo, l’idea di dover comunicare senza l’uso della parola la riportava alla sua infanzia da figlia di un militare in una terra di cui non conosceva la lingua.

Queste scelte di carriera così anticonvenzionali sono maturate nell’ottica di rifiuto del cinema come mezzo di puro intrattenimento, sulla scia della decisione portata avanti alla fine degli anni Sessanta dopo la morte della sorella.
Gli anni Novanta costituiranno per Charlotte un decennio oscuro: combatterà una dura lotta contro i propri demoni, che la terranno lontana dagli schermi. 

il fotografo Terry O'Neill e Charlotte Rampling nel 1988 / Getty Images

La regina dei comeback
All’uscita di 45 anni (2015), con la prima candidatura all’Oscar della sua carriera, Charlotte Rampling è stata definita «la regina dei comeback». Prima giovane promessa del cinema della Swinging London, poi musa del cinema d’autore, poi di nuovo attrice hollywoodiana a suo agio sia in commedie (Polvere di stelle di Woody Allen è del 1980) che in thriller e drammatici, come per esempio ne Il Verdetto di Sidney Lumet, dove fa girare la testa a Paul Newman. Poi, il buio: un buio che è in realtà una violenta depressione, dalla quale impiega più o meno una decina di anni a uscire. A causare il crollo psichico che l’ha tenuta lontana dalle scene negli anni Novanta è stato un misto di fattori: il dolore mai superato per il suicidio della sorella, soffocato dalla decisione di gettarsi nel lavoro a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, la fine del suo secondo matrimonio e, come ha dichiarato lei stessa, «tutte quelle influenze che non si possono controllare. La depressione è una malattia oscura. O ne esci, o ci resti. Io ne sono uscita, ma ci è voluto molto tempo
Nel 2001 muore sua madre; Charlotte e il padre le avevano sempre tenuto nascosto il suicidio di Sarah, dicendole invece che era morta per un’emorragia celebrale. La Rampling fa risalire a quel momento la sua “rinascita”: da lì momento ricomincia a lavorare, ed è questo il suo ultimo comeback. Quello che prosegue tuttora e che le sta portando una nuova gloria artistica. 

Charlotte Rampling alla cerimonia degli Oscar 2016 / Getty Images

L’età d’oro di Charlotte Rampling
Più di 100 film all’attivo, una carriera lunga più di 50 anni, ruoli in serie di successo come Dexter… Charlotte Rampling ha 72 anni ed è all’apice del suo splendore, amata dal cinema europeo che negli ultimi anni ha riconosciuto il suo valore con riconoscimenti che spaziano dalla Coppa Volpi ai premi alla carriera e come migliore attrice ai festival di Locarno, Berlino, Stoccolma (tra i tanti). Controcorrente rispetto a tutto, continua a non disdegnare affatto il nudo, anche quello integrale, come in Swimming Pool di François Ozon del 2002 o in Hannah, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, o nelle foto del 2013 firmate Juergen Teller che la ritraggono al naturale accanto a un’altra icona, la Gioconda di Leonardo.
Il documentario The Look del 2011 è una sorta di summa del suo pensiero, della sua carriera e della sua eredità artistica: una lunga intervista durante la quale Charlotte affronta alcuni temi cardine della poetica cinematografica (e della vita in generale) come l’amore, la morte, la trasgressione. Il titolo del film è un riferimento proprio al suo sguardo “incappucciato”, quella sua caratteristica che oggi, data l’età, è ancora più accentuata ma che lei non ha alcuna intenzione di correggere chirurgicamente. «Prima o poi le mie palpebre cascheranno del tutto» scherza infatti all’inizio del film.

La Charlotte Rampling di tutti i giorni resta una sorta di enigma, un’entità ammantata da un sottile velo di mistero

La sua fervente attività professionale degli ultimi anni sul fronte europeo coincide con una lontananza sempre più accentuata rispetto ai lustrini di Hollywood: Charlotte non rimpiange affatto di non avere vinto l’Oscar nel 2016 perché è il cinema europeo, oggi, a offrile i ruoli che desidera. E i ruoli sono sempre di più: che si tratti di una moglie che alla vigilia dell’anniversario di matrimonio è costretta a fronteggiare il passato del marito (45 anni), o un’anziana insopportabile madre in punto di morte nell’australiano Eye of The Storm (2011), un magistrato nella serie inglese Broadchurch o, ancora, un personaggio ispirato all’odiata madre di Lars Von Trier in Melancholia (2011).
Quella che era un sex symbol degli anni Sessanta e Settanta è oggi un’artista per la quale recitare è una vera e propria immersione nel personaggio, un processo creativo totalizzante. Ma se è tanto intensa e incline a esporsi davanti a un obiettivo, la Charlotte Rampling di tutti i giorni resta una sorta di enigma, un’entità ammantata da un sottile velo di mistero, che nel suo salotto tiene sempre acceso un piccolo televisore in bianco e nero con il quale ama vedere vecchi film perché, rispetto ai moderni schermi piatti, «l’immagine rende meglio»

Suo padre le disse un giorno che la parola per descriverla meglio è “spinosa”. Lei oggi, si definisce “esotica”, facendo riferimento alla sua doppia vita divisa tra Londra e Parigi: «Sono un’inglese che parla francese. In Francia nessuno sa quasi nulla della mia infanzia, la mia educazione… alla gente piace, e anche a me.”

Sarà la misteriosa profondità che si nasconde dietro quei suoi occhi verdi, oggi ancora più taglienti di ieri, a renderla così unica? 

Credit immagine di copertina: Getty Images

Stefano Consiglio

Vietargli la lettura di Eva3000 gli segnò l’infanzia.