magari dopo

Vorrei, ma costa troppo: le gioie e (soprattutto) i dolori del periodo dei saldi

Cronaca tragicomica di una giornata che avrebbe dovuto essere vissuta pericolosamente alla ricerca di folli acquisti scontati. E invece

Andrea Perticaroli

Momento più atteso dei rigori ai Mondiali di calcio del 2006, aspirato quanto il sogno di uno zio lontano che ti lascia in eredità il suo attico a Los Angeles e tre tenute in Sudafrica o—per restare coi piedi ben a terra— agognato quanto mia madre che spera nel sole a gennaio per asciugare i panni sul balcone: i saldi.
Tira più un filo di lana di un maglione al 30% che un carro di buoi: tira su il morale, ti fa tirare fuori il bancomat e, magari, anche la penna in banca per firmare il finanziamento del «questo non mi serve, però costa poco e quindi perché no?».

La mia giornata da saldista incallito parte dallo sportello del bancomat. Il dubbio esistenziale di ogni mese: «Okay, la busta paga è arrivata, tutto normale. Ma i soldi?», nel periodo degli sconti lascia spazio a: «Massì, posso vivere benissimo altri due mesi con i restanti 13 euro».
Lo schermo mi incalza, ché le banconote vanno ritirate entro trenta secondi (anche se poi me ne serviranno giusto altri sedici per spenderle tutte). Fiero della mia liquidità in tasca—con la quale non pagherei neanche il riscatto di un’oliva sequestrata al mercato—mi dirigo al centro commerciale più vicino, camminando e spostando l’aria con una falcata che sa di Serena Van Der Woodsen, ma che in realtà si presenta più come Sereno Che Costa Troppen.

Una volta dentro al negozio, parte la caccia: occhiate in cagnesco lanciate a distanza contro chi s’azzarda a voler proprio quello stesso paio di pantaloni che hai adocchiato, miste a sorrisini plastificati alla domanda della commessa «Ha bisogno d’una mano?». Che in realtà, a dirla tutta, più che di una mano avrei bisogno di trovare offerte decenti. E non chiedo, che so, un doppiopetto in cachemire a 2 euro e 70 ma qualcosa di bello e conveniente, o anche solo bellino, carino… insomma, ok.

mi dirigo al centro commerciale più vicino, camminando e spostando l’aria con una falcata che sa di Serena Van Der Woodsen, ma che in realtà si presenta più come Sereno Che Costa Troppen

E invece, poi. Le magliette in saldo andavano di moda in un periodo compreso tra la nascita di Assurbanipal e la Presa della Bastiglia, e spesso la variante di taglie disponibili si presta a vestire o un bruco o un silos: nessuna mezza misura, o vai in Ramadan forzato per sei anni o rischi l’ospedalizzazione per il colesterolo alto. Dopo aver rivalutato la bellezza dei vestiti che ho dalla Cresima, passo al negozio che “Butta fuori tutto!”… e probabilmente si riferisce al conato di vomito che viene dopo aver visto certa oggettistica: un posacenere con la faccia di Bob Marley pixelato, una riproduzione di un Van Gogh stampata da Google, un decespugliatore —come se la gente non desiderasse altro nella vita che risparmiare sulla potatura della siepe. Niente da fare nemmeno qui. Affranto e distrutto, punto all’ultima spiaggia del regno dei saldi: la libreria. Solitamente entusiasta promotrice del “Paghi uno, prendi cinque”, le argomentazioni tra cui scegliere vanno dal kamasutra per affetti da scoliosi alla storia d’amore segreta tra una foca ed un ghepardo. Esilarante. 

Conclusa la giornata con due buste piene di rammarico e tristezza, mentre rivaluto l’importanza del baratto («Per due carote e tre sedani, me lo dai quel bel paio di scarpe?») mi chiedo se la soddisfazione saldistica esista davvero, se c’è qualcuno che rientrando a casa la sera, abbia posato un risparmio medio del 78% sul pavimento e che sia andato a letto compiaciuto degli sforzi e del sudore versato tra le corsie.
Per tutti gli altri, come me, «Dateci tre parole: divano, condizionatore, rassegnazione».

Credit immagine di copertina: 150 Up

Andrea Perticaroli

«Parto già sconfitto, ma almeno ho il soffritto».