PREVENZIONE

Non c'è paura che tenga: cronaca del mio test dell’HIV

«Sono qui per fare il test dell’HIV»

Daniele Biaggi

Lo dico a un barbuto medico di 30 anni pronto ad accogliermi in un ufficio del Dipartimento di Prevenzione di Milano in Viale Jenner 44.
Sono un po’ agitato: entrando ho goffamente tirato una pedata alla sedia, gesto che mi ha messo a mio agio come Luca Giurato alla cerimonia di consegna dei Nobel. Cominciamo bene.
Non sono preoccupato per il test in sé, non ne ho motivo, ma è inutile negare che è un momento carico di attesepreoccupazioni, ansie. Insomma, oggi l’AIDS nel mondo occidentale non ha più il tasso di mortalità del secolo scorso. Non sono gli anni ’90 e io sono un ragazzo attento e giudizioso, ma in questi momenti sopravviene un’involuzione mentale che catapulta a livello ragazzine dell’epoca pre-internet, terrorizzate all’idea di essere rimaste incinta con del petting in acqua – probabile quanto rimanere gravide di una spigola – pronte a chiedere delucidazioni alla redazione di Cioè. Ecco, le sicurezze retrocedono alla fase Cioè della vita. Tutto normale, basta solo gestire l’agitazione. Se anche fosse, io voglio sapere.

Il medico mi rivolge un paio di domande e mi chiedo se possa essere l’intervista preliminare di cui mi hanno parlato amici già passati di qui, ma mi accorgo che è una semplice registrazione: nome, cognome, luogo e data di nascita. Mi fornisce un codice segnato su un piccolo cartoncino, sarà lo strumento con cui in maniera anonima potrò ritirare il mio referto a distanza di 10 giorni. C’è un’altra dottoressa nella stanza, intenta a sistemare scartoffie. Il barbuto mi chiede se ho avuto rapporti non protetti e a quando risale l’ultimo.

Sono domande che mi aspettavo. Quello di Viale Jenner è una delle 4 strutture di Milano in cui è possibile eseguire il test gratuitamente tutto l’anno in via anonima. Niente tessera sanitaria, niente impegnativa del medico. Mi sarei potuto registrare come Guido di Rado e nessuno avrebbe battuto ciglio. Un nome e un codice. Ecco fatto. Non è l’unica strada: in passato ho pagato il ticket in un poliambulatorio privato (meno di 30 euro, Pacchetto malattie sessualmente trasmissibili), senza impegnativa, o mi è capitato di aggiungere quello dell’HIV ad altri controlli del sangue con richiesta del medico di base. La modalità di oggi è sicuramente la più alienante, distaccata e immediata. Ti decidi e passi di qui, niente appuntamento, nessuna richiesta al medico di famiglia potenzialmente inibitrice.

«Può salire al secondo piano per il colloquio con la Dottoressa».

La Dottoressa è una donna sorridente e rugosa. Per non smentirmi, recuperando il cartoncino con il codice personale da porgerle, faccio rovinare a terra tutte le carte del portafogli.
«Beh, se trova una Fidaty Esselunga in giro saprà che è mia», sdrammatizzo mentre cerco di raccogliere tutto.
Mi domanda cosa mi spinga a fare il test e indaga le mie abitudini sessuali per capire se, e quanto, sono un soggetto a rischio. Non me lo chiede, ma specifico di essere omosessuale.

«L’ultima volta che ha fatto il test a quando risale?»
«La scorsa estate. Quindi più di un anno fa». 
Le chiedo ogni quanto andrebbe fatto. 

«Dipende. Dipende dalle abitudini sessuali di ciascuno, se ha o no rapporti a rischio. Tendenzialmente sarebbe meglio farlo almeno una volta l’anno, anche se si vive una relazione stabile. Per star sicuri. Perché, per quanto ami il suo partner, nessuno le può dare la certezza che questo non abbia rapporti con altri. È sempre meglio sapere».

È sempre meglio sapere.

Se da un punto di vista filosofico-esistenziale non sono d’accordo, non c’è dubbio che in questo caso abbia ragione: è sempre meglio sapere. Non c’è paura che tenga.

È sempre meglio sapere, per se stessi e per gli altri. Molti si sottraggono al test dell’HIV pensando sia qualcosa che non li riguardi. La sensibilizzazione, in Italia, è ferma ai tempi di Philadelphia: se non hai i sintomi della malattia, figuriamoci se tu, sì, proprio tu, con quell’unico rapporto non protetto a Ibiza due anni fa, puoi aver davvero contratto l’HIV. Può capitare. Fare il test con cadenza regolare è un dovere morale verso se stessi e verso gli altri. L’infezione può rimanere asintomatica per anni. Moltissime persone sieropositive non sono consapevoli di essere infette. Un rischio per se stessi – è molto meglio trattare il virus prima che si manifesti la malattia – e per gli altri, potenzialmente a rischio contagio. L’unico modo per sconfiggere l’AIDS è combatterla con la prevenzione: se tutti fossimo sorvegliati e giudiziosi, non solo nelle pratiche sessuali, ma nello svolgere con cadenza regolare il test, l’HIV in occidente potrebbe davvero farsi un problema marginale. Tanto più che la carica virale di un HIV+ sotto cure è pari allo zero. Non finisce il mondo, e neppure la vita sessuale.

I numeri, purtroppo, ci dicono che sta succedendo il contrario. La prima cosa indispensabile è rigettare il binomio stereotipico che lega il mondo gay all’AIDS. Un dato su tutti: nel 2016 in Italia i casi di trasmissione eterosessuale sono stati il 44,9%. Negli anni, la sensibilizzazione nel mondo omosessuale ha dato diversi risultati. L’HIV non è materia ad appannaggio di un solo orientamento, ma un tema che riguarda tutta la società. Il rischio maggiore esiste nel mondo omosessuale nella misura in cui un rapporto anale è, per sua stessa natura, molto più a rischio di uno vaginale. That’s all.

 «Può scendere: seconda porta a destra, c’è l’infermiera per il prelievo».

In coda davanti a me un ragazzo. Ha la faccia tesa, però mi sorride. Uscito lui, è il mio turno. Nulla di diverso da un banale esame del sangue. L’infermiera di mezza età è simpatica. Mi chiede delucidazioni su un tatuaggio e, non si capisce come, finiamo a parlare della sua pensione. È preoccupata, sostiene che vogliono indebolire il sistema sanitario pubblico. Ha una sensibilità materna molto spiccata, riesce a mettermi a mio agio nonostante abbia un ago infilato nel braccio. Finito il prelievo mi saluta e mi augura in bocca al lupo per il lavoro.

«In bocca al lupo anche a lei».

E adesso?

I risultati arriveranno tra 10 giorni. E se avessi l’HIV? È umano e giusto augurarsi di non aver contratto il virus – c’è qualcuno che sarebbe contento di beccarsi un malanno di stagione sebbene sia possibile curarlo con gli antibiotici? Ovvio che no – ma se anche fosse, oggi non rappresenta più un dramma senza appello. Le disgrazie – se così possiamo chiamarle - sono altre, e c’entrano solo collateralmente con il virus: la prima sciagura è non sapere di ospitare questo visitatore ingombrante. Spesso si corre a fare il test solo quando compaiono i sintomi delle patologie cosiddette opportunistiche, quelle che sopraggiungono quando il sistema immunitario non lavora già più come dovrebbe. È importante scoprirlo per tempo: si può correre ai ripari cominciando una terapia farmacologica. Ogni caso è valutato di volta in volta. Non c’è una regola fissa. Preso per tempo, è possibile non vengano riscontrate anomalie a livello fisico, la situazione può perciò essere tenuta sotto controllo dai medici. Insomma, il primo passo dopo la diagnosi è un check up completo per capire come muoversi.

Il secondo vero disagio è lo stigma sociale che circonda chi è malato. Tra le accuse più aberranti ci sono i classici «Te la sei andata a cercare» o «Se non fossi stato/a così non ti sarebbe successo», come se, per beccarsi il virus, fosse necessario mettere in atto chissà quali stravaganti pratiche sessuali: è pacifico quanto sia più facile la trasmissione del virus all’interno di rapporti di fiducia, là dove vengono meno le prassi più elementari di prevenzione, piuttosto che in altre circostanze. Per non parlare di tante altre sfere della vita quotidiana che potrebbero essere minate e inquinate dal pregiudizio e dall’ignoranza altrui.  

Questo mi farebbe male: l’ignoranza e la mancanza di strumenti di buona parte del mondo circostante per capire quello che ho, senza paura e pregiudizi. Questo è il problema che la società dovrebbe affrontare.

La società ha paura del contagio, ma l’unica vera perversione è in chi ha paura di ciò che non conosce. 

 illustrazioni di 150UP

Daniele Biaggi

Giornalista freelance e media content creator