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The Lady is a Gaga

L’evoluzione, tra eccessi, scivoloni e risalite di Stefani Germanotta

Stefano Consiglio

18 gennaio 2018: l’anziano edicolante della stazione del metrò mi dà il resto per l’acquisto del biglietto per il Forum di Assago e dice «Ehh! Lo so dove va lei, stasera: buon divertimento!». Prendo il resto e il biglietto e rido perché penso a quel 7 dicembre del 2010, mio primo concerto di Lady Gaga nella stessa location. All’epoca Stefani Germanotta era già famosa, ma quel suo primo live in Italia non era così atteso come quello di quest’anno. Forse perché, in più di 10 anni di carriera, è cambiata completamente. O perché lo show è stato spostato a causa dei suoi problemi di salute (anche se dubito che l’edicolante di Gambara M1 lo sappia).
Quello che è certo è che Lady Gaga ne ha fatta, di strada, e in un modo tutto suo. 

Lady Gaga si esibisce agli American Music Awards del 2009 a Los Angeles / Getty Images

Doin’ it for the fame
Lo ammetto: io Lady Gaga l’ho amata da subito. Non avevo mai visto niente di così smaccatamente pop e autoreferenziale, prima di lei. Già il fatto di aver intitolato il primo album The Fame quando ancora nessuno sapeva chi fosse equivaleva a puro genio, per me. La cosa che mi piaceva era che nonostante le atmosfere da party, quel trench zebrato e leopardato del primo video e i ritmi tamarri, si capiva che sotto c’era una voce potente, bellissima. All’epoca non sapevo che quella stessa matta con la parrucca bionda si esibiva dall’età di 16 anni: prima come cantante jazz, accompagnata nei locali da sua mamma; poi, dopo i 20 anni e dopo aver lasciato l’università, in bar più simili a bettole e in coppia con una dj che rispondeva al nome di Lady Starlight, in numeri che mescolavano la musica e il cabaret. Il tutto, circondate da un universo di performer, drag queen e personalità del “mondo della notte” a metà tra le suggestioni alla Andy Warhol, i Club Kids e la disperazione più totale. The Fame non è solo l’album che l’ha resa famosa: è un racconto della sua formazione. In quei testi che parlano di “ricchi ragazzi” che si fingono artisti poveri ma chiedono soldi ai genitori per comprarsi droga, folli notti di danze ed eccessi e disco sticks c’è tutto ciò che Stefani ha vissuto nella ricerca della propria identità di artista. 

Lady Gaga si esibisce agli MTV European Music Awards nel 2011 a Belfast, Irlanda / Getty Images

Going Gaga
Sulla scia di un folgorante debutto, la prima parte della storia di Gaga è quella di un’artista che interpreta un personaggio. Una musicista con una voce pazzesca, un talento incredibile e un gran desiderio di attenzione. Nei suoi look estremi (la parrucca con il fiocco di capelli, il vestito fatto di Kermit di pelouche, quello fatto di carne, i copricapi da condono edilizio, quelli che coprono pure gli occhi, il naso e la bocca, il vestito che si muove elettronicamente, le perle sulla faccia, etc… ) c’è, oltre a un saggio ufficio stampa, anche lo scalpitare di un’artista che ha fatto di tutto per arrivare dove è arrivata. Lo sforzo di memorabilità dei primi anni culmina perfettamente nell’esibizione degli MTV VMAs del 2009, che si conclude con lei appesa al centro della scena come se fosse impiccata. Tra il 2009 e il 2012 Gaga sembra aver davvero conquistato il mondo. E se lo stato di grazia prosegue con The Fame Monster e Born This Way, tra duetti con Beyoncé, apparizioni in TV con innesti alieni in viso e tour mondiali, Art Pop (Art Flop per i suoi detrattori) sembra mettere un sonoro STOP alla sua ascesa. Cosa è successo? Gaga si è bruciata? Ha esagerato? L’allure si è trasformata in posa, e non fa più simpatia. Rispetto agli inizi, è come se il desiderio di stupire avesse offuscato l’autenticità dei testi e delle canzoni.

Lady Gaga si esibisce ai 60esimi Grammy Awards lo scorso 28 gennaio / Getty Images

Do what you want
In barba a chi la vuole finita, però, Stefani non molla. Nel 2014, con un look decisamente più sobrio e senza il suo biondo-marchio di fabbrica, Lady Gaga pubblica insieme alla leggenda del jazz Tony Bennet un album a 4 mani che sposta tutta l’attenzione solo sul suo talento vocale. È strano pensare che proprio da quell’album, bollato come “musica da ascensore” da alcuni haters, sia iniziata la sua rinascita. Nel 2015 valica i confini della musica gettandosi nella recitazione: il suo ruolo nella quinta stagione di American Horror Story le è valso il Golden Globe. Proprio attraverso la recitazione ha iniziato un percorso di autoanalisi che le ha permesso, nel 2016, di pubblicare quello che a oggi è il più personale dei suoi album, Joanne. Un lavoro che è il compimento di un percorso: Stefani ha abbandonato i panni del “mostro” da palcoscenico per vestire quelli più sinceri di artista e, soprattutto, di essere umano che non ha paura di mettere in piazza anche le sue debolezze. Il documentario di Netflix Lady Gaga Five Foot Two uscito a settembre 2017 mette in scena la sua vita quotidiana, lo strettissimo rapporto con la famiglia, il lavoro in studio ma anche la sua solitudine sentimentale e la sofferenza legata alle patologie di cui soffre: sindrome da stress post traumatico e fibromialgia. Il ritratto che ne viene fuori è incredibilmente reale. Per quanto forse frutto di uno scaltro rebranding, di sicuro ha messo in luce una Gaga completamente nuova. 

La stessa Gaga che sigla il proprio ritorno all’apice di se stessa con la memorabile esibizione del Super Bowl 2017 e che ammette i suoi tentativi di elevarsi artisticamente perché «non può essere nuovamente Lady Gaga da capo». Ma torniamo al concerto: sul palco, Stefani ha aggiunto allo spettacolo che ricordavo dal 2010 un ingrediente nuovo: la maturità. Oltre a spaziare dalla disco alle ballate, emozionare il Forum con la potenza della sua voce e far ballare con le coreografie più irresistibili è soprattutto Stefani, se stessa. Spende parole piene d’amore per i fan, fa della musica un messaggio inclusivo, invita a credere in se stessi sempre e comunque. A show concluso mi sembra quasi di avere ritrovato la Lady Gaga che nel 2008 mi aveva sconvolto: è solo più adulta, più vulnerabile ma proprio per questo, paradossalmente, più forte. Sono stupito, lo ammetto. Ma è proprio questo che fanno certi artisti: ti riconquistano proprio quando non te lo aspetti. 

Credit immagine di copertina: Getty Images

Stefano Consiglio

Vietargli la lettura di Eva3000 gli segnò l’infanzia.