memoria

Il giorno in cui morì Heath Ledger, o della fine della mia adolescenza

A 10 anni dalla scomparsa, vogliamo ricordare uno dei più promettenti attori della sua (e della nostra) generazione

Daniele Biaggi

Il 22 gennaio 2008, giorno in cui morì Heath Ledger, io avevo sedici anni e lui ventinove.

Il corpo nudo, senza vita, fu ritrovato nel pomeriggio newyorkese da una domestica, all’interno dell’appartamento di Soho in cui alloggiava.

Ricordo che la mattina del 23, come ogni mattina di quel periodo, dopo aver fatto colazione mi diressi verso il computer scassato che mio padre teneva in soggiorno. L’unico della casa. Un Macintosh nero, enorme, risalente al Pleistocene, utile anche come televisore. Con tutta la lentezza di cui potete immaginarvi uno strumento del genere fosse capace, aprii il sito del Corriere della Sera e mi ritrovai davanti la notizia. 

Piansi.
Non un pianto da telenovela sudamericana, beninteso: mi si formarono due lacrimoni tozzi ai lati degli occhi, e a riprova del fatto che in quel momento rimasi parecchio turbato, secondo un (allora) imprevedibile disegno della sorte, 10 anni dopo sono qui a ricordare quella mattina di gennaio e scriverne con un po’ di turbamento.

Un senso di tristezza mi accompagnò per giorni.

È strano cercare di spiegare cosa ci leghi tanto a figure lontane con cui non abbiamo condiviso alcunché della vita reale: so però cosa rappresentava Heath Ledger nella mia testa di (ormai maturo) teenager. Per fortuite coincidenze, fu il protagonista di un paio di pellicole che, più di altre, hanno toccato e irrimediabilmente segnato la mia adolescenza. 

Heat Ledger durante una conferenza stampa a Sydney nel 2001

A 14 anni, nella cittadina di provincia in cui sono cresciuto, d’estate, non c’era altro da fare se non passare i pomeriggi al cinema. Erano gli anni in cui scaricare un film da eMule richiedeva – ad andar bene – una settimana, col rischio che comunque fosse un porno di serie B o l’originale doppiato in polacco con sottotitoli armeni. Un incubo. Il cinema e le offerte estive 2x1, All You Can See, e chi più ne ha più ne metta, avevano ancora il loro fascino. Fu proprio in estate, grazie a un’offerta stracciata, che vidi Lords of Dogtown al (fu) Medusa multisala di Cerro Maggiore. Conservo ancora il biglietto, una sorta di horcrux sacro in cui è rimasto un pezzo di me, e come tale verrà custodito gelosamente in eterno.

Il film, uscito nel 2005, racconta la rivoluzione nel mondo dello skate inconsapevolmente intrapresa da un gruppo di amici californiani nella seconda metà degli anni ‘70. Un sogno a occhi aperti sul quale consumai fantasie e aspirazioni, come solo durante quel periodo della vita si è in grado di fare.

In quello stesso anno uscì anche I Segreti di Brokeback Mountain. È abbastanza superfluo sottolineare quanto la storia d’amore e sesso tra i due cowboy – interpretati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal – potesse avere presa sull’immaginario di un ragazzino gay tutt’altro che emancipato e consapevole. Era la prima volta che la tematica gay entrava prepotentemente nel mainstream quotidiano, raggiungendo gli estremi confini (anche) della provincia italiana.

Biglietti e fiori deposti fuori SoHo apartment, New York, il 23 gennaio 2008

Odio dare alle cose un’importanza superiore a quella che effettivamente hanno, ma è indubbio che quel film, per la generazione di giovani omosessuali di cui facevo e faccio parte, ha un valore indiscusso. E stando a pareri più autorevoli del mio, lo ha avuto anche nella storia del cinema, proponendo una chiave di narrazione inconsueta fino a quel momento raramente battuta nella trattazione della tematica gay.  

Per quella parte Heath Ledger ottenne la prima nomination agli Oscar. La seconda arrivò poco dopo la morte, quando conquistò l’ambita statuetta grazie alla sconvolgente interpretazione del Joker ne Il Cavaliere Oscuro di Cristopher Nolan. Il premio fu assegnato postumo.

Se dovessi però rintracciare un ultimo elemento di peso nel fascino che la figura di Heath Ledger ha avuto su di me, c’è la storia d’amore con Michelle Williams. Che poi, a essere onesti, non sarà mai Michelle Williams, sarà sempre Jen Lindley di Dawson’s Creek, “deceduta” nell’ultimo episodio della serie, in uno dei momenti più strazianti della storia dei teen drama americani. 

È strano cercare di spiegare cosa ci leghi tanto a figure lontane con cui non abbiamo condiviso alcunché della vita reale

E non è azzardato ammettere che Heath Ledger, dal mio punto di vista, ha pure “salvato” il ricordo di Jen Lindley.

Quest’anno ricorrono 10 anni dalla sua morte. Nel frattempo, Michelle Williams – che ai funerali dell’ex marito lesse il sonetto numero 18 di Shakespeare dedicato all’eternità della giovinezza – è alla quarta nomination agli Oscar, I Segreti di Brokeback Mountain è un caposaldo della cinematografia LGBTQ, e Heath Ledger viene ricordato come uno tra gli attori più promettenti della sua generazione, bruciato troppo in fretta da un mix di anestetici, antidepressivi e ansiolitici. Oggi rimangono i suoi film, un horcrux di mezza estate, i sogni, i lacrimoni di una mattina di gennaio e le interpretazioni di una carriera troppo breve.

But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st,
Nor shall death brag thou wand'rest in his shade,
When in eternal lines to time thou grow'st.

 

Credit immagine di copertina: Getty Images

Daniele Biaggi

Giornalista freelance e media content creator