CORTESIE

Hating: quando i social network scoprono il male

Una volta sui social media c’erano solo le cose belle

Mattia Carzaniga

La parola chiave su Facebook, la prima piattaforma a essere diventata massicciamente globale, era del resto “amico”. C’era l’amicizia, e l’amore, e c’erano i “mi piace”. In principio lo spazio per la negatività non era previsto. Ci si ritrovava tra vecchi compagni di scuola, si facevano nuove conoscenze, ci si riuniva collettivamente sotto il denominatore comune della condivisione: che parola bellissima, sospiravamo. Non era neanche dieci anni fa

Poi qualcosa è cambiato. Un mondo fatto solo di cose belle viene presto a noia, si capisce: altrimenti saremmo ancora oggi tutti a raccogliere carote su Farmville. È successa quella che potremmo definire “sindrome di Inside Out”, inteso come memorabile film della Pixar. La bambina protagonista all’inizio conosceva solo la Gioia, poi nel suo mondo si è affacciata la Tristezza. Così è accaduto anche su Facebook e affini. Il “mi piace” è rimasto la colonna portante dell’universo social, ma ci si è lasciati andare a status di malinconia, sofferenza, dolore. È entrata la morte; le grandi tragedie condivise e metabolizzate insieme, sì, ma pur sempre tragedie; i troll e le persone nascoste e bannate, perché a un certo punto ci siamo accorti che no, non eravamo tutti amici. Anche tra i bottoni gestiti – immaginiamo noi – da Mark Zuckerberg in persona sono ne sono spuntati di nuovi: quello che stava ad indicare la tristezza, appunto, e la faccina arrabbiata. Le reazioni si sono moltiplicate, la positività ha dovuto lasciare il passo ad altre emozioni.

Sarahah. Un nome di donna che si tramutava presto in uno sberleffo. Panico. Che cos’è? Come funziona? Ma soprattutto: ci farà del male?

Era inevitabile che la precisa nemesi della policy iniziale di Facebook trovasse terreno in cui mettere radici, in questo mondo digitale divenuto col tempo sempre più ampio, sfumato, incattivito. È arrivato l’odio. E la scorsa estate si è compiuto il passaggio definitivo al lato oscuro del social. Mentre molti di noi erano già in spiaggia e tanti di più si annoiavano in ufficio davanti al pc sfidando i primi caldi, sui social tradizionali è comparso un nome che appariva da subito spettrale: Sarahah. Un nome di donna che si tramutava presto in uno sberleffo. Panico. Che cos’è? Come funziona? Ma soprattutto: ci farà del male? Le tre domande hanno avuto presto risposta. La prima: è un’applicazione creata da Zain al-Abidin Tawfiq, 29 anni, origini saudite, ed è nata per dare giudizi sul lavoro dei propri capi restando anonimi. La seconda: tramite Sarahah, allargato a un panorama più grande della propria scrivania, ti arrivano messaggi in cui puoi trovare scritta qualunque cosa, con la particolarità che sono appunto anonimi. La terza: considerato l’assoluto anonimato del mittente, è facile capire quanto le frasi inviate possano essere negative. Certo, c’è un ampio margine di spazio per i «Vorrei venire a letto con te» (detto decisamente peggio di così), soprattutto in quelle indirizzate da uomini a donne. Ma la maggior parte dei riscontri del «dico tutto quello che penso di te» sono andati dal sassolino nella scarpa finalmente levato all’insulto vero e proprio.

Come se fossimo improvvisamente tornati agli albori del mezzo, quando eravamo amici, quando neanche ci pensavamo, a rivelare la nostra faccia cattiva

Il fenomeno ha preso piede in fretta, rispetto ad esempi simili che l’avevano preceduto (Ask.fm, Yik Yak, Whisper: tutti battiti di ali di farfalla). Ma ha avuto vita breve, specie in Italia. Un po’ perché molti di noi erano, appunto, in vacanza: ai social – anche questo l’abbiamo capito con gli anni – va dedicato un mucchio di tempo. Un po’ perché si è creato da subito un senso di solidarietà (per non dire di sopravvivenza) interno. Un monito per l’autoconservazione della specie social. Un urlo forte e chiaro: non fatelo! Come se, tutti quanti, avessimo voluto proteggerci dal male. Come se fossimo improvvisamente tornati agli albori del mezzo, quando eravamo amici, quando neanche ci pensavamo, a rivelare la nostra faccia cattiva. Abbiamo visto il nostro luogo tranquillo di colpo minacciato, corrotto. E abbiamo detto: non ci stiamo.

Questo risultato è anche il frutto di un lungo periodo di riflessione collettiva, probabilmente inconscio, sulla nostra vita dentro i social network. Senza arrivare alla lacrimuccia nelle nuove reazioni di Zuckerberg o a fenomeni come Sarahah, il racconto (spesso psicotico) della contemporaneità ci ha abituati negli anni a riconoscere nella comunicazione social i segni di un disagio. Anche da Facebook e simili sono facilmente passati il cyberbullismo, gli atti di violenza verbale contro (soprattutto) adolescenti e donne, il risvolto drammatico nella cronaca di persone che hanno scelto la propria fine per il trattamento ricevuto sulle piattaforme online. È anche colpa di come la stampa ha gestito queste storie, demonizzando i social network come depositari di tutti i mali. (Nella stessa misura in cui, una decina di anni fa, scrissero che era solo grazie a Facebook se Barack Obama era diventato Presidente degli Stati Uniti. La semplificazione è il vero male, nel racconto di questo tempo digitale.)

Tra gli adolescenti americani si sta registrando un’impennata di iscrizioni a To Be Honest: sono permessi solo complimenti e scambio di giochi

Ora siamo nella terza fase, dopo la prima dell’incanto e la seconda della scoperta inaspettata del male. Quest’ultima potrebbe essere la fase della consapevolezza, e dell’evoluzione del social in un’altra entità. Non si tornerà agli avatar di Second Life, dietro cui ci si nascondeva per paura di mischiare realtà e virtualità, ma la scoperta del lato oscuro ha prodotto comunque dei frutti, non necessariamente guasti. Tra gli adolescenti americani si sta registrando un’impennata di iscrizioni a To Be Honest, un altro social che fa dell’anonimato il suo punto di forza. È stato proposto da subito come l’anti-Sarahah. Non si conosce l’identità di chi c’è dall’altra parte dello smartphone, ma sono permessi solo complimenti e scambio di giochi: i bulli sono banditi. Pare siano stati scambiati tra gli utenti già 150 milioni di quiz, attorno a cui si creano relazioni all’insegna del divertimento (diciamo pure: cazzeggio). Abbiamo scoperto che anche sui social esistono i cattivi, li abbiamo stanati, forse non li abbiamo sconfitti, ma ora sappiamo – se non chi sono – quantomeno che ci sono. Adesso è il tempo di essere onesti, sì: ma di nuovo amici.

Credit immagine di copertina: Getty Images

Mattia Carzaniga

Scribacchino, cinefilo, casalinga non disperata