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Faye Dunaway, una star che non ha avuto paura di distinguersi

Da Bonnie a Joan Crawford, a una star fuori dagli schemi

Stefano Consiglio

Faye Dunaway ha recentemente compiuto 77 anni. L’anno scorso, questa leggenda vivente di Hollywood ha fatto il suo ingresso sul palco degli Academy Awards insieme a Warren Beatty per annunciare il Miglior Film vincitore e ricordare i 50 anni di Bonnie & Clyde (Gangster Story in italiano). Era tutto pronto per suggellare uno dei momenti più importanti della serata con la presenza di due mostri sacri: la diva aveva già fatto un cambio d’abito, passando da un blue navy per il red carpet a un bianco in lungo con ritagli sulle spalle per il palco, e ogni cosa sembrava stesse filando per il verso giusto, finché poi è successo il fattaccio. La persona che doveva dare a Warren Beatty la fatidica busta si è distratta a twittare una foto di Emma Stone, ha passato la busta sbagliata e, in pochi secondi, uno dei più grandi fail della storia degli Oscar ha avuto luogo. Se consideriamo che Faye Dunaway in generale non si fa vedere molto in giro, è ironico pensare che – proprio quando decide di farlo – resti invischiata in un patatrac del genere. Ma questo, forse, rientra negli equilibri della sua carriera così particolare, costellata di ruoli iconici e scelte che spesso l’hanno quasi fatta apparire come un’outsider d’eccellenza rispetto alla maggior parte delle sue colleghe. Nel giorno del suo compleanno, scopriamo insieme cosa la rende, ancora oggi, così unica.  

Faye Dunaway e Warren Beatty nel film "Bonnie and Clyde"

Un inizio con il botto
Per Faye Dunaway, la fama su larga scala è arrivata con Bonnie & Clyde, che per i critici segna l’inizio della “New Hollywood”: più che un intervallo storico a cavallo fra anni Sessanta e Settanta, si tratta di un movimento cinematografico successivo al cosiddetto periodo delle Major (i grandi studios Hollywoodiani). La New Hollywood non è più dominata dalle grandi case di produzione che dettano legge su registi e attori: piuttosto, la maggior parte delle decisioni sono affidate proprio alla figura del regista. I film di questa corrente esplorano nuovi stili, temi e metodi espressivi, anche per far fronte a un’evoluzione degli spettatori, più scolarizzati ed esigenti rispetto a quelli degli anni Cinquanta e primi Sessanta, subendo l’influenza del cinema europeo. All’uscita, Bonnie & Clyde viene stroncato dalla critica per la sua celebrazione della violenza, ma in poco tempo, grazie al successo di pubblico, viene rivalutato da buona parte dei critici e ridistribuito

Bonnie è una ragazza ambiziosa, che desidera lasciarsi alle spalle il passato e, nel farlo, si trasforma da "ingenue" a criminale

Bonnie & Clyde è considerato uno spartiacque perché il suo successo ha dato il via a una nuova generazione di registi che ibridano i generi, mescolando la violenza all’umorismo, liberi dal timore di lasciare finali aperti o lontani dalle attese degli spettatori. Anche il personaggio che ha trasformato la Dunaway in una star è, in un certo senso, di rottura: Bonnie è una ragazza ambiziosa, che desidera lasciarsi alle spalle il passato e, nel farlo, si trasforma da ingenue a criminale. Il suo bisogno di fuggire, anche se proiettato all’autodistruzione, è simile a quello vissuto dalla giovane Faye che – nata in una famiglia povera con un padre alcolizzato e una madre frustrata – sa bene «cosa significa voler scappare». E, come dichiara lei stessa nella sua autobiografia, «scappare non è mai facile». Per interpretare la giovane gangster del sud e darle quell’allure sofferta (la storia si svolge durante la Grande Depressione), smette di mangiare fino a perdere 13 kg. Ma ne vale la pena: Bonnie le apre le porte dello stardom e il film successivo, The Thomas Crown Affair, del 1968, la consacra anche come icona di stile (grazie a ben 29 cambi di costume).  Poi però, le cose cambiano: arriva una serie di ruoli in film che fanno un flop dietro l’altro al botteghino, e nel frattempo Faye inizia una love story (durata due anni) con Mastroianni, conosciuto sul set di A place for lovers, il quale però, come sappiamo, non lascerà mai sua moglie.  

Più avanti, Faye dichiarerà che quella liason è stata l’unica occasione in cui ha trasgredito la sua regola principale: mai mischiare sentimenti e lavoro, perché «rischi di rovinare entrambi». 

Faye Dunaway e Jack Nicholson nel film "Chinatown"

Queen of Chinatown
Dopo una parentesi teatrale, nel 1974 arriva il ruolo che è tuttora il suo preferito: Evelyn in Chinatown di Roman Polansky. Questo noir del 1974, altro esempio perfetto della poetica della New Hollywood, fa del mascheramento un vero e proprio leit-motiv: tutto ciò che succede nel corso del film è un preludio a qualcosa d’altro, che sconvolge gli eventi e fa dubitare lo spettatore di tutto ciò che vede. E il personaggio interpretato da Faye è pura espressione di questa terribile ambivalenza: Evelyn ingaggia infatti il detective Jake J. Gittes (Jack Nicholson) per smascherare la presunta infedeltà del marito, instaurando poi con lui un rapporto che travalica la semplice sfera professionale. Fino all’ultimo, però, Evelyn nasconde un indicibile segreto, che si inserisce in un mosaico di nefandezze magistralmente composto da Polansky, tra corruzione, potere, criminalità e violenza di ogni tipo. In questo film così cupo, anche l’innegabile bellezza di Faye nei panni della protagonista, resa iconica dai costumi anni Trenta, non è unicamente quella della tipica “donna in pericolo” tanto cara all’immaginario tipico del noir. È invece la bellezza di una femme fatale intinta nell’oscurità, sfuggente fino all’epilogo. Se Evelyn è sfuggente, sul set la Dunaway è tutt’altro: in una celebre scena in cui il personaggio di Nicholson deve schiaffeggiarla ripetutamente, chiede di essere schiaffeggiata davvero per calarsi ancora di più nella parte. Il suo nuovo splendore artistico prosegue nel 1976 con Network (Quinto potere), il film di Sidney Lumet che racconta le lotte interne al mondo della televisione. Faye interpreta la cinica Diana Christensen, una spietata responsabile della programmazione disposta a sacrificare qualunque cosa in onore degli ascolti, un personaggio molto diverso dai suoi ruoli precedenti, ma perfettamente riuscito. Per la sua interpretazione della folle Diana (capace di parlare di lavoro anche durante i suoi rapporti sessuali), la Dunaway si guadagna l’Oscar e una miriade di altri premi e nomination, dimostrando di essere perfettamente in grado di gestire personaggi inseriti in un contesto diverso dal dramma. Nonostante i suoi 40 anni di età, Network è a tutt’oggi considerato un film profetico per la sua descrizione di come le barriere morali possano cadere con estrema facilità quando si parla di indici d’ascolto. 

Faye Dunaway e Mara Hobel nel film "Mommie Dearest"

Dall’Oscar agli appendini
La carriera di Faye Dunaway ha subìto uno dei suoi colpi peggiori nel 1981, con Mommie Dearest (Mammina Cara). Il film, lo sanno anche i sassi, parla dell’infanzia di Christina Crawford, la prima figlia adottiva di Joan Crawford, ed è stato bollato come trash da più o meno tutta la critica mondiale, nonostante sia molto meno trash del memoir dal quale è tratto (molti ex colleghi e amici di Joan Crawford hanno condannato la figlia per avere raccontato, secondo loro, un mucchio di bugie sulla madre). Al contrario del film, l’interpretazione della Dunaway è stata universalmente elogiata per la sua intensità. L’immersione totale nel ruolo, ottenuta grazie alla visione di tutti i principali film della Crawford e a lunghe chiacchierate con molte persone che la conoscevano, compone un ritratto molto articolato di questa diva così chiacchierata. Sebbene alcune scene siano ormai negli annali del camp (vedasi quella del raid notturno nel guardaroba della figlia, con conseguente crisi isterica causata dai costosi abiti appesi su – orrore! – appendini di metallo) la bravura della Dunaway è stata quella di scavare nel profondo del vissuto di Joan Crawford, per restituirne un’immagine tutt’altro che da copertina

Piuttosto, è il ritratto di una donna che, nella sua follia, è cosciente di se stessa, del proprio valore e di quanto le sia costato quello che ha ottenuto. Un’immagine molto più vivida e una pazzia molto più comprensibile di quella spiattellata da Christina Crawford sulle pagine del suo libro. Oggi Faye Dunaway non ama parlare di Mommie Dearest: quel poco che sappiamo è che mentre il film era in lavorazione, l’attrice ha più volte avuto l’impressione di “sentire” la presenza di Joan Crawford vicino a lei. Benché la pellicola abbia quasi distrutto la sua carriera, in una recente intervista la Dunaway ha dichiarato che «non ci si può vergognare del lavoro fatto. Presa una decisione, bisogna saper convivere con le sue conseguenze». 

Faye Dunawayall alla premiere di HBO "Game Of Thrones" Season 6

Molto più di un’outsider
La carriera di Faye Dunaway, composta da film, ruoli e riscontri di pubblico così differenti tra loro, ha però una costante: la professionalità. Determinata e perfezionista sin dai primi tempi in cui recitava, Faye è stata spesso in disaccordo con suoi registi, a volte anche duramente. Eppure, a parte una famosa intervista in cui Bette Davis dichiarava che lavorare con lei è “impossibile”, i set dove la sua personalità si è scontrata con suoi pari altrettanto battaglieri hanno dato vita ad alcuni dei più grandi film del cinema di quegli anni (Chinatown è un esempio).
La sua “reputazione” la segue tuttora: ciclicamente, notizie flash delle sue presunte scenate da diva in ristoranti, saloni di bellezza e aeroporti fanno il giro dei siti di gossip per poi svanire nel nulla, senza smentite o conferme. E lei stessa, in una recente intervista, ha lamentato di venire associata a un tipo di femminilità troppo aggressiva, anche a causa dei grandi ruoli che l’hanno resa famosa, e che per questo riceve proposte che ricalcano in modo eccessivo quei personaggi. Forse questa è la misura del suo immenso valore artistico: un’attrice capace di interpretazioni così intense da esserne quasi sovrastata anche nella vita reale.
Proprio in contrasto con questi personaggi così famosi, nella vita di tutti i giorni Faye Dunaway è in realtà una persona molto schiva e solitaria, una diva di Hollywood che, a differenza di alcune sue coetanee, non presenzia quasi mai a eventi e non è testimonial di alcun marchio famoso.

Ciò su cui molti critici e giornalisti di cinema concordano, è che in Faye Dunaway convergono molteplici elementi distintivi: il fascino innegabile che la lega alle grandi bellezze della storia del cinema (sia a lei contemporaneo che precedente) e una modernità fatta di carattere e determinazione. È questa miscela esplosiva che, ancora oggi, la rende unica nel suo genere: più che un’outsider, Faye Dunaway rappresenta quella faccia di Hollywood che non siamo tanto abituati a vedere. Quella dove talento e bellezza si muovono di pari passo, a volte su strade non molto battute, a volte non verso incassi da campioni, spesso verso finali che non sono affatto scontati, ma che restano indelebili nella memoria. 

Credit immagine di copertina: 150UP

Stefano Consiglio

Vietargli la lettura di Eva3000 gli segnò l’infanzia.