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"Da una stalla a una stella" - Il viaggio di Ghali

Storia, o favola, di un ragazzo che ha cambiato l’idea di rap degli italiani facendo innamorare una generazione di giovani ascoltatori

Elia Alovisi

È giovanissimo ed è l'icona della rivoluzione rap contemporanea. Stiamo parlando di Ghali. Reduce dei grandi successi dell'ultimo anno e del suo primo album - l'omonimo Album è stato certificato triplo Disco di Platino e da questo sono stati estratti singoli come Ninna Nanna, Happy Days, Pizza Kebab, Habibi e Ricchi dentro - sta affrontando il suo prossimo tour, che lo porterà a esibirsi nei principali palasport del Paese. 

Per celebrare la partenza del tour,  dalle 21 :00 di oggi 24 ottobre su Real Time, e in streaming su Dplay, andranno in onda i 15 minuti iniziali della prima tappa del Ghali Live Tour, tenutasi lo scorso 20 ottobre  a Torino.
Per Real Time si tratta dell'ulteriore tassello di una collaborazione iniziata lo scorso anno, con la scelta del singolo  "Cara Italia" come sigla del nuovissimo show targato Real Time: Love Dilemma. 

E ora... Chi è Ghali? Proviamo a raccontarvelo noi, ma attraverso le sue canzoni.

I primi singoli di un album, di norma, sono sempre quelli che ci ricordiamo di più: spesso sono introduzioni, dichiarazioni d’intenti, tracce accattivanti. Ma per capire chi è Ghali è interessante partire invece dall’ultimo pezzo del suo album (che si chiama appunto Album) ed è uscito lo scorso maggio dopo anni e anni di brani selvatici, comparsi come video o mp3 da qualche parte nella rete.
S‘intitola “Oggi no”. Una nota in levare, universale simbolo della spensieratezza in musica, scandisce il ritmo; la voce di Ghali racconta la storia di un ragazzo passato da una stalla a una stella tutta sopra uno skate, da un parchetto di quartiere a interviste che chiamano e fan che cantano in arabo.

Mai stati primi in classe ma siamo primi in classifica, dice, con una gioia scalcagnata che dà sicurezza. Quella dell’infanzia, quella che gli fa usare parole come “millemila” e “super-mega-ultra”, come i ragazzini più giovani che lo amano e lo ascoltano rapiti. Ghali si confronta così con loro: “Penso che la differenza sostanziale tra i miei tempi e quelli di oggi, la facciano i social network: quando ero più piccolo, la musica, i film e l’intrattenimento in generale, erano più difficili da raggiungere se non andavi al Blockbuster a noleggiare film e giochi, se non compravi il CD del tuo artista preferito. Oggi invece si ha tutto a portato di mano, è tutto molto più veloce ed è una cosa positiva perché ci sono più possibilità di far arrivare il proprio messaggio a destinazione”. E il suo messaggio, a destinazione ci è arrivato perfettamente. Perché Ghali, in fondo, non fa che raccontare una fiaba.

È il classico schema di Propp. Si comincia con l’equilibrio iniziale, quello che a tutti noi è fornito nel momento in cui veniamo messi al mondo dalla mamma. È a lei che il pensiero va, costantemente, quando Ghali parla di bellezza. Lei che gli dà un giaciglio su cui appoggiare il capo nella copertina di “Ninna Nanna”, lei che gli ha permesso di seguire il sogno del rap: Mamma, dai, sincera, ti aspettavi tutto questo?, le chiede in “Ricchi dentro”. Lei che pagava le bollette facendo la bidella, con papà in una cella, grande farabutto—è l’equilibrio che si rompe—lei che per crescere suo figlio ha fatto di tutto. Lei che è il primo pensiero quando Ghali, nato a Milano ma di famiglia tunisina, pensa a un ragazzo come lui che è pronto ad attraversare il mare per fuggire dalla misère: Mamma, perdona il mio dramma / Lo so è una condanna / Non piangere mamma.

Cominciano, poi, le peripezie. Le amicizie nate al parchetto e il sogno della musica, le prime rime, il primo nome d’arte: Fobia, sceglie di chiamarsi, quel ragazzo magro come uno stecco che porta maglie troppo larghe e dice parole forse troppo grosse. Entra in un gruppo, i Troupe d’Elite e decide di cambiare ancora identità—diventa Ghali Foh. Con i suoi nuovi compagni tocca per la prima volta con mano la scena che conta: registra i primi video e arriva addirittura a stampare un album, che però non trova spazio nel cuore del pubblico. 

Resta che, come le passioni (e le turbe) giovanili spesso svaniscono, anche i Troupe d’Elite arrivano velocemente a fine corsa. Era nel suo punto più difficile, l’eroe della nostra fiaba, nella melma che cita in “Ninna Nanna”. Dietro l’angolo, però, c’erano le stelle ad aspettarlo. Abbandona il “Foh” e torna alla purezza del suo nome di battesimo: ora Ghali è solo Ghali. Lavora di lima, lucidando il suo lessico e scrutandosi dentro come mai aveva fatto prima. L’eccesso, il fervore svaniscono e si trasformano in altro: orgoglio, vita reale, leggerezza combinata a momenti di onestà quasi chirurgica. È a questo punto che pubblica i primi video da solista su YouTube e (forse incredulo?) guarda il contatore delle views salire senza sosta.

"Dende" è una partita a Scarabeo in versione rap: Fluttuo nell'aria, uh-la-la / Di Goku ce n'è uno, sei Mr. Satan / Il tuo entourage, frate, è in Ramadan / Sparisci abracadabra, Alakazam. “Marijuana” uno scherzo sulla droga leggera preferita dai rapper del mondo intero: Vedi i draghi e vedi nigiri / Vedi Doraemon con il Napapijiri. “Wily Wily” è una dichiarazione di appartenenza multiculturale e una provocazione sugli stereotipi razziali—Io sono un negro, terrorista / Culo bianco, ladro, bangla e muso giallo. Il suo rap unisce racconto identitario e gioco letterario, autobiografia e gusto per la battuta. È un ibrido di cui l’Italia si innamora. L’equilibrio si è ristabilito, le peripezie un lontano ricordo. L’eroe è pronto a riprendersi la pace da cui aveva cominciato.

Si comincia con “Ninna Nanna”, quello che forse oggi è il suo pezzo più famoso, un mélange plurilinguistico che riassume in una cantilena infettiva i grandi temi della sua voce poetica: il rispetto, il rapporto con la madre, l’identità nordafricana, il gusto per la parola inaspettata. Si prosegue con “Happy Days”, un brano che mette in cima alle sue priorità il corpo e la danza, come a voler celebrare quel Michael Jackson che, dice Ghali, ha tanto influenzato la sua idea di musica quando era ancora bambino. “Habibi” è la sua versione di un pezzo d’amore, la semplicità racchiusa nel desiderio di bere vino rosso, guardare dei documentari.
Sono questi i tre singoli di Album—i gioielli della corona che, sulla copertina, Ghali si appoggia sul capo (a citare, anche qui, il King of Pop). Oggi, quando riascolta il disco, Ghali lo considera un punto di partenza: “Abbiamo fatto un gran bel lavoro a mio parere, ma non voglio fermarmi qua”, dice. “Ho una gran voglia di evolvere il tutto per migliorarmi. Ci stiamo concentrando sui progetti futuri, concerti, video e quello che verrà a livello musicale”.

Il pregio di Album è stato quello di completare un processo cominciato da un paio d’anni: quello che ha portato il rap, così come nel resto del mondo, a diventare il genere musicale predominante nei gusti delle nuove generazioni, e quindi in vetta delle classifiche. Sarebbe però riduttivo pensare che sia solo l’hip-hop ad aver influenzato l’immaginario sonoro di Ghali: “Il rap in Italia oggi è una cosa grossissima, sono molto contento di ciò”, dice lui, “è stimolante, anche se penso che sia solo una delle molte sfaccettature della mia musica”. Ghali dice di essere in un “periodo di riflessione”, di stare “ascoltando molte cose nuove”, e di non sapere ancora in quali direzioni artistiche si spingerà nei prossimi mesi.

Ghali, se ci pensiamo, è il personaggio perfetto per riuscire nell’impresa di espandere i confini del rap italiano: ha una scrittura briosa che preferisce concentrarsi sul gioco di parole e sulla suggestione piuttosto che sulla classica gara tra rapper a chi ce l’ha più lungo, un’estetica riconoscibile ed evocativa e un potere simbolico dato dalle sue origini e dai suoi valori. Tutti fattori che hanno portato, per esempio, Roberto Saviano e Fabio Fazio a spendere elogi nei suoi confronti, sebbene Ghali abbia sempre minimizzato qualsiasi interpretazione della sua opera in senso politico: “Non penso sia giusto vittimizzarsi, parlare troppo di razzismo. [...] Ormai siamo arrivati oltre il parlare in termini simili. È una cosa talmente basilare che non c’è bisogno di dirla, il nostro pubblico parte da lì, va oltre il razzismo. Non deve sentirsi ribadire cose che già sa”, ha dichiarato a Rumore.

In tutto questo, Ghali sta diventando una figura sempre più riconoscibile a livello mediatico e culturale. La cosa assurda è che ci sta riuscendo senza perdere né pubblico né credibilità. “Siamo sempre gli stessi”, dice di sé e del suo team. “Ci piace fare poche cose mirate, non partecipiamo a tutti programmi tv o facciamo tutte le interviste che ci richiedono, cerchiamo di fare ciò che è più affine al nostro modo di essere”. Il segreto, sostiene, è una forte etica del lavoro: “La cosa che si impara nel mondo dello spettacolo è che bisogna sempre lavorare duro per raggiungere degli obiettivi, non ascoltare tutte le voci che ti arrivano e cercare di andare sempre dritto per la propria strada, dando retta alle poche persone che non vedono in te solo il semplice lucrare”. E funziona anche al contrario: i sogni di gloria di Ghali non sono mai stati basati sul soldo. Piuttosto ha cercato di rispondere all’urgenza di raccontare la sua vita, sperando che qualcuno ci si rivedesse dentro.

Sembra proprio che ci sia riuscito. 

Non perdetevi i primi minuti del Ghali Live Tour, oggi 24 ottobre dalle 21:00 su Real Time e in streaming su Dplay

Elia Alovisi

Scrive di musica e traduce canzoni.