ICON

Molto più che Drag Race: l'ascesa di RuPaul, prima drag superstar d'America

Dai dancefloor di New York ai palcoscenici dei talent, la storia dell'artista che ha rivoluzionato l'arte del travestimento

Stefano Consiglio

Il 17 novembre 1960 a San Diego nasceva RuPaul Andre Charles, in arte semplicemente RuPaul. Per un artista che ha fatto del trucco, dell’eccesso e del mascheramento d’identità un vero e proprio marchio di fabbrica, un nome d’arte così corto e incisivo potrebbe sembrare una specie di ossimoro: in realtà, ripercorrendo la sua carriera e scavando sotto lo spesso strato di make-up, glamour, bustini e facendosi strada nella massa di capelli sintetici, si scopre facilmente che per RuPaul l’arte del drag è tutt’altro che un modo per mascherare se stessi. Per tale motivo, quando si parla di questa star, non si parla “solo” della drag queen più famosa del mondo, ma di un artista che nella sua carriera trentennale ha costruito molto di più. 

Once upon a time there was a little black girl...
“RuPaul’s Drag Race”, il talent show per drag queen creato e condotto da RuPaul e vincitore di due Emmy, è solo il capitolo più recente della sua carriera. L’inizio risale a quel mondo mitico della nightlife statunitense fatto di eccessi e sperimentazioni (di ogni tipo) che ha segnato gli anni Ottanta. RuPaul, cresciuto a San Diego con 3 sorelle e una morbosa passione per Diana Ross and the Supremes, si trasferisce ad Atlanta poco più che adolescente per studiare spettacolo. Qui si esibisce come drag queen nei locali gay, ma la città è troppo piccola per le sue aspirazioni: si trasferisce quindi a New York, dove diventa un’istituzione della vita notturna.

In quel sottobosco di performer, ballerini, cantanti, attori e cineasti che oggi definiremmo “underground”, prende vita la sua creatura, il suo alter ego che lui stesso chiama “The Monster”. A livello estetico, si tratta di una creatura figlia della scena in cui nasce: quella dei Club Kids, un esercito di “personalità da dancefloor” che popolano i club degli anni Ottanta. Per i Club Kids non esistono generi sessuali definiti, la vita è quella cosa che capita tra un party e un altro e la contaminazione degli stili e dei look è un obbligo morale. RuPaul è un Club Kid che di giorno cerca con fatica di guadagnarsi un posto al sole nello showbiz “visibile”, recitando in parodie cinematografiche, partecipando a video musicali e combattendo con una cronica mancanza di soldi. Nel 1989 ottiene un ruolo come ballerino nel video di Love shack dei B-52’s ed è eletto “Queen of Manhattan” da una giuria di dj, promoter e proprietari di locali. La creatura della notte è pronta per uscire alla luce del sole, ma, per farlo, abbandona il look androgino, smette di folleggiare nei club e indossa i panni della bellezza da copertina per sfondare nel mondo della musica. Nel giro di un anno ottiene un contratto discografico e nel 1992 esce il suo primo album Supermodel of the World.

Getty Images

Supermodel of the Universe
L’inaspettato successo di un album di musica “da ballare” come Supermodel of the World, in un momento in cui le classifiche sono dominate dal grunge e dal gangsta-rap, catapulta RuPaul nello showbiz. Se prima di allora le drag queen erano relegate al mondo dei locali notturni e a quelle forme espressive che oggi definiamo camp trash (pensiamo per esempio ai primi film di John Waters con protagonista Divine), RuPaul diventa un fenomeno di costume. Ci riesce non solo autoproclamandosi “supermodel of the world”, ma adattando i codici estetici dell’universo drag a quelli del grande pubblico, superando il confine che ha sempre separato questi due mondi. In questa trasformazione, seguendo quello che oggi è il nuovo lessico inventato proprio da RuPaul, l’eccesso diventa extravaganza, il trucco teatrale diventa glam, l’hairstyle colossale diventa fierce.  

La consacrazione definitiva arriva quando è scelto come volto per la campagna della linea Viva Glam di MAC Cosmetics, nel 1994. Prima ancora dello storico coming out di Ellen Degeneres e di tanti altri eventi che hanno segnato positivamente la storia del popolo LGBT e di tutte le minoranze della società statunitense, una drag queen di colore è testimonial di un brand di beauty. Le parole di Frank Toskan, fondatore del marchio, siglano questo momento rivoluzionario con una semplicità spiazzante: «Chi meglio di RuPaul può mostrare al mondo quello che può fare il make-up?». Carol Moog, psicologa e consulente pubblicitaria, ha analizzato sul Wall Street Journal il passaggio di RuPaul da fenomeno di nicchia a figura mainstream, constatando che è riuscito a «creare di sé un’immagine di tendenza, ma allo stesso tempo pulita; questo permette all’America media di fruire di ciò che è eccentrico in un modo sicuro, che non rappresenta una minaccia.» Il discorso si applica anche a livello internazionale: nel 1994 RuPaul calca insieme a Elton John uno dei palcoscenici-simbolo dell’intrattenimento “classico” e formato famiglia, quello del Festival della Canzone Italiana, a Sanremo. Eppure, anche se ha creato un modo di fare drag accessibile al pubblico medio, RuPaul non ne ha affatto edulcorato lo spirito; anzi, se ne è servito anche per dare voce a tematiche assai importanti.

Getty Images

L’arte del drag come strumento per mettere a nudo la realtà
Nel mondo LGBT, l’arte del drag è probabilmente l’unica espressione originale e indipendente dalla cultura eterosessuale. Ha anche profonde radici nella storia della lotta per i diritti LGBT: fu la drag queen Marsha P. Johnson a lanciare la prima pietra per difendersi dal raid della polizia di Stonewall. “Fare” drag significa spingersi oltre un confine, estetico, emotivo, di identità. E se il primo confine oltrepassato da RuPaul è stato quello che separava la cultura underground da quella mainstream, il secondo è stato un confine di messaggio e di contenuto. Nel 1996, insieme alla sua amica e spalla storica Michelle Visage, debutta alla conduzione di un varietà che porta il suo nome, The RuPaul Show. Pur avendo tutte le caratteristiche di un salotto televisivo, le chiacchierate con gli ospiti toccano argomenti di spessore e di attualità. 

“Fare” drag significa spingersi oltre un confine: estetico, emotivo, di identità

Alcuni esempi? Nell’episodio Blactress Extravaganza, Pam Grier, Mille Jackson e una irriconoscibile Lil’Kim raccontano la loro esperienza di artiste in un mondo dell’intrattenimento dominato dagli uomini, perlopiù bianchi. In un altro episodio, Michelle Visage fa il verso alla tipica figura del direttore casting “maschio predatore”, selezionando modelli durante un provino.  Cher, ospite di un’altra puntata, discute dei canoni di bellezza femminile imposti dai media e offre al pubblico il punto di vista di una donna che ha raggiunto traguardi di eccellenza nel suo campo professionale, ma è costantemente presa di mira per come si veste, come si trucca, quanto è rifatta e per chi decide di portarsi a letto. In ultimo, The RuPaul Show ha avuto ospiti figure che a prima vista erano lontane anni luce dal suo universo di riferimento, ma che hanno saputo dimostrare il contrario: per esempio Tammy Faye Messner, l’unica telepredicatrice evangelica che abbia mai sfilato a un Gay Pride e abbia professato, per tutta la vita, la massima tolleranza nei confronti dell’omosessualità. Se “fare drag” significa prima di tutto mescolare i generi per rivelarne punti di forza e debolezze, è proprio ciò che RuPaul ha dimostrato con i suoi show. 

Getty Images

Quando il gioco si fa duro, i duri si reinventano
RuPaul’s Drag Race e il mini-impero che da esso è scaturito sono in realtà il “secondo atto” della vita artistica di RuPaul. Tra la fine degli anni Novanta e la fine dei Duemila, complici i suoi 40 anni, il calo delle offerte di lavoro e il bisogno di disintossicarsi (non solo dalla fama), Ru ha mantenuto un profilo basso. Sembrava destinato a una rispettabile vecchiaia da icona anni Novanta, ma nel 2009 è passato “dall’altra parte”, creando uno show che ogni anno trasforma una decina di drag queen sconosciute in vere e proprie star. Il format, simile ad America’s Next Top Model, prevede una serie di sfide tra drag queen che competono di settimana in settimana per il titolo di “America’s Next Drag Superstar”. Mentre le prime tre edizioni dello show sono state seguite solo da un pubblico di appassionati, dalla quarta stagione in poi il programma è diventato un fenomeno di massa, passando dalla piccola emittente gay friendly Logo TV a VH1 e guadagnandosi, finalmente, due Emmy.

La formula che ha reso vincente il programma è, ancora una volta, la sua versatilità. Drag Race esplode tutti gli aspetti visualmente d’impatto del mondo drag, come le sfilate sulla passerella con abiti creati dai concorrenti; quelli più camp come le sfide di recitazione che sviscerano in chiave queer i capisaldi della tv commerciale e di Hollywwod (telepromozioni, soap opera, notiziari e salotti televisivi, ma anche film e shooting fotografici). Spettacolarizza i momenti di intrattenimento “puro” come l’eliminazione finale, che si gioca con un serrato duello a colpi di playback (“Lipsync for your life!); “ripassa” i capisaldi della cultura gay e delle sue icone con lo Snatch Game, un quiz dove le drag queen in gara interpretano la loro diva del cuore, improvvisando. E allo stesso tempo, essendo un reality, si concentra sulla componente umana e sulla storia personale di ogni concorrente, mettendone a nudo i momenti di difficoltà, i conflitti personali e, in molti casi, anche l’evoluzione artistica.

Oltre ai suddetti aspetti più leggeri, una puntata di ciascuna edizione prevede che ogni concorrente sottoponga una persona qualunque a un “drag makeover”. Gli ospiti possono essere di qualsiasi tipo e provenienza: attivisti storici dei diritti LGBT, membri della crew del programma, sportivi, padri di famiglia, giovani promesse spose... In questi episodi, l’arte del drag, sinonimo di diversità per eccellenza, diventa quindi uno strumento di inclusione.

Getty Images

Female phenomenon
Oltre probabilmente a sistemare economicamente RuPaul per il resto della sua vita, Drag Race è diventato un fenomeno culturale. In nove edizioni “regolari” e due edizioni “All stars”, molte espressioni usate dalle concorrenti sono entrate nello slang colloquiale della comunità LGBT (e non solo) statunitense (e non solo) divenendo dei veri e proprio tormentoni. Internet pullula di MEME e GIF a tema Drag Race, e il messaggio di accettazione di sé promosso dallo show fa letteralmente il giro del mondo ogni anno grazie a un tour globale delle protagoniste nei locali e nei teatri di tre continenti. Alla vigilia della decima edizione, il format sembra avere mordente per proseguire ancora per molti anni, così come sembra averlo il suo creatore.

Ma la combinazione di “Carisma, Unicità, Nervo e Talento” necessaria per vincere la competizione è in realtà una formula che secondo RuPaul si applica a ogni aspetto della vita, insieme a un altro elemento fondamentale: essere se stessi. «Essendo cresciuto negli anni ‘60 e ‘70 – ha dichiarato lui stesso – ho ancora quella mentalità secondo cui bisogna sempre mettere in discussione l’autorità, in un senso quasi anarchico: questi ragazzi [gli aspiranti concorrenti, ndr] a volte non la pensano così. Vogliono essere come Beyoncé o Britney Spears. No! Dovete essere voi stessi!» In questa frase apparentemente contraddittoria si nasconde la vera eredità artistica di RuPaul: l’arte del drag come un mezzo per abbattere gli ostacoli più difficili, ossia quelli che ci impediscono di vivere come vogliamo, rendendo giustizia ai nostri desideri e alla nostra identità, qualunque essa sia. Proprio come dichiara RuPaul stesso, «Fare drag serve a ricordarci che siamo molto più di quello che crediamo di essere; molto più di quello che c’è scritto sui nostri documenti d’identità». 

Credit immagine di copertina: Getty Images

Stefano Consiglio

Vietargli la lettura di Eva3000 gli segnò l’infanzia.