Magari Dopo

I likes che movono il sole e l'altre stelle

L'amore ai tempi dei mi piace, dei social networks e degli infiniti film mentali

Andrea Perticaroli

Ne è passato di amore sotto ai ponti.  Siamo cresciuti con le letterine lasciate sotto ai banchi o dentro lo zaino, l’imbarazzo della domanda: «Ti piaccio? Ci fidanziamo?» e una “x” da tracciare sopra alle caselline del  e del No.

Ricordo ancora di quando ci ho provato io, con una delle mie compagne di classe, Ludovica, e lei furba a disegnare e barrare una casella che sapeva di rassegnazione e pianto come dopo la morte di Marissa Cooper: Boh. Col senno di poi, aveva pienamente ragione: che fine ha fatto il corteggiamento e il romanticismo alla Tre metri sopra il cieloBoh.

Sicuramente, dopo quella non-risposta, avrei potuto riscrivere l’intero copione della mia storia amorosa: «Io e te, tre messaggi consegnati e nessuno visualizzato». Perché i tempi cambiano e l’amore conosce nuovi mezzi di comunicazione, nuove relazioni da emulare: Dawson e Joey, Troy e Gabriella e poi le nostre da «Io e la mia nuova ossessione da stalkerare su Instagram». 

Dal canto mio, non sono mai stato questo rinomato Don Giovanni. Dall’essere convinto di ammiccare con delle occhiatine da attore hollywoodiano al bancone di un locale, del limone sperato non mi restava altro che la fettina che galleggiava sul fondo del mio Gin Credici Tonic.

Non è poi così facile farsi piacere: da quando ho scoperto che non basta guardare una persona in treno per la quale ci si è presi un colpo di fulmine con la stessa intensità di una bolletta del gas a dicembre per pretendere che la diretta interessata pensi lo stesso, ho rivalutato le mie armi a disposizione. 

 I mi piace: uno strumento sottile e beffardo, che implica l’interpretazione, sempre errata naturalmente: la gente davvero crede che mettiamo loro mi piace perché, effettivamente, ci piace e interessa ciò che pubblicano. E invece no, carissimi, ci piacerebbe avere il vostro numero. E solamente quando, di numeri, non vedevo altro che i due di picche, la rassegnazione era tale che ho deciso di tuffarmi a capofitto nella frontiera delle App di incontri.

Perché i tempi cambiano e l’amore conosce nuovi mezzi di comunicazione, nuove relazioni da emulare: Dawson e Joey, Troy e Gabriella e poi le nostre da «Io e la mia nuova ossessione da stalkerare su Instagram»

 Benvenuto, Tinder. Una sorta di catalogo Ikea, solo che al posto delle mensole e dei vasi in terracotta con dei nomi che paiono ordini di spedizioni militari per invadere nuovamente la Polonia, ci sono delle persone. E come oggetti da mercato, tu scegli: a sinistra gli sgorbi, a destra qualcuno d’interessante e con un bel viso. Si inizia dalle basi, qualche «Come stai oggi?» di circostanza e un caffè da offrire in un bar con una buona recensione su TripAdvisor.

Il problema fondamentale è stato credere di uscire con una certa Rebecca, alta, snella, un bel paio di occhi nocciola e ritrovarsi, invece, forse suo padre? Un po’ come quando la mattina prendi un bel cornetto farcito al cioccolato e ti ritrovi due grammi di crema solo all’inizio: l’apparenza inganna, Tinder ti ammazza.

Ma, dopo aver avuto Saturno contro con alleati anche Venere, Giove e Marte, e aver letto talmente tanti oroscopi da capire che l’unico segno sul quale sperare era quello della croce, quella Giulia di Tinder si è rivelata essere davvero Giulia.

Tutto bene inizialmente, ci si conosce, nonostante si sappia sin dal principio anche il nome della sua insegnate d’Italiano alle elementari e dove sia stata giovedì 22 ottobre 2002, ma son dettagli. Il problema delle nuove conoscenze sono le aspettative: ci si costruisce con squadra e goniometro come si vorrebbe che la persona con la quale si sta parlando sia veramente nella realtà quotidiana.
E allora, via di film mentali: una faccina sbagliata fa da trailer a una paranoia inesistente e l’interpretazione freudiana dei sogni lascia spazio a quella della lunghezza di una risata o di quanto ci mette a risponderti. L’amore è diventato un’ansia: si basa su un’immediatezza tale da voler bruciare qualsiasi tappa, eludere le attese. L’importante non è più evitare di scottarsi, ma di bruciare.

La facilità di scelta, di scambio, di buttare via una conoscenza come se fosse un mozzicone di sigaretta ha lasciato il vuoto all’impegno, alla volontà di costruire qualcosa insieme e di lasciarsi costruire. Ma poi, le scuse per declinare e lasciare qualcuno: non che mi aspetterei una raccomandata da Buckingham Palace, ma almeno del senso. Solitamente, si punta sul dubbio, che è legittimo e non ha bisogno di troppe giustificazioni. «Non sono sicura di quello che voglio in questo momento, forse sei tu, ma non ora», che tradotto «Sono perfettamente conscia del fatto che tu mi faccia schifo, però così pare un po’ più carino». Pare, sembra, ma rimane quel che è. 

Poi ci sono i mezzi termini, i limbi infiniti: frequentiamoci, ma senza scriverci; vediamoci, ma non da soli; stiamo insieme, ma senza vederci; baciamoci, ma senza impegni. Ma che problemi avete? E soprattutto, teneteveli! Forse dovremmo davvero metterci il cuore in pace: sul balcone di Romeo e Giulietta non son rimaste altro che le piante. A noi non resta che mettere un cuore con un doppio tocco sullo schermo, e che il cuore sia tutt’altra cosa, lo scriveremo sotto alla prossima foto o al prossimo post. Non a questo.

Credit immagine di copertina: 150UP

Andrea Perticaroli

«Parto già sconfitto, ma almeno ho il soffritto».