LAVORI ASSURDI

Non avete il tempo per fare la fila in posta? C'è il codista che la fa per voi!

Oggi sono 550 le persone che stanno in fila per mestiere. Intervista al capostipite Giovanni Cafaro, il primo codista professionista d’Italia

Mariarosaria Bruno

Cosa vuoi fare da grande? C’è chi risponde l’avvocato, chi l’architetto, chi l’insegnante o chi si allarga e dice «Voglio diventare astronauta». A fronte di gente che si dedica a mestieri usuali, però, ci sono persone che hanno deciso di intraprendere professioni non convenzionali. “Lavori assurdi”, secondo l’immaginario comune, di cui spesso ignoriamo l’esistenza

Il mestiere se l’è letteralmente inventato, al punto che per identificarlo è stato coniato un neologismo. Giovanni Cafaro, 46enne di origini salernitane, è il primo “codista” d’Italia. Ovvero? Colui che, a pagamento, fa la fila nei luoghi più disparati per conto degli altri. La sua idea di lavoro, completamente nuova, è dilagata in tutto il Paese, tanto che nel 2016 la Treccani ha inserito la voce di questa figura professionale nel vocabolario della lingua italiana.

Quando ha iniziato a svolgere questa attività e qual è stato il suo percorso?
«Ho cominciato nel gennaio del 2014, prima mi occupavo d’altro. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione e un master in Organizzazione aziendale e gestione delle risorse umane in Bocconi, nel 2000 mi sono trasferito a Milano. Ho lavorato per varie ditte come responsabile marketing, sino all’ultima esperienza: tre anni in un’azienda che poi, però, nel 2013 si è trasferita all’estero. Il risultato? Mi sono trovato senza lavoro. Ho mandato cv, fatto colloqui, ma dopo circa sei mesi non avevo trovato ancora nulla che mi appagasse».

Giovanni Cafaro, il primo codista professionista d’Italia

Come è nata l’idea di diventare “codista”?
«Una mattina, mentre ero in fila in posta per pagare i bollettini, ho avuto l’idea. Si è accesa la lampadina e ho pensato: chi vuole fare la coda? Nessuno! Così, un po’ per necessità e un po’ per provocazione, ho investito 100 Euro per stampare 5 mila volantini e farmi conoscere, cercando di propormi e di capire se potevo essere utile in qualche modo, consentendo alle persone di risparmiare del tempo. Ho distribuito volantini ovunque con l’indicazione della tariffa di 10 Euro all’ora e, dopo quindici giorni, ho iniziato a ricevere le prime chiamate, comprese le telefonate di chi credeva si trattasse di uno scherzo».

Si ricorda qual è stata la prima coda che ha fatto a pagamento?
«Sì, all’Agenzia delle Entrate. L’ingaggio è arrivato da un imprenditore che non aveva tempo e non sapeva chi mandare. Da allora in poi ho iniziato a ricevere altre telefonate e nuove richieste: il giro dei clienti si è allargato e la mia attività, con un piccolo investimento di 100 Euro per la stampa dei volantini, è stata avviata. Il resto lo hanno fatto il passaparola e i media, che si sono occupati sin da subito del mio caso, facendo esplodere il fenomeno».

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Qual è, invece, la coda più assurda che le è capitato di affrontare?
«Più volte ho ricevuto richieste particolari. La più assurda, però, è stata la coda per acquistare il libro di una nota showgirl: i primi cento che lo compravano, potevano ricevere un pass per incontrarla. Non pensavo di imbattermi in una lunga fila, invece alle 9 del mattino c’erano già 70 persone ad aspettare davanti alla libreria. Come è finita? Mi sono inaspettatamente trovato vis-à-vis con l’affascinante showgirl».

Qual è la dote principale che bisogna avere per svolgere al meglio questa professione?
«Calma e pazienza sicuramente. Poi, ovviamente, è indispensabile conoscere un po’ la pubblica amministrazione e le sue regole: non è semplice riuscire a immergersi in un contesto del genere. È necessario capire come muoversi e a chi chiedere, anche perché ogni ente pubblico ha le sue norme. Per esempio, la coda per prendere l’incarico di una supplenza al Provveditorato agli Studi non si può fare al posto del diretto interessato: non vengono accettate deleghe».

Ad oggi sono 550 i codisti sparsi in tutto il territorio. Si trovano soprattutto in grandi città come Milano, Bologna, Torino, Roma, Napoli e Palermo

La tipologia di persone che si rivolge a lei?
«Manager che non hanno tempo, ma anche dipendenti di aziende e professionisti come avvocati o notai. Oppure, persone anziane che hanno problemi motori, casalinghe o mamme lavoratrici che non riescono a trovare il tempo per svolgere determinate commissioni, dovendo conciliare ufficio e famiglia. Insomma, una clientela trasversale».

Come viene inquadrato dalla legge il lavoro di codista?
«Nel 2014 ho scritto alla segreteria del Ministro del lavoro, per sapere come potevo creare l’inquadramento di questa figura professionale. Mi hanno suggerito di rivolgermi a un sindacato per chiedere supporto per la stesura del contratto collettivo nazionale dei codisti, che siamo riusciti a depositare dopo pochi mesi: aver contribuito alla sua nascita per me è stata una grande soddisfazione. Oggi molti codisti lavorano a chiamata grazie a questo contratto, che permette loro di poter essere assunti come dipendenti da un’azienda o da un professionista o da chiunque ne abbia bisogno». 

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Una bella vittoria. Quanti codisti ci sono in Italia oggi e che formazione hanno?
«Ad oggi sono 550, sparsi in tutto il territorio. Si trovano soprattutto in grandi città come Milano, Bologna, Torino, Roma, Napoli e Palermo. La maggior parte lavora in maniera autonoma con partita iva, alcuni sono stati assunti come dipendenti di aziende. Spesso sono persone che vogliono un’attività part-time come casalinghe, pensionati e studenti, che hanno disponibilità di tempo soprattutto al mattino, quando gli uffici pubblici sono aperti. Tutti sono stati formati e certificati da me, perché dal 2015 tengo dei corsi ad hoc con tanto di attestato finale: si svolgono su skype, in modo da permettere a tutti di partecipare».

Quali sono le code che fa più frequentemente e, a memoria, qual è stata quella più lunga? «Sicuramente quelle della pubblica amministrazione: Agenzia delle entrate, Inps, Comune, Camera di commercio, Asl, Inail, ma anche gli ospedali, i sindacati e le società delle utenze di luce, acqua e gas. Talvolta capita anche di andare a ritirare biglietti per un concerto o per uno spettacolo teatrale. La coda più lunga? Ben 8 ore di fila per acquistare l’iPhone: c’erano circa 100 persone davanti a me, è stata dura; per allontanarsi un attimo dovevamo tenerci il posto a vicenda, alla fine abbiamo fatto amicizia».

Come trascorre il tempo mentre è in coda?
«In genere leggo libri o giornali, lavoro col cellulare (fisso appuntamenti, rispondo ai messaggi), mentre a volte chiacchiero con le persone in fila, che poi magari diventano nuovi clienti. Di fatto il lavoro del codista si trasforma in un’attività di pubbliche relazioni: si condivide con gli altri quel momento, anche se c’è sempre chi perde la calma, litiga e alza la voce. Capisco che può essere snervante farsi tre ore di coda, magari per pagare tanti soldi di tasse o per non risolvere nemmeno il problema burocratico per cui si è in fila».

A lei è mai successo di perdere le staffe durante una lunga coda?
«No, però è capitato che qualcuno mi facesse un po’ di ostruzionismo perché mi aveva riconosciuto. In genere ho un ottimo rapporto con gli altri, anche perché - sinceramente - più coda c’è e più guadagno (ride, ndr). A volte è anche capitato che gli sportellisti mi chiedessero di passare davanti a tutti, ma mi sono sempre rifiutato: sia perché non è corretto sia perché avrei perso l’entrata del mio lavoro».

Credit immagine di copertina: Getty Images

Mariarosaria Bruno

Giornalista, ama la birra, il turchese e il mare.