#NONSOLO25

Una necessaria introduzione al femminicidio

Domani avrà luogo la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, sull’onda lunga di un dibattito finalmente inevitabile

Elena Viale

Il 25 novembre si celebra la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne: l’impegno di Discovery Italia in questa occasione si concretizza in particolare sul canale Real Time, con la trasmissione – al posto di promo e spot – di 21 testimonianze di uomini e donne contro ogni forma di violenza. La giornata culminerà con la messa in onda alle 21:10 del docufilm esclusivo “SARA” dedicato alla storia di Sara Di Pietrantonio, la 22enne romana tragicamente uccisa per mano del suo ex fidanzato il 29 maggio 2016.

Let us use the occasion of this international day of action, scrivevano le attiviste americane nel manifesto del Women’s Strike, lo sciopero che lo scorso 8 marzo ha portato in piazza milioni di donne in tutto il mondo per protestare contro la violenza di genere.

Domani avrà luogo la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne: la data già scelta nel 1981 da un gruppo femminista sudamericano per ricordare l’assassinio delle sorelle Mirabal è stata allargata nel 1999 a celebrazione globale. E la giornata cade mentre tutto il mondo occidentale, e non solo, sta surfando sull’onda lunga di un dibattito sulla questione di genere che pare essere diventato finalmente inevitabile. Per fermarci alla notizia con cui l’autunno 2017 verrà ricordato, il caso Weinstein ha scoperchiato un sistema hollywoodiano basato sulle molestie sessuali, creando una slavina di denunce in ambiti e paesi anche molto lontani dagli studios. Compresa l’Italia, dove lo stupro ha smesso di essere un crimine contro la morale per diventare un crimine contro la persona solo nel 1996 (nel 1996 non solo io ero nata, ma sapevo già cos’era lo stupro). 

L’arretratezza legislativa italiana è contemporaneamente peculiare e specchio di un’impasse globale che riguarda l’intera questione, e che si può esemplificare nella contrapposizione che segue:
1)     L’idea diffusa delle violenze contro le donne: «Quando andavo nelle scuole a parlare di violenza e molestie, le ragazzine venivano da me a fine lezione e mi dicevano, “Ma queste non possono essere violenze, perché sono cose normali”». [Laura Bates, Everyday Sexism]
versus
2)     Cos’è realmente la violenza sulle donne secondo le Nazioni Unite: «Una violazione dei diritti umani» [Dichiarazione di Vienna, 1993

Qualche coordinata in più: sempre secondo l’ONU, (Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne), la violenza contro le donne è violenza di genere, ovvero «qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata». In accordo, i Centri antiviolenza in rete offrono una spiegazione esaustiva di tutti i tipi di violenza, dallo stalking alla violenza fisica. Un dato preoccupante è la preponderanza delle violenze domestiche: un terzo delle donne in tutto il mondo che hanno mai avuto un partner dichiara di esserne stata vittima, e secondo i rilievi delle rete D.i.Re l‘83,8% percento delle violenze registrate sulle donne italiane che hanno aderito all’indagine nel 2015 era stato perpetrato da partner o ex partner. 

Il problema, ad oggi, è che tutti concordiamo che la violenza sulle donne faccia schifo, ma non sappiamo riconoscerla

Risulta chiaro dai termini stessi della definizione che la violenza sulle donne non c’entra con il sesso, anche se esistono casi in cui la violenza viene attuata come stupro. La violenza sulle donne è un’imposizione di potere, la cui legittimità percepita è un prodotto culturale e sociale. E ridurla al, terribile, caso del tizio che di notte in una stradina violenta la ragazza significa spostare il problema a un ambito in cui «sono fatalità, i soliti animali, non possiamo fare niente».

All’estremo del continuum della violenza contro le donne c’è il femminicidio, termine introdotto nella legge e nei vocabolari italiani solo qualche anno fa. Tra i casi più eclatanti degli ultimi tempi nel nostro Paese c'è quello di Sara Di Pietrantonio, la studentessa romana di 22 anni strangolata e data alle fiamme nel maggio del 2016 dall’ex fidanzato Vincenzo Paduano, che non riusciva ad accettare la fine della loro storia.

Secondo l’antropologa Marcela Lagarde, il femminicidio è «la forma estrema di violenza di genere contro la donna, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che [...] possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia». Ovvero, ti succede quello che ti succede 1. perché sei donna e 2. perché nessuno fa niente perché non succeda. Senza stare a riprendere tutto il thread di polemica sull’opportunità del termine al 2014, vorrei solo sottolineare che dare un nome alle cose contribuisce a farle esistere, ed esistendo a essere affrontate.

Il femminicidio infatti non è un errore di sistema, è parte del codice sorgente. Il problema della violenza, che è la stessa cosa che dire «il problema del sistema socio-culturale che prevede la violenza», è trans-sociale e trans-nazionale: in determinate parti del mondo è l’infibulazione, in altre si parla di college rape crisis o il presidente dichiara grab ‘em by the pussy, in altre i giornali fanno victim blaming talmente smaccato da sembrare inventato. E nessuno di quelli che compiono queste azioni, bada bene, accetta di essere tacciato di sessismo o molestie.

Soprattutto, dovremmo smettere di considerare il problema della violenza contro le donne un problema delle donne

Il problema, ad oggi, è che tutti concordiamo che la violenza sulle donne faccia schifo, ma non sappiamo riconoscerla. La cosa su cui dovremmo riflettere non è che Weinstein fa schifo (ok), ma che in fondo quando abbiamo letto gli articoli con cui veniva denunciato non ci siamo stupiti poi tanto: perché abbiamo un istinto culturale che ha riconosciuto nel caso alcuni elementi che già conosce, perché li vede tutti i giorni. Il passo che dobbiamo fare ora tutti, collettivamente, è smettere di negare la realtà quando qualcuno ci dice che non deve essere così. Continuava Laura Bates«Quando raccontavo ad amici e amiche di essere stata palpata in autobus o fischiata per strada, mi rispondevano: “Smettila di lamentarti: oggi le donne sono uguali agli uomini, quindi stai overreacting oppure ti manca il senso dell’umorismo”».

Ecco, vi chiederete perché ho titolato sul femminicidio se poi sono finita a parlare di molestie che secondo alcuni possono rientrare nella sfera dello scherzo, e di un produttore un po’ porco che per qualche giornalista non ha neanche tutti i torti. Ci siamo finiti perché se una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita e nel 2016 in Italia almeno una donna è stata uccisa dal partner ogni due giorni e ciononostante ancora ogni processo è una guerra sulle colpe della vittima, è anche perché non avevamo collettivamente ancora guardato abbastanza da lontano la società in cui viviamo per dire: questo scherzo non mi sta bene, questo produttore porco non mi sta bene, questo giornalista non mi sta bene, questo sistema non mi sta bene.

Soprattutto, dovremmo smettere di considerare il problema della violenza contro le donne un problema delle donne. Anzi, è importante che siano gli uomini cis etero occidentali a capire che questo sistema che prevede la violenza non è dannoso solo per le donne, ma anche per loro e per i limiti che pone loro in quanto esseri umani. Come ha fatto notare l’attrice Anne Hathaway nel suo discorso all’ONU per l’International Women’s Day: «Per liberare le donne dobbiamo liberare gli uomini, chiedere loro di allargare la loro definizione di mascolinità».

Let us use the occasion of this international day of action [...] to build a feminism for the 99%, continuava il manifesto dello Sciopero delle donne. Il bello del femminismo di questi anni è proprio che riguarda tutti, compresi gli uomini. 

Illustrazioni di Valeria Crociata

Elena Viale

Nella vita fa un magazine, ma ne pensa altri tre.