MAGARI DOPO

Una vita di Scienze della Posticipazione e Mediazione d’Ansia

Da quando prendersi del tempo per capire cosa si vuole fare da grandi è diventato un peccato sociale?

Andrea Perticaroli

Il problema è sempre il dopo. Ci vengono insegnate le tabelline e la successione dei Sette Re di Roma alle elementari, alle medie vengono consolidate le regole grammaticali dell’inglese, La lingua del futuro e del lavoro, ci hanno sempre detto. Poi la scelta del liceo. C’è chi si butta sulla matematica dello scientifico in preparazione a un’eventuale scelta universitaria come Medicina e Chirurgia o Ingegneria, oppure chi sceglie di approfondire le lingue e sognare di essere la nuova Olga Fernando: come me. C’è chi è più rivolto alla praticità di un istituto tecnico, che provvede a una preparazione fine a un diretto sbocco lavorativo dopo la maturità. Ognuno sceglie per il suo tempo, per il proprio futuro, per costruirsi un dopo
Però, c’è ancora chi – il proprio dopo – non lo ha tuttora trovato.  

C’è chi è già al secondo anno di Giurisprudenza, dopo aver appurato che le puntate di Forum siano state conferma del proprio desiderio di diventare un giudice nel futuro; c’è anche chi, dopo aver asportato femori, tibie e cuori dall’Allegro Chirurgo per anni, sta già facendo tirocinio in un ospedale. O chi parte per sei mesi in Erasmus in Spagna, noncurante del fatto di vivere in Italia da più di vent’anni e non sapere ancora la differenza tra apostrofo ed accento. Ma questo è un altro punto. C’è anche chi, invece, si è fermato a pensare, riflettere e soppesare. Non tutti nascono con la fortuna di una vocazione o di una passione talmente travolgente che si tramuta in un vero e proprio lavoro per il quale studiare. C’è chi ha bisogno di più tempo, chi ancora sta domandandosi perché, due giorni prima, anziché prendere un cono crema e pistacchio ne ha battezzato uno interamente alla fragola.

Siamo noi, quelli di Scienze della Posticipazione, quelli del famigerato e temuto anno sabbatico. Oramai siamo diventati una categoria aprioristica, come se l’anno sabbatico fosse sinonimo di nullafacenza, come se stessimo a casa ad aspettare che ci piova dal cielo un bonifico bancario grazie al quale non preoccuparsi nemmeno del fondo pensionistico, o un’epifania su quello che ci piacerebbe essere. Sicuramente, non ci piace essere frettolosi e prendere delle decisioni sbrigative sulle quali poi piangere come durante la visione di Hachiko. 

La domanda rimane sempre la stessa: questi “altri”, causa della mia frustrazione e oggetto della mia idealizzazione, saranno davvero più felici e soddisfatti di me?

Nel frattempo, vedere che tutti gli altri perseguono i propri sogni è struggente: ci sentiamo un passo indietro e infinitamente stupidi, finendo per valutare percorsi di vita coerenti e consoni a noi stessi quanto una bici per un delfino. L’ansia da prestazione, la smania di concludere qualcosa, la disperazione e la rassegnazione ci fanno davvero pensare che magari un annetto nelle risaie del Tibet non sarebbe poi così male: per ritrovare noi stessi, un po’ alla Mangia, Prega, Ama. Ma senza Prega, e pure senza Ama.

Non so esattamente cosa generi questa sottospecie di centrifuga emotiva di cui ci si ritrova prigionieri come una coppia di calzini spaiati: il confronto inevitabile col prossimo, sia esso un amico, un conoscente, un coetaneo che (pare) abbia le idee più chiare delle nostre; le attese di genitori che – desiderando il meglio per noi – finiscono a volte per soffocarci e metterci con le spalle al muro; modelli di vita che, girala come vuoi, sembrano sempre aver ottenuto un successo, una pienezza e una serenità per noi inarrivabili.

E così, da placidi e pacifici animali marini, ci ritroviamo a vestire i panni (scomodi) di agguerriti e rapidi felini, costretti a correre, a correre sempre più velocemente per stare al passo, non con i Kardashian, ma col resto del mondo, trasformando la paura di stare perdendo del tempo in tempo perso. Da quando prendersi un ragionevole intervallo per capire cosa si vuole fare da grandi è diventato una specie di “peccato sociale”, al pari – chessò – di mangiare gli spaghetti avvalendosi del cucchiaio?

La domanda senza risposta che continua ad attanagliarmi, d’altronde, non cambia: questi “altri”, causa della mia frustrazione e oggetto della mia idealizzazione, saranno davvero più felici e soddisfatti di me?

Non riesco a essere sicuro che dopo il punto interrogativo ci sia un “sì” maiuscolo ad attendermi, ed è per questo che ho deciso di non scacciare, bensì di ascoltare e fare amicizia con lo sturm und drang che spesso mi regala notti insonni e accelerazioni del battito cardiaco, convinto che un giorno anche lui mi sarà utile, come saranno utili tutti i dubbi, le incertezze, i passi falsi e le esitazioni. È la mia unica, lapidaria, sicurezza, e non ho intenzione di affannarmi per poi ritrovarmi ad annaspare in una vita che non è la mia.

Ecco perché adesso, quando mi domandano che cosa sto combinando in questo preciso momento, non ho alcuna paura o vergogna a citare Hannah Horvath/Lena Dunham, ammettendo che «I have work, and then I have a dinner thing. And then I am busy, trying to become who I am».

Andrea Perticaroli

«Parto già sconfitto, ma almeno ho il soffritto».