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Non è un Paese per (soli) uomini: il fenomeno della boxe femminile in Italia

4887 tesserate federali nel 2017, contro le 298 dello scorso anno: le donne si prendono la loro rivincita sul ring

Claudia Ricifari

Parlare di boxe femminile oggi ha un sapore dolce, quello delle migliaia di ragazze che si sono avvicinate a questo sport e hanno fatto in modo che diventasse un fenomeno in continua ascesa. Una vera impresa, se si considera che poco più di 20 anni fa neanche esisteva – quantomeno a livello federale – e chiedere un riconoscimento e la possibilità di praticarla sembrava pura utopia.

Eppure in tutto il mondo qualcosa si stava muovendo: nel 1993 Dallas Malloy intentò una causa alla corte federale degli Stati Uniti, contro la federazione, per discriminazione sessuale. La sua vittoria costrinse la USA Boxing a permettere, due anni dopo, il primo combattimento dilettantistico femminile. 

Il ring di Boxe Island / Shyla Nicodemi

In Italia le cose andarono diversamente. Alla fine degli anni Ottanta la boxe femminile era proibita. Per aggirare il divieto, molte atlete si accontentarono della kick boxing, che invece poteva essere praticata e insegnata da chiunque. Chi voleva fare pugilato doveva andare all’estero, dove era consentito organizzare dei match e avere dei manager, come ci racconta il maestro Stefano Sirtori, insegnate di campioni italiani ed europei, quando lo incontriamo da Boxe Island, la palestra in cui allena. «Noi che insegnavamo ci siamo ritrovati con delle atlete che volevano fare pugilato, allora organizzavamo degli incontri di kick, con atlete che venivano arbitrate da arbitri della kick, ma che di fatto praticavano la boxe», spiega.

Tra queste, allenata a quei tempi proprio da Sirtori, c’era anche una certa Stefania Bianchini, divenuta poi Campionessa Europea nei pesi mosca e successivamente vincitrice del titolo mondiale WBC (World Boxing Council). Nel frattempo siamo arrivati agli anni Novanta, e ovunque il movimento ha raggiunto proporzioni che era impossibile ignorare, anche in Italia. «La Federboxe si è dovuta muovere e lo ha fatto prima sanzionando e bloccando queste realtà, poi ha dovuto prendere atto e adeguarsi», racconta Sirtori.

Ci sono voluti anni, prima che la boxe femminile potesse prendersi la sua rivalsa, ma finalmente – nel 2001 – un decreto stabilì che anche le donne potevano salire sul ring, e da lì presero il via i lavori per regolamentare il settore. «Ricordo di quando siamo andati al Coni per un incontro cui era presente il Ministro per le Pari Opportunità, Katia Belillo, durante il quale si parlò delle varie visite mediche da far fare ed emerse il discorso dell’accertamento del sesso. Si creò il dubbio che potesse scatenarsi una polemica sulla discriminazione per i transessuali, con il ministro che propose di creare una categoria apposta. Insomma, c’era grande confusione», va avanti il maestro.

Il ring è il posto in cui si è tutti uguali: non contano il livello, il sesso, la provenienza, l’etnia o la classe sociale

Da quel momento il movimento femminile è esploso, fino al 2012, quando ottenne il riconoscimento più importante: la possibilità, anche per le donne, di partecipare alle Olimpiadi, che quell’anno si disputarono a Londra.
Oggi, solo in Italia, le tesserate federali ammontano a 4887, contro le 298 dello scorso anno e le 120 del 2013, l’anno dopo i Giochi Olimpici. Impossibile quindi non parlare di fenomeno, visti i numeri e visto anche la crescita di interesse generale per questo mondo (le tesserate amatoriali sono passate in un anno da 250 a 2300).

Eppure c’è ancora tanto da fare. «Ancora oggi da noi chi fa pugilato viene visto come un delinquente, un prevaricatore, uno che ha voglia di alzare le mani per il gusto di farlo. Io ho avuto pregiudicati in palestra che facevano i guanti con i poliziotti e quando si trovavano sul ring, uno stava all’angolo rosso, uno a quello blu, io davo le istruzioni e loro facevano sparring (lo scambio qualche colpo in allenamento, ndr). Il ring è il posto in cui si è tutti uguali», spiega Stefano Sirtori. Un concetto che vale per chiunque. Non conta il livello, non conta il sesso, non conta la provenienza, l’etnia o la classe sociale. E questo rende quello del pugilato un mondo molto più democratico e meritocratico di quello in cui quotidianamente viviamo.

«Quando si assiste all’incontro tra due persone che hanno dato tutto, che si sono picchiate, certo, ma stando a delle regole, colpendosi nella maniera più forte, ma anche rispettosa possibile, alla fine vedi un grande abbraccio», conclude Sartori. E non è forse questo il vero messaggio che lo sport dovrebbe dare? 

Credit immagine di copertina: Getty Images

Claudia Ricifari

Giornalista, media content creator e divano addicted.